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La parola inferno fa andare in crisi coloro che studiano teologia o la Sacra Scrittura e che sono abituati a parlare di inferno, perché non la trovano nel dizionario biblico. Nella Bibbia non c’è né la parola e neanche l’immagine dell’inferno. Nella vecchia traduzione la parola inferno si trovava in tre testi. Nella nuova c’è solo una volta, per dimenticanza, ignoranza o trascuratezza del traduttore. Nella parabola del ricco e del povero Lazzaro, Gesù dice – il vangelo è di Luca (16,23) – E nel soggiorno dei morti essendo di tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno. Soggiorno dei morti era tradotto con inferno. A quell’epoca si credeva che tutti, quando morivano, andavano a finire in un’enorme voragine sotto terra, un’enorme caverna, tutti buoni e cattivi, dove vivevano come ombre. Era il regno dei morti che nella lingua ebraica si scrive sheol, probabilmente è una radice ebraica che significa quello che ingoia, quello che inghiotte. Quando hanno tradotto la Bibbia dall’ebraico al greco non potevano mettere sheol, termine che i greci non conoscevano. Allora hanno preso dal mondo mitologico greco il termine Ade che indicava appunto il regno dei morti. Ade era il dio che presiedeva al regno dei morti, era chiamato anche Plutone o Giove sotterraneo. Dunque la traduzione dall’ebraico al greco ha usato al posto di regno dei morti il termine Ade. Quando il vangelo fu tradotto in latino questo termine venne tradotto con inferi. Nel mondo romano c’erano gli dei che stavano in cielo, si chiamavano superi e quelli che stavano in basso si chiamavano inferi, le divinità del regno della morte. Quando nel Credo si diceva Gesù morì, fu sepolto e discese agli inferi, si voleva dire che era andato nel regno dei morti a comunicare la sua vita a quelli che erano morti prima di lui.
Un altro testo dove si trova questo termine inferno è la seconda lettera di Pietro. La vecchia edizione riportava (2Pt 2,4) Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno serbandoli per il giudizio. Oggi, nella nuova edizione si legge Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò in abissi tenebrosi tenendoli prigionieri per il giudizio: non c’è più la parola inferno. L’autore aveva tradotto con inferno il verbo greco tartaròo da cui tartaro, che significa essere gettati nel tartaro. Nel mondo mitologico greco il tartaro era l’opposto del cielo, era il luogo di condanna per i malvagi. Le immagini che Dante Alighieri ha nella La divina commedia (di stagni di fuoco, di gente che si mangia, di esseri che torturano) vengono prese proprio da questo mondo mitologico: il tartaro. Essere gettati nel tartaro significa essere gettati nel più sprofondo della terra. Un’interpretazione non esatta nella vecchia edizione aveva tradotto con inferno, ma non si trattava di inferno, proprio perché nel mondo ebraico non c’era il concetto dell’inferno.
L’altro termine si trova nel libro dell’Apocalisse dove si leggeva nel cap. 6,8: Colui che lo cavalcava si chiama morte e gli veniva dietro l’inferno. Qui c’era il termine Ade che abbiamo visto. Adesso si legge: Colui che lo cavalcava si chiamava morte e gli inferi lo seguivano, cioè il regno dei morti.
È importante che si siano superate queste traduzioni errate. Molta gente, nei secoli, non è riuscita a percepire l’amore di Dio, terrorizzata e angosciata da queste immagini dell’inferno. E tanta gente ha rifiutato un Dio del genere. Secondo una certa teologia anche per un singolo peccato mortale si veniva condannato all’inferno per tutta l’eternità. Dio era capace per un solo peccato a condannare per tutta l’eternità. Molte persone hanno rifiutato questo Dio.
Questa immagine dell’inferno nei vangeli non c’è. Da parte di Gesù c’è una proposta positiva che è una pienezza di vita. Il rifiuto, o la non accettazione di questa proposta, porta alla pienezza della morte. Nel Nuovo Testamento non si parla di inferno, ma si parla di morte seconda. C’è una prima morte alla quale andiamo tutti incontro: è la morte biologica. Quando arriva questa morte noi non faremo esperienza della seconda morte perché abbiamo una pienezza di vita tale che continueremo a vivere. Se quando arriva la morte trova un corpo svuotato di energie vitali perché una persona ha vissuto soltanto per sé, non ha mai risposto agli impulsi d’amore e ai limiti degli altri, allora è la fine dell’individuo. La morte fisica corrisponde con la morte dell’individuo. Per questo l’Apocalisse dice: Beati quelli che non vengono colpiti dalla morte seconda.
Questi esempi danno l’idea che è importante la traduzione perché su di essa si basa la teologia. Da 1500 anni si ha una traduzione piena di errori, di modifiche, di accrescimenti. Essi hanno portato a tanti danni nella teologia e nella spiritualità della Chiesa cattolica. Ringraziamo il cielo che viviamo in un’epoca in cui abbiamo potuto scoprire questa realtà del vangelo e chissà in futuro quante ce ne saranno, siamo appena alla primavera.

Crediti
 • Alberto Maggi •
 • Infernali Traduzioni •
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