Intimità aperta
Kafka individuava il momento esatto in cui la scrittura ha potuto trasformarsi per lui in letteratura: il momento in cui ha potuto sostituire Io con Egli. Quando lo scrittore priva l’opera dell’ingombro della propria persona, quando ha la forza di imporre il silenzio di sé alle parole, l’opera può finalmente compiersi. È quel silenzio che Blanchot scruta con l’occhio ingigantito dalla lente dell’investigatore, cercando di capire, di aprire, come un chirurgo, il corpo della scrittura per scrutarne i vuoti, gli spazi cavi dove erano annidate le ossessioni. La distanza tra ossessione e silenzio negli scritti di Blanchot è minima: l’ossessione del critico francese è il vuoto stesso, la parola sottratta, taciuta. Come la parola emerge dal silenzio così il silenzio riassorbe la parola emersa. Guido Neri scrive che le parole di Blanchot creano un vuoto piuttosto che un mondo. E in effetti chi volesse trovare nella sua produzione il rigore dell’argomentazione resterebbe deluso. Blanchot procede per frammenti, rasentando la provocazione e l’oscurità di pensiero, tagliando fuori il lettore dalle spaventose fantasie che lo perseguitano: silenzio, vuoto, assenza. Lo spazio letterario è costituito, per Blanchot, da tutto quello che non si legge e tuttavia dà consistenza alla pagina, la struttura, spesso la precede e ne giustifica l’esistenza. L’autore che dedica la propria esistenza alla letteratura, invece, è sempre in cerca di ragione e assoluzione. Scrivere è il peccato commesso da chi si paragona a Dio e nominando crea, destinato a rimanere escluso e misconosciuto dalla sua stessa creazione. Questo è l’opera per l’autore: un segreto da cui resta separato. Secondo alcuni critici ciò conduce al paradosso per cui l’opera si realizzerebbe esclusivamente nella sua negazione, un’opera, dunque, che priva il linguaggio della sua funzione primaria, della possibilità di esprimersi, di comunicare. In alternativa all’autore spetterebbe nient’altro che andare incontro a una deriva autistica, crollare nel solipsismo che lo spinge a scrivere indugiando sempre e per sempre sulle proprie ossessioni. In realtà quello che chiede Blanchot è una riconversione del concetto di opera: l’opera non esprime niente e niente ha da esprimere, l’opera semplicemente è, e fuori di questo non è niente. Si realizza nella solitudine e a questa solitudine appartiene. Ciò non significa che l’opera sia destinata all’incomunicabilità. È anzi nell’incontro tra la solitudine che l’ha creata e quella che l’ha accolta che l’opera s’invera pienamente poiché chi la legge entra nell’affermazione della solitudine dell’opera, come chi la scrive appartiene al rischio di questa solitudine. È quel momento, che Blanchot definisce di intimità aperta tra scrittore e lettore, il momento fondante della letteratura. Ma il silenzio dell’opera non si manifesta solo nella solitudine che la circonda, il silenzio è anche l’ultima possibilità che lo scrittore ha per esprimersi, è la forza grazie alla quale colui che scrive, essendosi privato di se stesso, avendo rinunciato a se stesso, nel cancellarsi ha tuttavia mantenuto l’autorità di un potere, la decisione di tacere. L’autore diventa l’aria che l’opera respira, il tono, il silenzio che egli ha imposto alla parola, lo spazio bianco in cui questa si dispiega. E tuttavia nell’opera è ancora possibile riconoscere l’identità dell’autore poiché la qualità, la singolarità di quel silenzio garantiscono l’appartenenza dell’opera a chi l’ha scritta. È quel silenzio che ancora agisce, che diventa per il lettore una forza riconoscibile. Quel silenzio ancora appartiene a qualcuno.

Crediti
 • Maria Lo Conti •
 • Pinterest • Octavian Florescu  •  •

Similari
⋯  ⋯Sexistenza
117% Anna Maria TocchettoFrammentiJean-Luc Nancy
Esiste l’amore in tutta la sterminata estensione del termine, l’amore senza confini, l’amore per l’umanità, il mondo, la musica, il mare o la montagna, la poesia o la filosofia, che è essa stessa amore della sapienza. Non è così? Quest’ultima, a sua volta⋯
Markus SchinwaldMovimento illimitato
95% FrammentiMaria Lo Conti
Fra i teorici del romanzo, le espressioni per definire il medesimo vizio – scrivere – si moltiplicano all’infinito. Tra queste ce n’è una del critico e filosofo francese Maurice Blanchot che dice: Scrivere è scongiurare gli spiriti, è forse liberarli cont⋯
⋯ Nikolaj VasilUn balzo e una scivolata
50% FrammentiVladimir D. Nabokov
Gogol’ era una creatura strana, ma il genio è sempre strano; solo il vostro sano scrittore di second’ordine appare al grato lettore un saggio amico di vecchia data che in bell’ordine sviluppa le nozioni sulla vita del lettore stesso. La grande letteratura⋯
 ⋯ Civiltà della scrittura
44% FrammentiPierre Hadot
La vera formazione è sempre orale, poiché solo la parola orale permette il dialogo, ossia la possibilità per il discepolo di scoprire egli stesso la verità nello scambio delle domande e delle risposte, e anche la possibilità per il maestro di adattare il ⋯
Paul Apalkin ⋯ Parola di scrittura
43% FrammentiGabriele PianaLinguaggio
La parola non dialettica è appunto intransitiva, ossia sospende la struttura attributiva e referenziale del linguaggio, e dunque non descrive o non rappresenta la morte. Tuttavia lo spazio in cui si dispiega questa parola non dialettica, che è una parola ⋯
 ⋯ La sofferenza dell’essere bella
42% Alessandro BariccoFrammenti
Elena è una donna sola che vuole tornare a casa. Stanca di essere guardata, di essere additata come causa primordiale di tutte le sciagure o come causa di morte di migliaia di persone, accecate dal vapore velenoso del suo splendore. Ogni volta che si affo⋯