Egon SchieleNel crepuscolo della modernità, quando le promesse dell’Illuminismo sembrano essersi rovesciate nel loro contrario, assistiamo a un fenomeno inquietante: la delega sistematica delle facoltà più propriamente umane a dispositivi tecnologici. Nietzsche, con la sua consueta preveggenza, aveva già intuito che la scienza, lungi dall’essere una forza neutrale di liberazione, avrebbe potuto trasformarsi nella ancella di una nuova barbarie. E questa barbarie non si manifesta con orde di invasori armati di clave, ma con la silenziosa abdicazione del pensiero. L’uomo contemporaneo, stanco della fatica del concetto, esausto di fronte alla complessità del reale che non riesce più a dominare, cerca rifugio in un idolo che promette di risolvere ogni equazione, di scrivere ogni testo, di prendere ogni decisione al suo posto. È in questo vuoto pneumatico della coscienza che si inserisce trionfalmente la tecnologia dell’Intelligenza Artificiale. Non si tratta di un semplice avanzamento tecnico, ma di una mutazione antropologica. L’AI non è un utensile che prolunga la mano o l’occhio dell’uomo; è un’istanza che pretende di sostituirsi alla mente stessa, operando in una zona oscura e inaccessibile, separata dall’esperienza viva del soggetto. Questo scisma tra l’atto del pensare e colui che dovrebbe essere il pensatore ci riporta paradossalmente indietro nei secoli, a dispute medievali che credevamo sepolte, ma che ora risorgono con un’urgenza spettrale.

«Comincia un’epoca di barbarie e le scienze saranno al suo servizio». L’epoca di barbarie non è ancora finita e la diagnosi di Nietzsche è oggi puntualmente confermata. Le scienze sono così attente a esaudire e persino precorrere ogni esigenza dell’epoca, che quando questa ha deciso che non aveva voglia né capacità di pensare, le ha subito fornito un dispositivo battezzato Intelligenza artificiale (per brevità, con la sigla AI). Il nome non è trasparente, perché il problema dell’AI non è quello di essere artificiale (il pensiero, in quanto inseparabile dal linguaggio, implica sempre un’arte o una parte di artificio), ma di situarsi al di fuori della mente del soggetto che pensa o dovrebbe pensare. In questo essa assomiglia all’intelletto separato di Averroè, che secondo il geniale filosofo andaluso era unico per tutti gli uomini. Per Averroè il problema era conseguentemente quello del rapporto fra l’intelletto separato e il singolo uomo. Se l’intelligenza è separata dai singoli individui, in che modo questi potranno congiungersi ad essa per pensare? La risposta di Averroè è che i singoli comunicavano con l’intelletto separato attraverso l’immaginazione, che resta individuale. È certamente sintomo della barbarie dell’epoca, nonché della sua assoluta mancanza di immaginazione, che questo problema non venga posto per l’intelligenza artificiale. Se questa fosse semplicemente uno strumento, come i calcolatori meccanici, il problema in effetti non sussisterebbe. Se invece si suppone, come di fatto avviene, che, come l‘intelletto separato di Averroé, l’AI pensi, allora il problema del rapporto col soggetto pensante non può essere evitato. Bazlen ha detto una volta che nel nostro tempo l’intelligenza è finita in mano agli stupidi. È possibile che il problema cruciale del nostro tempo abbia allora questa forma: in che modo uno stupido – cioè un non pensante – può entrare in rapporto con un’intelligenza che afferma di pensare al di fuori di lui?

La questione posta da Averroè, la cosiddetta copulatio tra l’intelletto materiale (l’uomo singolo) e l’intelletto agente (la mente unica e separata), richiedeva uno sforzo attivo: l’immaginazione doveva produrre i fantasmi, le immagini sensibili, su cui l’intelletto agente poteva operare l’astrazione. C’era, insomma, una collaborazione necessaria, un ponte gettato dall’individuo verso l’universale. Nell’era dell’AI, questo ponte è crollato. Lo stupido di cui parla Bazlen non usa l’immaginazione per nutrire l’intelligenza artificiale; al contrario, si aspetta che l’AI gli fornisca anche l’immaginazione, che gli restituisca immagini e testi già confezionati, esonerandolo da ogni sforzo creativo. Il rapporto non è più di copulazione fertile, ma di parassitismo sterile. L’AI, in quanto archivio sterminato di dati e correlazioni statistiche, non pensa nel senso umano del termine, non ha esperienza del dolore, della gioia, della morte; essa simula il pensiero rimescolando ciò che è già stato detto. Ma se l’utente umano ha rinunciato a pensare, se è diventato, appunto, stupidità naturale, allora l’incontro tra queste due entità — la macchina che calcola senza coscienza e l’uomo che ha coscienza senza calcolo — produce un cortocircuito mostruoso. L’intelligenza separata diventa un oracolo muto che parla solo per confermare la pigrizia di chi lo interroga. Il rischio non è che le macchine diventino coscienti e ci dominino, come nella fantascienza distopica, ma che noi diventiamo macchine incoscienti, appendici biologiche di un processo algoritmico che non comprendiamo più. Se Averroè cercava la beatitudine nella congiunzione con l’intelletto unico, l’uomo contemporaneo sembra cercare l’oblio nella connessione con il cloud. E in questa abdicazione, in questa rinuncia a essere il luogo dove il pensiero accade come evento e rischio, risiede la vera minaccia: non la fine dell’uomo biologico, ma la fine dell’uomo come soggetto capace di dire io penso, o meglio, capace di assumersi la responsabilità vertiginosa di quel pensiero che, da sempre, cerca di pensare lui.

Glossario
Crediti
 Giorgio Agamben
 Sull'intelligenza artificiale e sulla stupidità naturale
  Pubblicato online sul sito Quodlibet.it il 23 Marzo 2023
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