Interiorità ed esteriorità

Perché tanta partecipazione di giovani a reality show come Il Grande Fratello, L’isola dei famosi e altre trasmissioni consimili, dove si esibiscono senza pudore i sentimenti più profondi e i segreti più nascosti della propria intimità? Se questi spettacoli sono particolarmente seguiti nelle ore pomeridiane e serali da un vasto pubblico vuol dire che oggi la cosa più sconosciuta e di cui si ha la massima curiosità non è più, come un tempo, la vita degli dèi o dei sovrani, ma la vita comune interpretata da persone comuni, la vita quotidiana di tutti noi.
Brutto segno. Perché questo significa che sono crollate le pareti che consentono di distinguere l’interiorità dall’esteriorità, la parte discreta, singolare, privata, intima di ciascuno di noi dalla sua esposizione e pubblicizzazione.
Se infatti chiamiamo intimo ciò che si nega all’estraneo per concederlo a chi si vuol fare entrare nel proprio segreto profondo e spesso ignoto a noi stessi, allora il pudore, che difende la nostra intimità, difende anche la nostra libertà. E la difende in quel nucleo dove la nostra identità personale decide che tipo di relazione instaurare con l’altro.
Il pudore, infatti, non è una faccenda di vesti, sottovesti o abbigliamento intimo, ma una sorta di vigilanza, dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l’altro.
Si può infatti essere nudi senza nulla concedere, senza aprire all’altro neppure una fessura della propria anima.
La nudità del nostro corpo non dice ancora nulla della nostra disponibilità all’altro.
Siccome agli altri siamo irrimediabilmente esposti e, come ci ricorda Sartre, dallo sguardo degli altri siamo irrimediabilmente oggettivati, il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività in modo da essere segretamente se stessi in presenza degli altri. E qui l’intimità si coniuga con la discrezione, nel senso che, se essere in intimità con un altro significa essere irrimediabilmente nelle mani dell’altro, nell’intimità occorre essere discreti e non svelare per intero il proprio intimo, affinché non si dissolva quel mistero che, se interamente svelato, estingue non solo la fonte della fascinazione, ma anche il recinto della nostra identità, che a questo punto non è più disponibile neppure per noi.
Ma contro tutto ciò soffia il vento del nostro tempo che vuole la pubblicizzazione dell’intimo, perché in una società consumistica, dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume che contagia anche il comportamento dei giovani, i quali hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, per cui, come le merci, il mondo è diventato una mostra, un’esposizione pubblica che è impossibile non visitare perché comunque ci siamo dentro.
In questo modo molti giovani scambiano la loro identità con la pubblicità dell’immagine e, così facendo, si producono in quella metamorfosi dell’individuo che non cerca più se stesso, ma la pubblicità che lo costruisce. Per effetto di questa esposizione, che abolisce la parola segreta, quella intima, quella nascosta, il pudore, per loro, non è più un sentimento umano, il tracciato di un limite.
La parola che li espone pubblicamente ha rotto i confini, e l’anima, che un giorno abitava il segreto della loro interiorità, si è esteriorizzata come la pelle rovesciata di un serpente.
CChi infatti non irradia una forza di esibizione e di attrazione più intensa degli altri, chi non si mette in mostra e non è irraggiato dalla luce della pubblicità non ha la forza di sollecitarci, di lui neppure ci accorgiamo, il suo richiamo non lo avvertiamo, non ci lasciamo coinvolgere, non lo riconosciamo, non lo usiamo, non lo consumiamo, al limite non c’è.
Per esserci bisogna dunque apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un corpo, non un’abilità, non un messaggio, pur di apparire ed uscire dall’anonimato mette in mostra la propria interiorità, dove è custodita quella riserva di sensazioni, sentimenti, significati propri che resistono all’omologazione, che, nella nostra società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui.
Il Grande Fratello o L’isola dei famosi sono stati ideati fondamentalmente per questo, ma falliscono lo scopo, perché quando una dozzina di persone sono chiuse in uno spazio ristretto o relegate su un’isola remota, senza libri né giornali, con nulla da fare per tutto il giorno, quello che mostreranno non sarà assolutamente la loro normalità, ma la loro patologia. Sviscereranno quanto di più contorto c’è nella loro anima, senza la possibilità di contenerla, come facciamo noi nella vita reale con le occupazioni e il lavoro.
Spettacolo della pazzia quindi, e non della normalità.

Crediti
 • Umberto Galimberti •
 • L'ospite inquietante •
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