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Jean Lorrain - I buchi della maschera
Di Jean Lorrain (1855-1906), scrittore maledetto della Parigi fin-de-siècle (omosessuale e drogato — bevitore d’etere — in tempi in cui l’ostentazione di questi costumi era ben più scandalosa che oggi), questo racconto sulle maschere e sul nulla ha una forza d’incubo non comune, soprattutto perché il narratore riesce a contemplare la sparizione di se stesso.
I «Volete vedere di persona» mi aveva detto l’amico de Jakels «ebbene, sia; procuratevi un domino e una maschera, un domino elegante di raso nero, calzate scarpe da sera, e per questa volta calze di seta nera, e aspettatemi a casa vostra martedì verso le dieci e mezza; verrò a prendervi».
Il martedì seguente, avvolto nelle pieghe fruscianti di un lungo mantello, una bautta di velluto e raso fermata dietro le orecchie, aspettavo il mio amico nella garconnière di rue Taitbout, riscaldandomi alla brace del focolare i piedi, irritati e tremanti per l’inconsueto contatto della seta. Dalla strada mi arrivavano confusi i suoni delle trombette e le grida esasperate di una sera di carnevale.
Strana fino a essere inquietante, a ben riflettervi, quella veglia solitaria di una forma mascherata, sprofondata in poltrona, nella penombra di quel piano rialzato ingombro di soprammobili, soffocato dalle tende, con il riflesso, negli specchi appesi ai muri, della fiamma alta di una lampada a petrolio, e del tremolio di due lunghe candele bianchissime, sottili, funerarie; e de Jakels non veniva! Le grida squillanti delle maschere lontane appesantivano l’ostilità del silenzio: le due candele che ardevano diritte finirono per aumentare il mio nervosismo; improvvisamente atterrito di fronte alle tre luci, mi alzai per spegnerne una.
Nello stesso momento una delle tende si aprì e de Jakels entrò.
De Jakels? Non avevo sentito né suonare né aprire. Come era entrato nel mio appartamento? Ho riflettuto molto in seguito; ma de Jakels era là, dinanzi a me. De Jakels? Piuttosto, un lungo domino, una grande forma scura velata e mascherata come me.
«Siete pronto?» interrogò la sua voce che non riconobbi, tanto era alterata.
«La mia carrozza aspetta, possiamo andare».
La sua carrozza non l’avevo sentita né arrivare né fermarsi davanti alle finestre. In quale incubo, in quale ombra e in quale mistero andavo sprofondando? «È il cappuccio che vi chiude le orecchie; non siete abituato alla maschera» pensò a alta voce de Jakels, che aveva decifrato il mio silenzio: quella sera poteva dunque indovinare ogni cosa, e sollevando il mio domino si assicurò dell’eleganza delle calze e delle scarpe da sera.
Il gesto mi tranquillizzò: era de Jakels, e non un altro, chi mi parlava di sotto il domino. Un altro non si sarebbe preoccupato di una raccomandazione fattami da de Jakels una settimana prima.
«Ebbene, andiamo» comandò la voce; e in un fruscio di seta e di raso infilammo il passo carraio del portone, simili, mi parve, a due grossi pipistrelli nello svolazzare dei mantelli improvvisamente sollevati a rivelare il domino.
Di dove veniva quel vento così forte? quel soffio d’ignoto? La temperatura di quella notte di martedì grasso era a un tempo umida e dolce.
II Dove andavamo, rannicchiati nell’ombra di una carrozza straordinariamente silenziosa, mentre le ruote e gli zoccoli del cavallo non traevano alcun suono dall’assito delle strade e dall’asfalto dei viali deserti? Dove andavamo, percorrendo lungosenna e rive sconosciute, illuminate appena, a tratti, dalla pallida lanterna di un vecchio lampione? Già da molto tempo avevamo perduto di vista la sagoma fantastica di NotreDame che si stagliava contro il cielo di piombo sulla riva opposta. Quai SaintMichel, quai de la Tournelle, de Bercy; eravamo lontani dall’Opéra, dalle vie Drouot, Le Peletier, dal centro. Non eravamo diretti neppure a Bullier, dove i vizi infami si riuniscono a congresso e, fuggendo di sotto la maschera, si scatenano, quasi demoniaci e cinicamente riconosciuti, nelle notti di martedì grasso; e il mio compagno taceva.
Sulle rive della Senna pallida e silenziosa, sotto gli archi di ponti che diventavano sempre più rari, lungo strade fiancheggiate da grandi alberi i cui rami spogli si stagliavano nel cielo livido come dita di morte, mi invadeva una paura irragionevole, una paura aggravata dall’inesplicabile silenzio di de Jakels; arrivavo a dubitare della sua presenza e a credere di trovarmi vicino uno sconosciuto. La sua mano aveva preso la mia, e per quanto fosse molle e senza forza, la teneva stretta in una morsa che mi stritolava le dita… La potente volontà della sua mano mi strozzava le parole in gola, a quella stretta sentivo perdere e dissolversi in me ogni desiderio di rivolta. Percorrevamo ormai, fuori dalle mura, grandi strade fiancheggiate da folte siepi e tetre vetrine di vinai, trattorie di periferia chiuse da molto tempo; correvamo sotto la luna che era infine riuscita a strappare un ammasso di nuvole vaganti e pareva diffondere su quell’equivoco paesaggio una coltre crepitante di sale; in quel momento mi sembrò che i ferri dei cavalli risuonassero sul terreno e che le ruote della carrozza, non più fantomatiche, stridessero fra le pietre e i ciottoli della strada.
«È qui» mormorò la voce del mio compagno «siamo arrivati, possiamo scendere» e poiché io balbettavo intimidito «Dove siamo?»: «Barrière d’Italie, oltre le mura. Abbiamo preso la strada più lunga, ma la più sicura; torneremo da un’altra domani mattina».
I cavalli si fermavano e de Jakels mi lasciava per aprire la portiera e tendermi la mano.
III Una grande sala molto alta, dai muri intonacati a calce, le imposte chiuse ermeticamente sulle finestre, e per tutta la lunghezza della sala tavole con bicchieri di latta trattenuti da catene. In fondo, sopraelevato di tre gradini, il bancone di zinco ingombro di liquori e di bottiglie con etichette colorate di leggendarie marche di vini; e il fischio alto e chiaro del gas: la sala, in breve, forse più spaziosa e pulita, di un locale fuori porta, frequentato e fiorente.
«Soprattutto, non una parola. Non parlate con nessuno, rispondete ancora meno. Capirebbero che non siete dei loro, e potremmo passare un brutto quarto d’ora. Io sono conosciuto» e de Jakels mi spinse nella sala.
Alcune maschere, qua e là, bevevano. Al nostro ingresso il padrone del locale si alzò, e pesantemente, trascinando i piedi, ci si parò davanti, come per impedirci il passaggio; senza una parola, de Jakels sollevò l’orlo dei nostri domino e gli mostrò i piedi calzati di scarpe da sera: si trattava, senza alcun dubbio, dell’apriti, sesamo di quello strano locale. Il padrone tornò pesantemente alla cassa, e io mi accorsi che anche lui, bizzarramente, era mascherato, ma con una grossa maschera burlescamente colorata, che imitava un viso umano.
I due camerieri che servivano, due colossi con le maniche della camicia rivoltate su bicipiti pelosi da lottatori, circolavano in silenzio, anch’essi nascosti dalle stesse spaventose maschere.
Le rare persone che bevevano sedute ai tavoli avevano maschere di velluto e raso. Con l’eccezione di un enorme corazziere in uniforme, un colosso dalla mascella forte, con i baffi rossi, seduto a tavola vicino a due eleganti domino di seta color malva, e che beveva, a viso scoperto, gli occhi azzurri già sperduti nel vuoto, nessuno degli altri esseri presenti aveva un aspetto umano. In un angolo due uomini in berretto di velluto e maschera di raso nero incuriosivano per la loro eleganza sospetta, poiché le camicie erano di seta blu chiaro e dall’orlo dei pantaloni troppo nuovi spuntavano sottili dita femminili calzate di seta e scarpine da sera; come ipnotizzato, contemplerei ancora quello spettacolo se de Jakels non mi avesse trascinato in fondo alla sala verso una porta a vetri chiusa da una tenda rossa. Ingresso al ballo si leggeva in alto, a lettere istoriate da pittori da strapazzo; un vigile montava la guardia. Era, quanto meno, una garanzia, ma passando gli urtai la mano, accorgendomi che era di cera come il viso roseo, irto di baffi posticci, ed ebbi l’orribile convinzione che il solo essere la cui presenza avrebbe potuto rassicurarmi in quel luogo misterioso era un semplice manichino.
IV Da molte ore mi aggiravo, solo in mezzo alle maschere silenziose in quel capannone a volta, come una chiesa, e in realtà era una chiesa, abbandonata e sconsacrata, quella vasta sala con le finestre a ogiva, in gran parte murate a metà tra le colonnine ritorte ricoperte da uno spesso strato di calce giallastra, nel quale affondavano i fiori scolpiti dei capitelli.
Strano ballo, nel quale non si danzava, e non vi era orchestra! De Jakels era scomparso, ero solo, abbandonato in mezzo a una folla sconosciuta. Un vecchio lampadario in ferro battuto luceva alto e chiaro, appeso alla volta, rischiarando lapidi polverose, alcune delle quali, nere di iscrizioni, ricoprivano forse una tomba; in fondo, dove una volta era stato l’altare, mangiatoie e rastrelliere erano sistemate lungo i muri, a metà altezza, e negli angoli si scorgevano finimenti e cavezze, dimenticati: la sala da ballo era una scuderia. Qua e là grandi specchi da parrucchiere incorniciati di carta dorata si rimandavano la silenziosa passeggiata delle maschere, o piuttosto non se la rimandavano più, poiché le maschere si erano sedute, allineate immobili ai due lati dell’antica chiesa, sepolte fino alle spalle negli antichi stalli del coro.
Stavano muti, senza compiere un gesto, come affondati nel mistero, sotto lunghe cagoules di stoffa d’argento, un argento opaco, smorto; poiché non c’erano più domino, né bluse di seta blu, né colombine, né pierrot, né travestimenti grotteschi; ma tutte le maschere erano simili, inguainate in una veste verde, di un verde spento dai riflessi dorati, e avevano grandi maniche nere, e tutte erano incappucciate di verde cupo e, nel vuoto dei cappucci, si aprivano le orbite delle loro argentee cagoules.
Sembravano i volti gessosi dei lebbrosi dei lazzaretti di un tempo, e le mani inguainate di nero sollevavano un lungo gambo di giglio nero a foglie pallide; e il cappuccio, come quello di Dante, era coronato di gigli neri.
E tutti tacevano in una immobilità di spettri, e al di sopra delle loro funebri corone l’ogiva delle finestre si stagliava chiara sul cielo bianco di luna, incorniciandoli di una mitria trasparente.
La ragione in me piombava nello spavento; il soprannaturale mi avvolgeva: la rigidità, il silenzio di quegli esseri mascherati. Chi erano? Ancora un minuto di incertezza, e sarebbe stata la follia. Non resistevo più, e con la mano irrigidita dall’angoscia, avvicinatomi a una delle maschere, sollevai bruscamente la sua cagoule.
Orrore! non c’era nulla, nulla. I miei occhi stravolti incontrarono solo il vuoto del cappuccio; l’abito, il mantello, erano vuoti. Quell’essere vivente non era che ombra e nulla.
Pazzo di terrore, strappai la cagoule della maschera seduta nello stallo vicino: il cappuccio di velluto verde era vuoto, vuoti i cappucci delle altre maschere sedute lungo i muri. Tutte avevano volti d’ombra, tutte erano nulla.
E il gas splendeva più forte, fischiando, nell’ampia sala; dai vetri rotti delle ogive il chiaro di luna abbagliava, accecante; l’orrore si impadronì di me, tra quegli esseri vuoti, dalle vane apparenze di spettri, uno spaventoso dubbio mi strinse il cuore di fronte a quelle maschere vuote.
Se anch’io fossi simile a loro, se anch’io avessi cessato di esistere, se, sotto la mia maschera, non vi fosse nulla, null’altro che il vuoto? Mi precipitai a uno specchio. Un essere irreale si drizzava innanzi a me, incappucciato di verde pallido, incoronato di gigli neri, mascherato d’argento.
E quella maschera ero io, poiché riconobbi il gesto della mia mano che sollevava la cagoule, e urlai di spavento: sotto la maschera d’argento non c’era nulla, nulla nell’ovale del cappuccio, se non il movimento della stoffa ripiegata sul vuoto; ero morto e… «E hai di nuovo bevuto l’etere» mi rimproverava la voce di de Jakels. «Strana idea per ingannare l’attesa».
Ero disteso al centro della mia camera, scivolato sul tappeto, la testa appoggiata alla poltrona, e de Jakels, in abito da sera sotto una tonaca monacale, dava ordini febbrili al mio cameriere sbalordito, mentre le due candele accese, ormai giunte alla fine, facendo crepitare lo stoppino, mi ridestavano… Era tempo.

Crediti
 Italo Calvino
 Racconti fantastici dell'Ottocento
  Les trous du masque
  Il fantastico quotidiano
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