Ivan Turgenev - Il sogno
Turgenev (1818-1883) non può essere detto uno scrittore fantastico; i suoi racconti che possono definirsi tali si contano sulle dita d’una mano. Il sogno è un racconto d’un’ambiguità perfetta, sospeso nell’incertezza se il personaggio misterioso sia morto o vivo, incertezza che continua nella bellissima scena finale del corpo sulla spiaggia coperta d’alghe.
Oltre a costituire un esempio di modernità psicologica raro in quell’epoca (preannuncio di temi che la psicoanalisi renderà canonici), questo racconto ci presenta uno dei rari casi di sogno raccontato da uno scrittore che somigli ai sogni che si fanno davvero.

  1. Vivevo a quel tempo con mia madre in una piccola città marittima. Avevo compiuto diciassette anni, e mia madre non ne aveva ancora trentacinque: si era sposata molto giovane. Quando morì mio padre, io avevo soltanto sei anni, ma di lui mi ricordo benissimo. La mia mamma era una donna piccolina di statura, bionda, con un viso incantevole ma sempre melanconico, con una voce sommessa e stanca, e i gesti timidi. In gioventù era famosa per la sua bellezza e sino alla morte rimase attraente e simpatica. Non avevo mai veduto occhi più profondi, più dolci e più tristi e capelli più morbidi e fini e mani più belle. Io l’adoravo e lei mi amava… ma la nostra vita non trascorreva lieta: pareva che un misterioso, immeritato e insanabile dolore rodesse continuamente le più intime profondità della vita di lei. Questo dolore non poteva spiegarsi soltanto con la mancanza di un padre, per quanto questa fosse sensibile e mia madre avesse amato appassionatamente il marito e ne serbasse un sacro ricordo… No! Doveva esserci qualcosa d’altro che, pur sfuggendomi, intuivo, intuivo confusamente ma intensamente, non appena guardavo quegli occhi immobili e dolci, quelle labbra bellissime anch’esse immobili, non soltanto serrate con amarezza ma come se fossero state impietrite per sempre.
    Ho detto che mia madre mi amava; c’erano però momenti nei quali essa mi respingeva e la mia presenza le riusciva penosa, e addirittura insopportabile.
    Pareva che allora provasse per me un’involontaria avversione, di cui però sentiva poi orrore, e allora se ne incolpava piangendo e mi stringeva forte al cuore. Io attribuivo quei momentanei scatti ostili alla sua malferma salute, alla sua infelicità… È vero che questi sentimenti avrebbero potuto sino a un certo punto essere provocati da non so quali strani e anche per me incomprensibili miei scatti di malevolenza e anche delittuosi che a tratti sorgevano in me… Però questi miei scatti non concordavano coi momenti di avversione di mia madre.
    Mia madre vestiva sempre di nero come se fosse in lutto. Conducevamo una vita abbastanza agiata, senza però frequentare nessuno.
  2. Mia madre aveva concentrato su me tutti i suoi pensieri e le sue preoccupazioni. La sua vita era intimamente fusa con la mia. Un tal genere di rapporti tra genitori e figli non giova sempre a questi ultimi: sono anzi piuttosto dannosi. Io ero figlio unico e i figli unici di solito hanno uno sviluppo mentale diverso da quello degli altri ragazzi. I genitori, educandoli, si preoccupano di loro quanto di se stessi… E questo non va. Io non sono cresciuto viziato né cattivo (cose che accadono ai figli unici), ma i miei nervi in quel periodo si sono guastati; inoltre la mia salute era piuttosto cagionevole, come quella della mamma alla quale rassomigliavo molto anche nei tratti del volto. Sfuggivo la compagnia dei miei coetanei; schivavo, in genere, la gente ed ero persino taciturno con mia madre. Soprattutto mi piaceva leggere, passeggiare solo e sognare… sognare! È difficile dire quali fossero i miei sogni: mi pareva talvolta di trovarmi davanti a una porta socchiusa, dietro la quale si nascondessero misteriosi segreti. Stavo lì e aspettavo languendo senza varcare la soglia di quella tal porta, sempre pensando a ciò che sì trovava davanti a me… E sempre aspettavo sentendomi venir meno o mi addormentavo… Se avesse in me palpitato una vena poetica, probabilmente avrei cominciato a scrivere versi; se avessi sentito inclinazione per la religione forse mi sarei fatto monaco. Ma nulla in me c’era di tutto questo e io continuavo a sognare e ad aspettare.
  3. Poco fa ricordai che talvolta io mi addormentavo sotto l’impressione di fantasie e di pensieri vaghi. In genere dormivo molto e i sogni rappresentavano nella mia vita una parte importante. Sognavo quasi ogni notte. E questi sogni non li dimenticavo, davo loro un significato, li consideravo predizioni, cercavo di indovinare il loro misterioso significato: alcuni di essi si ripetevano di tanto in tanto, il che sempre mi appariva strano, strano e straordinario. Uno in particolare mi turbava. Mi pareva di procedere per una strada stretta e mal lastricata di un’antica città in mezzo a case di pietra a molti piani e con i tetti aguzzi. Sto cercando mio padre che non è morto, ma chi sa perché si nasconde a noi e vive proprio in una di quelle case.
    Ed ecco varco un portone basso e scuro, attraverso un lungo cortile, ingombro di travi e di assi ed entro, infine, in una piccola cameretta con due finestre rotonde. In mezzo alla stanza sta in piedi mio padre in veste da camera e fuma la pipa. Non assomiglia per nulla al mio vero padre: è alto, magro, dai capelli neri e il naso aquilino, ha occhi cupi e penetranti. Dimostra una quarantina d’anni. Non è contento che io l’abbia trovato e neppure io gioisco del nostro incontro e rimango perplesso. Egli si volta leggermente da una parte, comincia a borbottare non so cosa e cammina su e giù a piccoli passi… Poi a poco a poco si allontana, senza smettere di borbottare e guardando continuamente indietro, al di sopra delle spalle. La stanza si allarga e si dissolve in una nebbia… Improvvisamente mi atterrisce il pensiero di perdere di nuovo mio padre: mi slancio dietro di lui, ma non lo vedo più e non odo altro che il suo brontolio irritato, da orso… Il cuore mi viene meno: mi sveglio e per un pezzo non riesco più a prender sonno… Per tutto il giorno successivo ho in mente questo sogno e, naturalmente, non riesco a spiegarlo.
  4. Ecco arrivato il mese di giugno. La città in cui vivevo con mia madre in quel periodo si animava in modo straordinario: moltissime navi giungevano nel porto e moltissime facce nuove comparivano per le strade. Mi piaceva allora gironzolare lungo il mare, davanti ai caffè e agli alberghi, osservando marinai e altri tipi di ogni specie, seduti sotto tettoie di tela, di fronte a piccoli tavolini bianchi con brocche di latta piene di birra.
    Ed ecco che un giorno, passando davanti a un caffè, scorsi un uomo che immediatamente attirò sopra di me tutta la mia attenzione. Vestito di una lunga casacca nera, con un cappello nero calcato sugli occhi, stava seduto immobile con le braccia conserte. Rade ciocche di capelli neri gli cadevano sin quasi sul naso: le labbra sottili serravano il bocchino di una corta pipa… Quell’uomo mi parve talmente conosciuto, ogni lineamento del suo scuro viso giallastro, tutta la sua figura era a tal punto impressa nel mio ricordo che non potei fare a meno di fermarmi davanti, e non potei non farmi questa domanda: chi è quell’uomo? Dove l’ho visto? Quegli, sentendo probabilmente la fissità del mio sguardo, alzò su me i suoi occhi neri, pungenti… senza volerlo feci un’esclamazione di meraviglia… Quell’uomo era quel padre che io cercavo e che avevo veduto in sogno! Non era possibile che mi sbagliassi: la somiglianza era troppo evidente. Sì, sì, persino quel casaccone a larghe falde che copriva il magro corpo di lui ricordava per il colore e per la foggia quella veste da camera in cui mi era apparso mio padre… Sogno io forse? pensai. No… È giorno, tutt’attorno rumoreggia la folla, il sole splende vivissimo nel cielo azzurro e davanti a me non esiste un fantasma, ma un uomo reale. Mi accostai a un tavolino libero, chiesi un bicchiere di birra, un giornale e mi sedetti poco lontano da quell’essere misterioso.
  5. Sempre col giornale appiccicato al viso continuai a divorare con gli occhi lo sconosciuto. Egli stava quasi immobile e solo a tratti sollevava il capo quasi costantemente abbassato. Era ovvio che aspettava qualcuno. Io continuavo a guardare, a guardare… a momenti mi pareva che tutto fosse frutto della mia immaginazione, che non esistesse alcuna somiglianza e che io fossi preda di un involontario inganno della mia fantasia… ma quando quello improvvisamente si voltava un po’ sulla sedia o sollevava leggermente le mani, dovevo di nuovo trattenermi a stento dal fare un’esclamazione di meraviglia e di nuovo vedevo davanti a me il mio padre notturno. Egli, infine, si accorse della mia insistente osservazione e prima con stupore, poi con stizza, guardando verso di me, mentre era già in procinto di alzarsi fece cadere un piccolo bastoncino che aveva appoggiato al tavolo. Balzai immediatamente in piedi, raccolsi il bastone e glielo porsi. Il cuore mi batteva forte.
    Egli sorrise forzatamente, mi ringraziò e avvicinando il suo viso al mio, sollevò le sopracciglia e socchiuse un po’ le labbra, come se qualcosa l’avesse colpito.
    «Siete molto cortese, giovane signore» prese a dire con voce nasale, brusca e asciutta. «Oggigiorno è una cosa assai rara. Permettete che mi rallegri con voi: avete avuto una buona educazione».
    Non ricordo con esattezza che cosa gli risposi, ma tra di noi s’intrecciò una conversazione. Venni a sapere che era un mio connazionale, tornato da poco dall’America dov’era vissuto per molti anni e dove si preparava a far ritorno.
    Disse di essere il barone…, ma non riuscii a capire bene il nome. Egli come il mio padre notturno terminava ogni sua frase con un incomprensibile borbottio interno. Volle sapere il mio cognome… Uditolo che l’ebbe, parve di nuovo stupirsi; poi mi chiese se abitassi in quella città da molto tempo e con chi. Gli risposi che vivevo con mia madre.
    «E vostro padre?» «Mio padre è morto molto tempo fa».
    Egli volle sapere il nome di battesimo di mia madre e subito scoppiò in una goffa risata di cui si scusò dicendo che questa era un’abitudine americana e che del resto egli era un grande originale. Quindi volle sapere dove si trovasse il nostro appartamento. Glielo dissi.
  6. L’agitazione che si era impadronita di me all’inizio della nostra conversazione a poco a poco si calmò; considerai la nostra conoscenza un po’ strana… e nient’altro. Non mi piaceva il sorrisetto col quale mi interrogava il signor barone e non mi piaceva neppure l’espressione dei suoi occhi quando pareva conficcarli in me… In essi c’era qualcosa di feroce e di protettivo insieme… qualcosa che metteva paura. Quegli occhi in sogno non li avevo veduti. Che viso strano aveva il barone! Appassito, stanco, e nello stesso tempo giovanile, ma giovanile in modo antipatico! Il mio padre notturno non aveva neppure quella profonda cicatrice che attraversava di sbieco tutta la fronte del mio nuovo conoscente e che non avevo notato sino a quando non mi ero maggiormente avvicinato a lui.
    Avevo appena comunicato il nome della strada e il numero della casa in cui abitavamo, che un negro di alta statura, avvolto sino alle sopracciglia in un mantello, si avvicinò a lui da dietro e gli batté leggermente su una spalla. Il barone si voltò e disse: «Ah, finalmente!» e, dopo avermi fatto un lieve cenno del capo, si diresse col negro verso l’interno del caffè. Rimasi sotto la tettoia per osservare l’uscita del barone, non tanto per riprendere la mia conversazione con lui (non sapevo veramente di che cosa avrei potuto parlare) quanto per verificare di nuovo la mia primitiva impressione. Ma passò mezz’ora… passò un’ora… Il barone non compariva. Entrai nel caffè, percorsi tutti i locali ma non trovai tracce né del barone né del negro… Entrambi si erano forse allontanati per la porta posteriore… Cominciai a sentirmi un po’ male di capo e, per prendere una boccata d’aria, mi diressi sul lungomare sino a un vasto parco suburbano, piantato circa duecento anni addietro. Dopo aver passeggiato per circa due ore all’ombra di platani e querce gigantesche, tornai a casa.
  7. Appena entrai in anticamera, la nostra cameriera mi si precipitò incontro, tutta allarmata. Dall’espressione del suo viso indovinai subito che durante la mia assenza doveva essere accaduto in casa qualcosa di brutto. E seppi infatti che un’ora prima, nella camera da letto di mia madre, era risonato un terribile grido; la cameriera accorsa aveva trovato mia madre in terra, colta da uno svenimento che era durato qualche minuto. La mamma aveva poi ripreso i sensi, ma era stata costretta a coricarsi e aveva un aspetto strano e spaurito; non parlava, non rispondeva alle domande e continuava a guardarsi attorno e a rabbrividire. La cameriera aveva mandato il giardiniere a chiamare il dottore. Questi era giunto, aveva prescritto un calmante, ma neanche a lui essa aveva voluto dir nulla. Il giardiniere assicurava che, qualche minuto dopo il grido che era risonato in camera della mamma, egli aveva veduto uno sconosciuto attraversare di corsa le aiuole del giardino e dirigersi verso il cancello che dava sulla strada. (Abitavamo in una casa a un solo piano, con le finestre che guardavano in un giardino piuttosto grande.) Il giardiniere non era riuscito a vedere bene il volto di quell’uomo che era magro, con un cappello di paglia molto calcato sul capo e una giacca dalle falde lunghe. È il vestito del barone! mi passò in mente come un lampo. Il giardiniere non poté raggiungerlo e, d’altra parte, era stato subito chiamato in casa a cercare del dottore. Entrai in camera della mamma: era a letto, più pallida del guanciale sul quale posava il capo. Riconosciutomi, mi sorrise debolmente e mi tese la mano. Mi sedetti accanto a lei e cominciai a farle delle domande: da principio non voleva parlare, ma alla fine confessò di aver veduto qualcosa che l’aveva atterrita.
    «È entrato qualcuno?» le domandai.
    «No» mi rispose in fretta. «Non è entrato nessuno, ma ho avuto questa impressione, mi è sembrato…» Poi tacque e si coprì gli occhi con una mano.
    Stavo per dirle ciò che avevo saputo dal giardiniere e raccontarle anche il mio incontro col barone, ma, chi sa perché, le parole morirono sulle mie labbra… Decisi però di far notare alla mamma che di solito i fantasmi non appaiono di giorno.
    «Smettila, ti prego» sussurrò lei. «Non tormentarmi, ora. Un giorno saprai…» E di nuovo tacque.
    Le sue mani erano gelide e il polso batteva rapido e irregolare. Le feci bere la medicina e mi scostai un po’ per non disturbarla.
    Per tutto il giorno rimase a letto. Giaceva immobile e silenziosa; solo a tratti sospirava profondamente e apriva spaventata gli occhi. Tutti in casa eravamo pieni di perplessità.
  8. Durante la notte la mamma fu colta da una leggera febbre e mi fece uscire. Io però non andai in camera mia, ma mi sdraiai sul divano nella camera vicina.
    Ogni quarto d’ora mi alzavo, mi avvicinavo in punta di piedi alla porta e ascoltavo. Tutto era silenzio, ma credo che mia madre non abbia dormito per l’intera notte. Quando la mattina presto entrai da lei il suo viso era accaldato, gli occhi splendevano di una luce innaturale. Durante il giorno si sentì un po’ meglio, però verso sera di nuovo la febbre crebbe. Sino ad allora ella si era chiusa in un ostinato silenzio ma poi d’un tratto prese a parlare con una voce spezzata e rapida. Non delirava, le sue parole erano spezzate e fra esse non c’era alcun legame. Poco prima della mezzanotte ella si sollevò con un moto convulso (ero seduto accanto a lei) e sempre con voce rapida, bevendo senza posa sorsi d’acqua dal bicchiere, agitando debolmente le mani e senza mai guardare, cominciò a raccontare… Si fermava, faceva uno sforzo su se stessa e riprendeva… Era una cosa così strana che pareva avvenisse in sogno, come se lei fosse assente, come se qualcun altro parlasse per sua bocca o la costringesse a parlare.
  9. «Ascolta ciò che sto per dirti» cominciò. «Non sei più un bambino, ormai, devi sapere tutto. Io avevo una buona amica…» Ella sposò un uomo che amava con tutto il cuore e fu molto felice con suo marito. Durante il primo anno di matrimonio andarono tutti e due nella capitale per trascorrervi qualche settimana e divertirsi. Presero alloggio in un bell’albergo e frequentarono molti teatri e riunioni. La mia amica era molto graziosa; tutti la notavano e i giovanotti le facevano la corte. Tra di essi c’era un… ufficiale.
    Questi la seguiva dappertutto e dovunque ella andasse vedeva gli occhi neri e malvagi di lui. L’ufficiale non fece conoscenza con lei e non le parlò mai: si limitava a guardarla sempre in modo insolente e strano. Tutti i piaceri della vita della capitale erano amareggiati dalla sua presenza; ella cominciò a pregare il marito di affrettare la partenza e già erano in procinto di mettersi in viaggio.
    «Una sera suo marito si recò al club: era stato invitato per una partita a carte da alcuni ufficiali dello stesso reggimento cui apparteneva anche quell’ufficiale…» Ella rimase sola per la prima volta. Il marito tardava a rientrare, ella allora licenziò la cameriera e andò a dormire… D’un tratto provò un senso di raccapriccio e si sentì presa dal freddo e da un violento tremito. Le era parso di udire un leggero rumore dietro la parete come un cane che raschiasse e volse gli occhi verso quella parte. In un angolo ardeva un lumino; la stanza era tutta rivestita di stoffa… D’improvviso qualcosa si mosse in quel punto, si sollevò, si aprì… E dalla parete, tutto nero e lungo, uscì quell’uomo spaventoso dagli occhi malvagi! Volle gridare ma non poté.
    Si sentì venir meno della paura. Egli le si accostò rapidamente, come una bestia selvaggia e le buttò sul capo qualcosa di soffocante, di pesante, di bianco… che cosa sia accaduto, poi, non ricordo… non ricordo! Qualcosa che pareva una morte, un’uccisione… Quando finalmente si disperse quella nebbia spaventosa, quando io… cioè quando la mia amica tornò in sé, nella stanza non c’era più nessuno. Per un bel pezzo non ebbe forza di gridare… finalmente ci riuscì… ma poi di nuovo tutto si confuse davanti a lei… «Poi vide accanto a sé il marito che era stato trattenuto al club sino alle due di notte… Aveva il viso stravolto. Cominciò a interrogarla, ma non gli disse nulla… Poi si ammalò…» Ricordo però che, rimasta sola nella stanza, ella guardò quel punto della parete… Sotto la rivestitura apparve una porta segreta. E dalla sua mano era scomparso l’anello di fidanzamento, un anello di fattura tutta particolare: sette stelline d’oro si alternavano a sette stelline d’argento. Era un vecchio gioiello di famiglia. Il marito le chiese che cosa fosse accaduto dell’anello, ma ella non poté rispondere nulla. Egli pensò che l’avesse perso, lo cercò ovunque ma non riuscì a trovarlo da nessuna parte.
    Fu assalito da un senso di angoscia e decise di tornare al più presto a casa e, non appena il dottore lo consentì, essi abbandonarono la capitale… Ma figurati! Il giorno stesso della loro partenza s’imbatterono per strada in una barella in cui giaceva un uomo ucciso con la fronte spaccata e… figurati! quell’uomo era precisamente il terribile visitatore notturno dagli occhi malvagi: era stato ucciso durante una partita a carte! «La mia amica si recò poi in campagna… divenne madre per la prima volta… e visse alcuni anni col marito. Egli non seppe mai nulla, ma che cosa ella avrebbe potuto dirgli? Lei stessa non lo sapeva».
    «Però la felicità di prima scomparve. Nella loro vita si fece il buio ed essi non riuscirono più a dissiparlo. Loro due non avevano avuto figli; e non ne ebbero dopo… E quel figlio!…» La mamma, tutta scossa da un tremito, si coprì il viso con le mani.
    «Dimmi ora» proseguì, con forza raddoppiata «la mia amica è forse colpevole? Poteva rimproverarsi qualche cosa? Ella era stata punita, ma non era forse in diritto di dichiarare davanti a Dio che il castigo che l’aveva colpita era ingiusto? E allora perché a lei, come a una delinquente straziata da rimorsi di coscienza, perché il passato doveva affacciarsi dopo tanti anni in modo così terribile? Macbeth aveva ucciso Banco e non ci si stupisce che potesse avere delle visioni… ma io…» A questo punto il racconto della mamma si fece talmente confuso e aggrovigliato che non compresi più nulla… ma ormai ero certo che essa non delirava.
  10. Quale sconvolgente impressione abbia prodotto su me il racconto di mia madre ciascuno potrà facilmente comprendere! Dalle prime sue parole ho indovinato che essa parlava di sé e non di una conoscente; l’errore sfuggitole di bocca non aveva fatto che confermare quello di cui ero quasi sicuro. Forse era proprio mio padre quello che io ritrovavo in sogno, che io avevo veduto nella realtà! Non era morto, come credeva la mamma, ma era stato soltanto ferito… Ed egli era tornato da lei, ma era fuggito, spaventato dal terrore che aveva destato… Tutto mi fu improvvisamente chiaro: e compresi allora quel senso di involontaria avversione verso di me che sorgeva talvolta in mia madre e la sua perenne tristezza e la nostra vita solitaria… Ricordo che cominciai a sentire che la testa mi girava… e l’afferrai con tutte e due le mani come per trattenerla ferma. Ma un pensiero vi si era fitto come un chiodo: avevo deciso che, a qualsiasi costo, avrei ritrovato quell’uomo! Perché? A quale scopo? Non me ne rendevo conto, ma ritrovarlo, ritrovarlo era divenuto per me questione di vita o di morte! Il mattino seguente la mamma si era finalmente calmata, la febbre era scomparsa ed essa aveva preso sonno.
    Dopo averla raccomandata alle cure dei miei padroni di casa e dei servi, iniziai le ricerche.
  11. Mi diressi anzitutto, com’è logico, al caffè dove avevo incontrato il barone; ma nel caffè nessuno lo conosceva e gli aveva mai fatto caso; era un avventore casuale. Il negro invece era stato notato dal proprietario (la sua figura saltava troppo agli occhi) ma non sapevano chi fosse, dove abitasse e nessuno fu in grado di darmi alcuna indicazione. Dopo aver lasciato, per qualsiasi evenienza, il mio indirizzo al caffè, cominciai a percorrere le strade e il lungomare nelle vicinanze del porto, i viali, guardai in tutti i locali pubblici, ma in nessuna parte trovai alcuno che assomigliasse al barone o al suo compagno… Poiché non avevo inteso bene il nome del barone, mi mancò la possibilità di rivolgermi alla polizia; tuttavia informai due o tre tutori dell’ordine pubblico (a dire il vero mi guardarono con un certo stupore e non credettero affatto alle mie parole) e promisi che avrei ricompensato generosamente il loro zelo se fossero riusciti a trovare le tracce dei due individui, la cui descrizione cercai di fare nel modo più preciso possibile.
    Dopo aver continuato le mie ricerche sino all’ora di pranzo, tornai a casa, sfinito dalla stanchezza. La mamma si era alzata da letto: ma in quel senso di consueta tristezza si era inserito un non so che di nuovo, quasi un’incertezza pensosa che mi feriva il cuore come una lama di coltello. La sera mi posi a sedere accanto a lei. Non ci scambiammo alcuna parola: essa disponeva le carte per un solitario ed io in silenzio seguivo il suo giuoco. Non fece il minimo accenno né al suo racconto né a ciò che era accaduto la vigilia; come se ci fossimo segretamente messi d’accordo per non sfiorare neppure quei paurosi e strani avvenimenti… Pareva che lei provasse un senso di irritazione contro se stessa e di vergogna, per quanto si era involontariamente lasciata sfuggire; e, probabilmente, non ricordava bene quanto aveva detto in quel semidelirio e sperava che io la risparmiassi… E in realtà io lo facevo e lei lo sentiva: come la sera prima, cercava di evitare il mio sguardo.
    Non potei chiuder occhio per tutta la notte. Fuori si era improvvisamente scatenata una tempesta. Il vento urlava e soffiava furioso, facendo tintinnare i vetri delle finestre; per l’aria correvano fischi striduli e disperati, come se qualcosa su in alto si lacerasse e con un pianto sfrenato passasse sopra le case sussultanti. Poco prima dell’alba mi assopii… e subito provai l’impressione che qualcuno entrasse nella mia stanza e mi chiamasse, pronunziando a voce bassa ma ferma il mio nome. Sollevai il capo e non vidi nessuno; ma strano! Non solo non mi spaventai ma mi sentii invaso da un senso di gioia; in me era nata la certezza che avrei senza fallo raggiunto il mio scopo.
    Mi vestii in fretta e uscii di casa.
  12. La tempesta si era placata… ma si sentivano ancora gli ultimi suoi fremiti.
    Era ancora presto: non c’era ancora gente per le strade e in molti posti giacevano mucchi di rottami di camini, di mattoni, assi di steccati sparpagliate qua e là, rami divelti… Che mai sarà accaduto questa notte in mare! mi venne da pensare alla vista delle tracce lasciate dalla tempesta.
    Avrei voluto andare al porto, ma le mie gambe, come se ubbidissero a un’irresistibile forza, mi portarono da un’altra parte. Non erano trascorsi dieci minuti che già mi trovavo in una zona della città che non avevo mai visitato. Non camminavo in fretta; procedevo senza fermarmi, un passo dopo l’altro, con una strana sensazione in cuore: attendevo qualcosa di straordinario, di impossibile e nello stesso tempo ero certo che questa impossibile cosa sarebbe avvenuta.
  13. Ed ecco che l’impossibile, l’inatteso si verificò! D’un tratto, a una ventina di passi da me, scorsi il negro che nel caffè aveva parlato col barone in mia presenza! Avvolto nello stesso mantello che già gli avevo veduto addosso, come se sbucato di sottoterra e volgendomi le spalle, camminava a passo svelto sullo stretto marciapiede di una stradina tortuosa. Mi lanciai immediatamente dietro al negro, ma lui raddoppiò il passo e senza voltarsi svoltò all’improvviso dietro l’angolo di una casa che sporgeva. Io raggiunsi di corsa l’angolo e lo doppiai con la stessa velocità di quell’uomo… Che miracolo! Dinanzi a me si stendeva una stretta e lunga strada deserta; la nebbia mattutina l’avvolgeva di un’appannata luce plumbea ma il mio sguardo la penetrò sino in fondo; riuscii a contare tutti i suoi edifici, però non vidi muovere alcun essere vivente! L’alta sagoma del negro avvolto nel mantello era svanita con la stessa maniera repentina con cui era apparsa! Rimasi sbalordito… ma solo per un momento. Un’altra sensazione s’impadronì di colpo di me: quella strada deserta lunga muta e come morta, che si stendeva dinanzi ai miei occhi, io la conoscevo! Era la strada del mio sogno! Preso da un sussulto, mi stringo nelle spalle (il mattino è così fresco) e subito, senza la minima esitazione, con lo sgomento della certezza, vado avanti! Comincio a cercare con lo sguardo… Ed ecco… ecco a destra, all’angolo del marciapiede, ecco la casa del mio sogno, ecco il vecchio portone con gli svolazzi di pietra ai due lati… ma le finestre della casa non sono tonde, bensì quadrangolari… Questo però non ha importanza… Busso al portone, busso due, tre volte più forte, sempre più forte… Il portone si apre lentamente con un pesante scricchiolio, come se sbadigliasse. Davanti a me sta una giovane domestica scarmigliata e con gli occhi pieni di sonno. Si capiva che doveva essersi svegliata proprio allora.
    «Abita qui il barone?» le domando, mentre con una rapida occhiata percorro il profondo e angusto cortile… Così, tutto così… anche le travi e le assi che vedevo nei miei sogni.
    «No» mi risponde la domestica; «il barone non abita qui».
    «Come, no? È impossibile!» «Ora non c’è. È partito ieri».
    «Dov’è andato?» «In America».
    «In America!» ripetei involontariamente. «E tornerà?» La cameriera mi diede un’occhiata sospettosa.
    «Questo non lo sappiamo. Può darsi che non torni».
    «Ed è molto tempo che abitava qui?» «Non molto. Da una settimana. Ora non c’è più».
    «E qual è il cognome del barone?» La domestica mi fissò.
    «Non conoscete il suo cognome? Noi lo Chiamavamo semplicemente barone. Ehi, Pёtr!» gridò la giovane vedendo che io cercavo di andare avanti. «Vieni un po’ qui: c’è qui un tale che mi fa una quantità di domande». Dall’interno della casa comparve la goffa figura di un robusto operaio.
    «Chi c’è? Che volete?» domandò con voce rauca, e, dopo avermi ascoltato con aria truce, ripeté ciò che aveva detto la domestica.
    «E chi abita qui, allora?» dissi io.
    «Il nostro padrone».
    «Chi è il vostro padrone?» «Un falegname. In questa strada sono tutti falegnami».
    «Si può vederlo?» «Impossibile, ora sta dormendo».
    «E si può entrare in casa?» «Non si può. Andatevene».
    «Be’, e più tardi si potrà vedere il vostro padrone?» «Perché no? Si potrà. Si può sempre… è un commerciante. Ma ora andatevene. Non vedete com’è presto?» «Be’, e quel negro?» domandai all’improvviso.
    L’operaio guardò con imbarazzo prima me e poi la domestica.
    «Quale negro?» disse infine. «Andate, signore. Potete tornare più tardi. Parlerete col padrone».
    Tornai in strada. Il portone sbatté alle mie spalle con un colpo brusco e pesante, questa Volta senza scricchiolio.
    Osservai attentamente la strada e la casa e me ne andai; ma non mi diressi a casa. Provavo qualcosa di simile alla delusione. Tutto ciò che mi accadeva era tanto strano e straordinario, eppure sembrava che stesse per finire in maniera così stupida! Ero certo, convintissimo che avrei veduto in quella casa la stanza che ben conoscevo, e nel mezzo di essa mio padre, il barone, in veste da camera con la pipa in bocca… E invece di questo… un falegname, il padrone di casa che si poteva andare a trovare a piacere, e magari ordinargli dei mobili… E mio padre era andato in America! Che cosa mi restava ora da fare? Raccontare tutto a mia madre, oppure seppellire per sempre il ricordo di quell’incontro? Non ero decisamente in grado di rassegnarmi al pensiero che a un inizio che aveva tanto del soprannaturale e del misterioso potesse seguire un finale così insensato e comune! Non ebbi voglia di ritornare a casa e mi diressi fuori città, dove mi portarono le gambe.
  14. Camminavo a testa bassa, senza pensieri, quasi senza sensazioni, ma tutto sprofondato in me stesso. Un rumore ritmico, sordo e stizzoso mi trasse dal mio torpore. Sollevai il capo: era il mare che a cinquanta passi da me rumoreggiava. Mi accorsi di camminare sulla sabbia delle dune. Agitato per la tempesta della notte, il mare biancheggiava di spuma sino all’orizzonte e violente ondate rotolavano a turno infrangendosi rabbiosamente contro la riva piatta. Mi avvicinai e camminai lungo il tracciato lasciato dal flusso e riflusso delle onde sulla sabbia striata di giallo, cosparsa di brandelli di vischiose erbe marine, di frantumi di gusci di gamberi e dei nastri sinuosi delle alghe. I gabbiani dalle ali aguzze, giungendo a volo sul vento con stridule grida dalle lontananze aeree, si sollevavano bianchi come la neve nel grigio cielo nuvoloso, ricadevano a piombo e, come saltando da un’onda all’altra, risalivano e ricadevano simili a spruzzi d’argento tra le fasce spumeggianti. Osservai che alcuni di essi, tenacemente sospesi su un grande scoglio, si ergevano solitari in mezzo all’uniforme distesa delle rive sabbiose.
    Una ruvida erba marina cresceva a ciuffi irregolari su un lato dello scoglio, e là dove gli steli aggrovigliati spuntavano dal giallastro terreno salifero nereggiava un non so che di lungo, non molto grande. Osservai attento… Laggiù giaceva un oggetto scuro, giaceva immobile accanto allo scoglio… Quell’oggetto si faceva più distinto, sempre più distinto, a mano a mano che andavo avvicinandomi… Non ero distante dallo scoglio più di trenta passi.
    Ma quello era un corpo umano! Era un cadavere, affogato e sbattuto là dal mare! Mi avvicinai di più.
    Era il cadavere del barone, di mio padre! Mi fermai impietrito. Soltanto allora compresi che sin dal mattino urgevano entro di me oscure forze, che io ero in loro potere, e per alcuni minuti nulla rimase nel mio animo all’infuori dell’incessante sciabordio del mare e di un muto sgomento dinanzi al destino che mi dominava.
  15. Egli giaceva sul dorso, leggermente riverso da un lato, con la mano sinistra dietro il capo… la destra era nascosta dal capo ripiegato. Una melma vischiosa lambiva la punta dei piedi calzati da alti stivali da marinaio; la corta giacca azzurra, tutta intrisa di sale marino, non si era sbottonata; una sciarpa rossa strettamente annodata gli avvolgeva il collo. Il viso bruno, rivolto al cielo pareva sogghignare; di sotto il labbro superiore contratto s’intravedevano i denti fitti e piccoli; le pupille senza luce degli occhi semiaperti avevano appena risalto sul bianco abbuiato; coperti dagli spruzzi di schiuma, i capelli aggrovigliati lambivano la terra e lasciavano nuda la fronte liscia dalla cicatrice violacea: il naso appuntito si rizzava come una linea tagliente tra le guance incavate.
    La tempesta della notte aveva compiuto l’opera sua… Egli non avrebbe veduto l’America! L’uomo che aveva offeso mia madre, che ne aveva distrutta la vita, l’uomo che era mio padre, sì, mio padre (e di questo non potevo avere dubbi) giaceva disteso nella melma ai miei piedi, senza vita.
    Provai un senso di vendetta soddisfatta, e insieme di pena, di disgusto e di terrore, di doppio terrore: per ciò che vedevo e per ciò che era stato compiuto.
    Quella malvagità, quegli istinti di delinquenza… di cui ho già parlato, quegli stessi incomprensibili impeti si sollevavano in me e… mi soffocavano. Ah! pensavo: ecco perché io sono così… ecco… è il sangue che parla! Stavo ritto accanto al cadavere, guardavo e aspettavo; ma non si muovevano forse quelle pupille spente, non fremevano quelle labbra irrigidite? No! tutto era immobile, persino l’erba tra cui l’aveva sbattuto la risacca era morta; persino i gabbiani volavano via… non c’era lì attorno né un rottame né un pezzo di legno né un brandello di corda. Il vuoto, ovunque… soltanto lui e io e il mare che rumoreggiava lontano! Mi volsi indietro a guardare: deserto anche là: una catena di colline senza vita all’orizzonte… null’altro! Mi faceva orrore abbandonare quel disgraziato in quella solitudine, in mezzo alla fanghiglia del litorale, preda di pesci e di uccelli; una voce interna mi diceva che dovevo cercare qualcuno, chiamar gente, non per dargli aiuto (a che serviva, ormai?) ma almeno per portarlo al riparo… Ed ecco che un indicibile sgomento mi assalì di colpo. Ebbi l’impressione che quel morto sapesse che io ero venuto lì e che fosse stato proprio lui a predisporre quell’ultimo incontro… e mi pareva anche di sentire quel noto, rauco borbottio… Correndo mi allontanai… e mi volsi ancora a guardare una volta. Qualcosa di scintillante mi colpì gli occhi e mi fermò: era un cerchietto d’oro nella mano rattrappita del cadavere… Riconobbi l’anello di fidanzamento di mia madre. Rammento che mi imposi di tornare indietro, di avvicinarmi, di chinarmi… ricordo il contatto vischioso delle dita gelide, ricordo come ansimai, come chiusi gli occhi, come strinsi i denti… mentre strappavo l’anello che non voleva uscire dal dito… Finalmente ci riuscii e presi a correre, a correre a perdifiato, mentre mi pareva che qualcosa mi inseguisse, e mi raggiungesse e mi afferrasse…
  16. Tutto ciò che avevo provato e sentito doveva essere scritto sul mio volto allorché tornai a casa. La mamma, appena entrai in camera sua, si raddrizzò di colpo e mi guardò con occhi così insistentemente interrogativi che io, dopo aver tentato inutilmente di spiegarmi, finii col tenderle in silenzio l’anello.
    Essa si fece paurosamente pallida, gli occhi le si spalancarono in modo straordinario e persero ogni luce di vita come quelli di lui; diede un grido, afferrò l’anello, barcollò e mi cadde sul petto e parve venir meno rovesciando indietro il capo e divorandomi con quegli occhi sbarrati, da pazza. Io la strinsi alla vita con tutte e due le braccia e senza muovermi, senza cambiar posto e senza fretta le raccontai a voce sommessa tutto, senza nascondere il minimo particolare: il mio sogno, l’incontro e tutto il resto… Ella mi ascoltò sino in fondo, e non disse mai una parola; soltanto il suo respiro si faceva sempre più ansimante… D’un tratto i suoi occhi si ravvivarono e si abbassarono, infilò l’anello nell’anulare e, scostatasi un po’, prese la mantiglia e il cappello. Le chiesi dove volesse andare. Ella mi rivolse uno sguardo attonito e tentò di rispondermi, ma la voce le fallì. Fu percorsa da alcuni brividi, si fregò le mani come se volesse riscaldarsi e infine disse: «Andiamo subito là».
    «Dove, mamma?» «Dove giace lui… voglio vedere. Voglio sapere… io so… io so…» Tentai di persuaderla a non andarci, ma poco mancò le prendesse un attacco nervoso. Compresi che era impossibile opporsi al suo desiderio… e ci incamminammo.
  17. Ed ecco che di nuovo mi trovo a camminare lungo il litorale, ma questa volta non più solo. Tengo la mamma sottobraccio. Il mare si. è ritirato, è andato ancora più lontano: si è calmato ma la sua debole voce è sempre minacciosa e malvagia. Ecco finalmente apparire davanti a noi lo scoglio solitario e l’erba marina. Mi guardo attorno, cerco di distinguere l’oggetto tondeggiante che giaceva per terra, ma non scorgo nulla. Ci facciamo più vicini; involontariamente rallento il passo. Ma dov’è quella cosa immobile e nera? Soltanto gli steli delle erbe nereggiano sulla sabbia ormai asciutta. Siamo presso lo scoglio… Il cadavere non c’è più, ma al punto in cui esso giaceva è rimasto un affossamento ed è facile intuire dove avesse posato le gambe e le braccia… L’erba all’ingiro pare calpestata e si notano le tracce di un piede umano; le tracce si susseguono sulla sabbia e si perdono dopo aver raggiunto il terreno sassoso.
    La mamma e io ci guardiamo spaventati da quanto leggiamo sui nostri visi… Possibile che si fosse alzato da solo e allontanato? «Sei sicuro di averlo veduto morto?» mi domandò la mamma.
    Non potei fare altro che annuire col capo. Non erano ancora trascorse tre ore da quando mi ero chinato sul cadavere del barone… qualcuno l’aveva trovato e portato via. Bisognava andare alla ricerca di chi avesse fatto ciò e sapere che cosa fosse accaduto.
    Ma era prima necessario che mi occupassi della mamma.
  18. Mentre stavamo procedendo verso il posto fatale, la febbre l’aveva assalita, ma ella era ancora padrona di sé. La scomparsa del cadavere la colpì come la definitiva sventura: era come impietrita. Temetti per la sua ragione. A gran fatica la ricondussi a casa. La feci di nuovo mettere a letto, chiamai ancora il dottore; ma appena la mamma si fu ripresa un po’, pretese che io andassi immediatamente a cercare quell’uomo. Ubbidii. Ma nonostante io tentassi addirittura l’impossibile, non scoprii nulla. Mi recai parecchie volte alla polizia, visitai tutti i villaggi vicini, feci pubblicare avvisi su giornali, cercai informazioni da ogni parte, ma tutto fu inutile. In verità mi giunse la notizia che in uno dei villaggetti litoranei era stato portato un annegato… mi ci precipitai; ma era già stato seppellito e i suoi connotati non corrispondevano affatto a quelli del barone. Venni a sapere su quale nave si era imbarcato per l’America: sulle prime tutti furono convinti che il piroscafo fosse andato perduto durante la tempesta, ma qualche mese dopo cominciò a correre voce che la nave era stata veduta all’ancora nel porto di New York. Non sapendo che decisione prendere, risolsi di mettermi alla ricerca del mio negro, gli offersi, attraverso i giornali, una notevole somma di denaro se si fosse presentato a casa nostra. E un negro alto, avvolto in un mantello, venne realmente da noi, in mia assenza… Ma, dopo aver rivolto una quantità di domande alla domestica, si allontanò di colpo e non si fece più vedere.
    Così perdetti ogni traccia di mio… padre; e così egli scomparve per sempre nel silenzio delle tenebre… La mamma e io non parlavamo mai di lui: una volta soltanto, rammento, ella si meravigliò che io non le avessi mai accennato prima del mio strano sogno, e aggiunse: «Vuol dire, allora, che lui…» e non completò il suo pensiero.
    La mamma fu per lungo tempo malata, ma anche dopo la guarigione i nostri rapporti non ritornarono quelli di una volta. E davanti a me rimase a disagio sempre, sino alla morte… Sì, veramente a disagio. E a questo dolore non fu possibile trovare rimedio. Via via che si attenuano, i ricordi dei più tragici avvenimenti familiari perdono a poco a poco la loro forza scottante; ma, se un senso di imbarazzo si stabilisce tra due intimi parenti, non è più possibile che si riesca a cancellarlo! Non mi apparve mai più il sogno che mi aveva così angosciato; non cercai più mio padre, ma talvolta mi è parso e mi pare ancora di sentire, in sogno, delle grida lontane, dei lamenti incessanti e dolorosi; li odo ancora qua e là dietro una parete attraverso la quale non è possibile passare, mi schiantano il cuore e io piango a occhi chiusi e non sono in grado di capire che cosa sia: è una creatura viva che geme, o ciò che sento è l’urlo prolungato e selvaggio del mare in tempesta? Ma ecco che tutto si trasforma di nuovo in quell’animalesco borbottio e io mi riaddormento con l’anima colma di angoscia e di terrore.


Crediti
 Italo Calvino
 Racconti fantastici dell'Ottocento
  Son, 1876
  Il fantastico quotidiano
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Quotes per Italo Calvino

Le mie costruzioni verbali non sono invenzioni. Appartengono agli strati profondi del linguaggio. La mia preoccupazione? Liberarmi dalle parole in quanto mere designazioni. Vorrei sentire di nuovo nelle parole i nomi delle cose. Non ci può essere amore se non si è se stessi con tutte le proprie forze.

La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di sé stesso.

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? - chiede Kublai Kan.
- Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, - risponde Marco, - ma dalla linea dell'arco che esse formano.
Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: - Perché mi parli delle pietre? È solo dell'arco che mi importa.
Polo risponde: - Senza pietre non c'è arco.  Le città invisibili

Chi ha occhio, trova quel che cerca anche ad occhi chiusi.

Nello scrivere la persona io, esplicita o implicita, si frammenta in figure diverse, in un io che sta scrivendo e in un io che è scritto, in un io empirico che sta alle spalle dell'io che sta scrivendo e in un io mitico che fa da modello all'io che è scritto. L'io dell'autore nello scrivere si dissolve: la cosiddetta personalità dello scrittore è interna all'atto dello scrivere, è un prodotto e un modo della scrittura.