Egon Schiele
L’uccisione della giovane donna segna la frattura definitiva nel cammino interiore dell’ufficiale, l’istante preciso in cui la tensione accumulata si scarica in un gesto irreversibile. Il termine accidentale utilizzato per definire il capitolo è carico di ambiguità profonda: da un lato allude all’assenza di premeditazione, alla casualità apparente del gesto; dall’altro cela una verità più scomoda, quella di un atto che, pur non voluto consapevolmente, era in qualche modo inevitabile. Lo sparo che la colpisce non è un incidente nel senso stretto, ma il risultato di una convergenza di fattori psicologici, culturali ed esistenziali che hanno reso l’uomo vulnerabile a un’esplosione di violenza. L’arma da fuoco, strumento di potere e distruzione, diventa estensione della sua mano, ma anche simbolo della sua impotenza di fronte alle pulsioni più oscure. L’istante fatale è descritto con una precisione quasi clinica che ne amplifica l’orrore: non ci sono grida, né drammaticità esplicita, né descrizioni particolareggiate del trapasso. Il colpo risuona nella capanna e tutto finisce, in un battito di ciglia che muterà per sempre il destino del protagonista. Questa sobrietà narrativa è una scelta stilistica precisa: evitare ogni retorica sulla morte, ogni enfasi sul gesto violento, per concentrare l’attenzione sulle conseguenze interiori piuttosto che sull’esecuzione materiale.

L’atto omicida, dunque, non è il culmine della narrazione ma il suo vero punto di partenza: tutto ciò che segue è dedicato all’elaborazione del trauma, al tentativo disperato di dare un senso a ciò che non ne ha, di trovare una giustificazione razionale per un gesto irrazionale. La parola accidentale diventa così uno dei tanti stratagemmi mentali per razionalizzare l’irrazionale, per dare un nome a qualcosa che nome non possiede. Non vi era premeditazione, questo è vero; ma non vi era neppure totale involontarietà. Fu un momento di sospensione della coscienza, un istante in cui l’inconscio prese il sopravvento sulla ragione, in cui le tensioni represse, solitudine, alienazione, disagio culturale, senso di colpa coloniale, trovarono sfogo in un gesto estremo. L’arma funse da catalizzatore, dando forma concreta a un conflitto interiore covato a lungo. La vittima, in questo senso, non è semplice destinataria di un crimine, ma figura sacrificale: il suo corpo diventa il palcoscenico dove si consuma il dramma esistenziale dell’uomo, dove le sue contraddizioni interiori trovano una risoluzione violenta e definitiva.

La narrazione evita deliberatamente di fornire motivazioni chiare. L’ufficiale non sa esattamente perché ha premuto il grilletto; non era adirato, non aveva motivo, non era in pericolo. Lo sparo fu un atto gratuito, nel duplice senso del termine: privo di giustificazione, ma anche dono senza attesa di ricambio. In questo paradosso risiede tutta la potenza del passaggio: l’omicidio è insieme distruzione e liberazione, massima colpa e massima verità. Uccidendola, egli uccide anche una parte di sé, la possibilità di redenzione, la capacità di connessione autentica, la speranza di superare le barriere che lo separano dall’altro. La sua morte diventa metafora della morte interiore dell’assassino, della sua incapacità di vivere pienamente la propria umanità. Il gesto, apparentemente insensato, rivela una verità profonda: la violenza è spesso il risultato di un fallimento comunicativo, di un’incapacità di stabilire legami veri. Incapace di parlare, comprendere o amare davvero, l’uomo ricorre all’unico linguaggio che conosce: quello delle armi. L’arma diventa così strumento di comunicazione perversa, l’unico mezzo per stabilire un contatto definitivo con un’alterità inafferrabile. Il silenzio che segue è più assordante del colpo stesso, segnando l’inizio di una condanna senza appello possibile per l’anima.

L’episodio, quindi, non è un caso fortuito ma il risultato inevitabile di un processo psicologico radicato nell’intera esperienza coloniale. La violenza che esplode nella capanna è la stessa che permea il contesto storico: quella che permette a un uomo di considerarsi superiore solo per appartenenza civile. L’uccisione è il momento in cui questa violenza strutturale si manifesta nella sua forma più cruda e personale, diventando atto individuale gravido di storia collettiva. L’ufficiale, nel suo piccolo, ripete il gesto coloniale per eccellenza: la distruzione dell’altro per affermare sé stesso. Ma, a differenza dell’ideologia imperiale, egli non ha scuse: sa di aver compiuto l’ingiustificabile, e questa consapevolezza lo condannerà a un’esistenza di rimorso e isolamento ancora più profondo di quanto avesse mai conosciuto. La solitudine diventa prigione eterna, senza muri ma con barre invisibili forgiate dal rimorso continuo.

Glossario
Crediti
 Autori Vari
 Tempo di uccidere
  Un tenente italiano in Abissinia uccide accidentalmente Mariam, giovane indigena con cui ha avuto una fugace relazione. Incapace di redenzione, è perseguitato dalla colpa, simboleggiata da una ferita che non guarisce e dall’incontro con Johannes, vecchio saggio che incarna una coscienza giudicante. Il ritorno in patria si rivela prigionia interiore.
  Pubblicazione: 1947
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