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Che rapporto sussiste tra la struttura dell’improvvisazione e la struttura della riflessione filosofica? Si può improvvisare quando si fa filosofia? Il testo di Jean-Luc Nancy, inedito, è una sua “improvised lecture on improvisation” tenuta nel 2014 presso la Konstakademien di Stoccolma.

In principio era l’improvvisazione. I musicisti iniziano, quindi…

Ci si aspetta da me che improvvisi, con i musicisti: il mio discorso, e la nostra conversazione, sono momenti di questa proposta di improvvisazione. Mi domando perché mai la musica sia il territorio dell’improvvisazione per eccellenza. Quando si parla di improvvisazione, si pensa immediatamente alla musica, e non alla pittura o alla letteratura, ancor meno alla filosofia. Credo sia perché la musica è al di là della significazione. In aggiunta, credo abbia a che fare con la strana circostanza che, sebbene si basi sulle architetture più complesse (oltre che su una sofisticata costruzione matematica) e su regole rigorose, circostanza che si manifesta secondo modi diversi nei diversi tipi di musica, la musica non viene mai suonata nello stesso modo. Vi è dell’improvvisazione nel suonare la musica. La chiamiamo interpretazione. Vale anche per la musica scritta: persino in Il clavicembalo ben temperato, luogo in cui si suona lo scritto, uno scritto qui precisamente calcolato e organizzato, la musica è già nel regime di quanto chiamiamo improvvisazione, benché il senso di ciò non sia per nulla chiaro. Glenn Gould ci insegna molto su questo strano gioco tra scritto e non scritto, tra composizione e improvvisazione, indicandoci come nella musica vi sia sempre improvvisazione ma non solo improvvisazione. Quando un musicista improvvisa, come stanno facendo loro, adesso, è come se stesse interpretando qualcosa che non era dato prima, qualcosa fuori dalla significazione, fuori dal proposito, fuori da un certo significato del significato o senso del senso. Naturalmente, qualcuno di voi si sarà chiesto, prima che iniziasse questo evento: cosa c’entra un filosofo con l’improvvisazione? Di certo non è un musicista, e nemmeno uno scrittore. E, anche concedendo che il filosofo sia uno scrittore, che cosa significa improvvisare, per uno scrittore? Potrebbe significare l’invenzione, non certo di un racconto ma, casomai, di una poesia. Tuttavia, inventare poesia, cioè il cominciamento della poesia stessa, significa usare il linguaggio al limite del linguaggio: usare il linguaggio al limite del linguaggio mostrando, in tal modo, il punto in cui il linguaggio non ha più nulla da dire, il punto, l’estremo del linguaggio in cui il linguaggio non può più funzionare. Qui il linguaggio appare come la questione per indicare l’oltre del linguaggio, ciò che non appartiene al linguaggio. È quasi una citazione di Bataille. In questo senso, lo scrittore improvviserebbe, se l’improvvisazione significasse usare il linguaggio al limite del linguaggio. Ma tale definizione può funzionare anche per la musica? E in filosofia? C’è improvvisazione in filosofia? Riflettendo sull’evento di oggi, ho cercato di arrivarvi senza alcuna preparazione, giacché volevo essere più onesto possibile, e stare al gioco. Non ho preparato un testo, e neppure una riga di riflessione, come ho fatto per le conferenze tenute nei giorni precedenti. Ma è possibile improvvisare in maniera assoluta, vale a dire non essere assolutamente preparati? Significherebbe diventare musicista nel momento esatto in cui si inizia a suonare: un po’ difficile…. Tuttavia, anche lavorando a non lavorare alla preparazione, ho realizzato due pensieri che riguardano la filosofia. Il primo è che ogni filosofia afferma di iniziare senza alcun presupposto, ed è chiaro e comprensibile che se un filosofo affermasse “il mio presupposto è questo e quest’altro”, non sarebbe un filosofo, ma un ideologo.

⋯ ⋯Come sai, in un certo modo l’incarnazione della filosofia moderna è Hegel: la personificazione del più imponente sistema filosofico. Ciò nonostante, Hegel inizia la sua grande Logica facendo, precisamente, una sorta di introduzione, un primo capitolo prima del primo capitolo, il cui titolo è “con che si deve incominciare la scienza?”. Pensare senza un presupposto e chiedere un punto di cominciamento: sta certamente connettendo tra loro filosofia e improvvisazione. Hegel: un improvvisatore filosofico. Può essere questo un altro punto di innesco per leggere la logica del suo “sistema”. Nel punto iniziale possiamo trovare il punto di improvvisazione – oppure no. Ogni volta che vi è punto iniziale, vi è una sorta di improvvisazione. Hegel pone tale questione, e risponde: “in filosofia dobbiamo iniziare con il concetto più puro e quasi vuoto”, cioè l’Essere. C’è bisogno perlomeno che qualcosa inizi: l’Essere. E tale punto di partenza è vuoto. È la vuota copula, il mero essere: io sono Jean-Luc Nancy; questo è uno strumento musicale. Il genio di Hegel è consistito nel mostrare in che modo la copula vuota, senza alcun presupposto, in che modo tale vuoto del punto d’inizio distrugge se stesso proprio nel primo momento della sua stessa presentazione. Come, cioè, la presentazione del punto di partenza annichila il punto di partenza, divenendo qualcos’altro dal punto di partenza, in modo che divenire significhi la negazione della negazione. È la negazione della negazione ciò che produce il divenire. Qui troviamo il primo libro della logica greca: essere, nulla, divenire. È questa l’improvvisazione della filosofia. Poi, però, ho scoperto un’altra improvvisazione nella filosofia, che risale a molto prima di Hegel. ⋯  ⋯Ho scoperto l’improvvisazione filosofica di Platone. L’ho scoperta per caso, in quanto negli ultimi giorni dovevo citare alcuni passi dal dialogo di Platone, il Fedro, per le mie conferenze alla Södertörn University. E questa mattina mi è venuto alla mente che in quel dialogo vi era qualcosa sull’improvvisazione. L’ho riletto rapidamente, su internet (oggigiorno è sufficiente avere uno smartphone per leggere Platone), e… proprio così! All’inizio del Fedro, che è un importante dialogo di Platone sulla bellezza e sull’amore, Fedro, il giovane che Socrate ama, entra sulla scena del dialogo dopo aver udito il discorso di Lisia, un celebre sofista. Era assai acceso per l’argomento presentato da Lisia sull’amore, in cui si sosteneva che è meglio amare qualcuno che non ti ama piuttosto che colui che ti ama, etc. Egli legge a Socrate il discorso di Lisia. Quando Socrate contesta l’argomento di Lisia, Fedro gli chiede di “rispondere” al discorso di Lisia, e Socrate replica dicendo: “ma come posso io rispondere; non sono un bravo sofista, sono senza preparazione”. Fedro forza in qualche modo Socrate a parlare senza preparazione. La parola greca utilizzata da Platone per dire “senza preparazione” è autoskedizôn (Fedro, 236 d) che significa letteralmente fare un’analisi all’istante, in modo estemporaneo e, pertanto, senza preparazione. Quel che qui è importante non è fare filologia greca, ma comprendere il significato originale di estemporaneo: dire o pensare al momento, cioè senza attendere. Significato che diviene qui piuttosto risolutivo. Socrate dice: “bene, sono costretto a parlare in modo estemporaneo, proprio ora, senza preparazione”. E aggiunge: “Fedro, tu sai cosa farò?”, e Fedro risponde “No. Che cosa?”. E Socrate dice: “Mi coprirò il capo con un velo enkalupsámenos (Fedro, 237 a) mentre parlo, e questo per non guardarti e, così, procedere più rapidamente nel discorso e, allo stesso tempo, non vergognarmi di fronte a te per il fatto di parlare senza preparazione”. Se io avessi preparato questo discorso, mi sarei messo qualcosa per coprirmi il capo di fronte a te! Ora, perché abbiamo questa specie di piccola commedia all’inizio del dialogo di Platone, dove nulla è per caso, dove tutto è così ben preparato e nulla è improvvisato? Questa piccola scena è allestita per mostrare che Socrate, come sempre in Platone, è più forte di Lisia, ed è più forte perché parlerà meglio, fornendo argomenti migliori, e ciò proprio perché ha la capacità di parlare senza preparazione. Forse questo trionfo dell’improvvisazione in Platone, e forse, per la stessa ragione, dell’assenza di presupposto in Hegel, è un trionfo del Logos stesso. Nella sua struttura, Logos significa molte cose, ma soprattutto un inizio da sé che termina da sé. Tuttavia, forse preferirei dire qualcosa di diverso rispetto alla logica del logos. Preferirei dire qualche cosa più interessante della filosofia, dico sul serio: penso che la filosofia sia molto importante, necessaria, ma forse non la cosa più interessante, la più eccitante, forse non così eccitante come la musica, la pittura o la poesia. E la filosofia questo lo sa. Bene, perché allora questo elogio dell’improvvisazione? Forse perché, come dicevo all’inizio, vi è un oltre della significazione, in quanto la musica è oltre la significazione, l’arte in generale è oltre la significazione; ma non solo questo, in quanto anche un incontro è oltre la significazione. Cosa significa incontrare qualcuno? Non significa niente: un incontro ha a che fare con l’evento, con l’occorrenza di qualcosa, con l’esperienza che noi veniamo da e arriviamo a qualcosa. Questo è forse qualcosa che tutti sappiamo, con o senza filosofia, o anche con il senza della filosofia, come direbbe Marcia. Sappiamo che nessuna cosa ha un valore di interesse se non ha la qualità di un evento, se non ha la qualità di qualcosa di nuovo. Nuovo, ma non nel senso nella novità [novelty] come mero cambiamento solo per il gusto di cambiare. Quel che ci interessa maggiormente è l’accadere, la prima volta, dell’inizio: come la nascita di qualcuno, o come la creazione del mondo, o anche l’inaugurazione di qualcosa – una mostra, un edificio, il primo vero momento o l’istante che trae fuori qualcosa dalla legge della continuità, fuori dalla ripetizione. Nondimeno, ciò non implica che quel che richiede molta ripetizione, come un concerto musicale, farebbe soltanto esperienza di un inizio “dopo” la ripetizione. L’improvvisazione non significa suonare senza ripetizione, parlare senza preparazione, bensì prendere in carico la prima volta ogni volta, e in ogni luogo, in modo tale che ogni volta e in ogni luogo noi tocchiamo la prima volta. Come in una storia d’amore, la prima volta è accaduta ed è sempre ricordata, ma è così perché la prima volta dell’amore è continuamente [all the time] presente, così come un’improvvisazione. Forse l’improvvisazione è come dire “ti amo”, una frase che non significa nulla, certamente le parole più prive di significato che possiamo dire. In una certa misura nel dire ti amo dici molte cose e non dici nulla, ma ciò esprime il fatto che per tutto il tempo [all the time] vi è punto di incominciamento, e che questo è il motivo per cui è così difficile dirlo. È per questo che può anche accadere di rinunciare al proposito di dirlo, di sentirne troppo il rischio. Dunque io penso che l’improvvisazione sia qualcosa che ha a che vedere sul come venire all’esistenza, al mondo, al senso. Come venire al discorso? Come tenere un discorso sensato come quello di Socrate nel Fedro? Come, se il primo punto non può essere tenuto o saputo, ma dal primo punto affiora una disposizione costante che può essere tenuta lungo tutto il percorso sino alla fine, una disposizione che è il valore e la freschezza del primo momento? Come entrare in una parola [parole], discorso, conversazione, scrittura… se non con questo primo vero momento che non dice nient’altro se non che io sto scrivendo, suonando, ascoltando, dipingendo? Anche se non lo dico, quando incomincio a parlare l’io parlo parla tutto il tempo. L’io non ha alcun significato, non essendo altro che quella parola enigmatica, la più analizzata dai linguisti, che rende una frase la mia.
Direi che … possiamo interrompere qui la parte-conferenza di questo evento, che ne dici Marcia?

⋯  ⋯

Crediti
 • Jean-Luc Nancy •
 • Improvised lecture on improvisation •
  • Traduzione e introduzione di Igor Pelgreffi •
 • Pinterest •  wall-art jazz-trio •  •

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