La castrazione di Urano
Gea non perse tempo in preamboli. Dall’oscurità della notte stessa, forgiata dalla sua volontà e dal suo dolore, estrasse un’arma: una grande falce, dalle lame multiple, affilata e lucente, fatta della selce più dura e tagliente che il suo corpo potesse produrre. La porse a Crono e disse sottovoce, ma con una risolutezza che non ammetteva obiezioni: «Castrare tuo padre.».

Crono lasciò cadere la falce di selce dalla mano, come se la pietra fosse diventata incandescente. L’ultima cosa che si sarebbe immaginato, nel suo calcolo di ambizione e libertà, era che sua madre gli facesse una proposta così radicale, così definitiva. Lo sguardo tra i due si incrociò: negli occhi di Gea bruciava una fredda determinazione; in quelli di Crono lampeggiava un orrore calcolato, misto a un brivido di eccitazione per la portata dell’azione.

«Cazzarola, mamma!» esclamò, trattenendo a stento la voce. «E non c’è un’altra soluzione meno… definitiva? Una prigionia, un esilio?». Il suo pragmatismo titanico valutava i rischi, la possibile vendetta di un padre evirato ma ancora vivo.

«Non ci sono» assicurò Gea, e la sua voce era come il rumore di due placche continentali che si scontrano. «È l’unico modo che mi viene in mente affinché Urano perda il suo potere generativo e la sua autorità su di me, per recuperare tutti i miei figli e farlo smettere di importunarmi una buona volta. Finché ha quel potere, tornerà. Finché ci si stende sopra di me, dominerà. Deve essere reciso.». La metafora era crudele e letterale, e Gea la enunciò senza esitazione.

«Sei sicura di quello che mi stai chiedendo?» cercava di farla riflettere Crono, un ultimo, futile tentativo forse più per la propria coscienza che per lei. «È un parricidio, di un genere particolare.».

«Assolutamente sicura!» confermò la Madre Terra, e il suo sguardo non vacillò. Poi, aggiunse l’esca che sapeva avrebbe inchiodato la decisione del figlio ambizioso: «E se ci riesci, se compi quest’atto per tutti noi, sarai tu il nuovo re dell’universo. Colui che ha osato dove nessun altro ha avuto il coraggio. Il potere passerà a te.».

L’offerta non era male; anzi, lasciare il Tartaro e diventare il re dell’universo, spodestando colui che li aveva rinchiusi, gli sembrò un’idea più che buona. Era il calcolo perfetto. La paura fu sopraffatta dall’ambizione. Così, senza aggiungere altro, Crono raccolse nuovamente la falce di selce, ne tastò il taglio gelido, e si rivolse verso l’immensa distesa addormentata di suo padre. La scena che seguì, nelle tenebre primordiali, deve essere stata terribile, un atto di violenza fondativa che avrebbe marchiato per sempre la stirpe divina.

Mentre Urano dormiva, gravando su Gea con il peso inconsapevole della sua volta stellata, Crono, l’obbediente ma infido figlio, gli si avvicinò. Non c’era delicatezza nel gesto, solo una determinazione brutale. Con un movimento rapido e preciso, forse aiutato dall’oscurità complice di Nyx, inflisse al padre un taglio netto e risolutivo. Un grido muto, più un tremito cosmico che un suono, scosse l’etere. Urano si contorse nel suo sonno, una ferita incolmabile squarciando la sua essenza.

Crono, tenendo in mano il membro reciso e la fonte del potere generativo di suo padre, rimase per un attimo sospeso. Cosa fare di un tal trofeo, di un tal segno di sacrilegio? Senza sapere che altro fare, con un gesto di disgusto e di pragmatismo, lo scagliò lontano da sé, verso le acque sconfinate di Ponto. Osservò il mutilato membro di suo padre essere trascinato dalle correnti oceaniche, galleggiare per un attimo come una cosa innaturale, e poi affondare nelle profondità salate. Tuttavia, quando lo fece, non poté impedire che alcune gocce di sangue divino, calde e vitali anche nella loro violenza, cadessero sulla superficie di Gea, sulla sua terra ancora feconda.

E quelle gocce, contaminate dalla rabbia, dal tradimento e dal dolore di Urano, portarono una nuova, terribile fecondazione. Fecondata miracolosamente e orribilmente da quel sangue, al momento stesso della caduta, la Madre Terra generò nuove creature, nate non dall’amore ma dall’odio e dalla violenza. Per prime nacquero le Erinni, le tre Furie: Aletto, Megera e Tisifone. Si materializzarono con serpi tra i capelli, torce fumiganti in pugno e un pessimo umore eterno, incaricate di perseguitare i crimini di sangue, specialmente quelli familiari. Poi spuntarono dalla terra bagnata i Giganti, una dozzina di guerrieri enormi e deformi, potenti e brutti come i primi figli mostruosi, nati con il solo scopo della guerra. Infine, dalle gocce più schizzate, nacquero le Meliadi, le ninfe dei frassini, molto più compiacenti e dolci delle loro sorelle furiose, ma pur sempre figlie di un atto sanguinoso.

Urano, come ci si può immaginare, rimase di stucco, stravolto dal dolore e dall’umiliazione. Con un gemito che fu il primo vero suono di sofferenza dell’universo, si ritrasse, si sollevò per sempre dall’abbraccio di Gea. La sua cupola stellata si inarcò, si fece più lontana, fredda e indifferente. Non tornò mai più a ficcare il naso, né alcun’altra parte di sé, negli affari della Terra o dei loro figli. La sua era una ritirata eterna, un’amara e distante reggenza del cielo puro, separato ormai per sempre dalla terra.

Gea, invece, scoppiò di una felicità amara e trionfante. Con un sospiro di sollievo che fu un vento primaverile su tutto il mondo, lasciò uscire finalmente dalla prigione del suo ventre tutta la sua prole a lungo desiderata. Ciclopi, Titani, Ecatonchiri: emersero alla luce, stropicciandosi gli occhi, liberi. Lei li guardò, questi figli tanto diversi, mostruosi e maestosi, e il suo amore di madre, davvero incondizionato, traboccò. «Come siete belli tutti, figli miei!» esclamò, e la sua voce era il fruscio delle foglie e il mormorio dei ruscelli. «Ognuno con il suo stile, con la sua forza! Come siete belli!». Per lei, la perfezione stava nella loro stessa esistenza, finalmente libera.

Crono, il primo dio a personificare il Tempo che inizia a scorrere con gli eventi, fu acclamato come un eroe, il liberatore. Venne elogiato da tutti, anche da chi forse intuiva la sua natura ambiziosa, per aver effettuato la difficile e pericolosa missione di castrare e deporre il tiranno Urano. Fu riconosciuto da tutti, fratelli e sorelle, come il nuovo sovrano, il Re dei Titani. Ed egli, investito da tale autorità, presto iniziò ad organizzare il suo impero con una frenesia ordinatrice.

Fu un non-stop di decreti e assegnazioni. La prima cosa che fece fu scegliere un luogo che simboleggiasse il nuovo ordine: una posizione centrale, di mediazione tra il regno celeste ormai distante e sua madre Gea, la terra. La scelta cadde sul Monte Olimpo, poiché soddisfava le condizioni migliori: affondava le sue radici profonde nelle viscere della madre, da cui traeva stabilità, e allo stesso tempo la sua cima maestosa sorpassava l’antica cupola del cielo di Urano, puntando verso l’Etere. Lì, stabilì la sede del governo. Dopo, con un pragmatismo da amministratore, distribuì i ministeri tra i suoi fratelli e sorelle, costituendo così il primo Consiglio domiciliato sull’Olimpo. A Oceano, il primogenito, concesse l’autorità su tutte le acque dolci che circondavano le terre, raccomandandogli, con l’aiuto di Teti, di infondere vita e movimento a Ponto, il vecchio e sterile mare nato da Gea. A Crio lo incaricò di prendersi cura dei greggi e delle mandrie di animali che sarebbero un giorno sorti; a Temi, l’amministratrice della giustizia naturale, affidò il compito di proteggere l’ordine e la legge divina; a Iperione diede la responsabilità di mantenere il fuoco degli astri e di regolare la luce; e così a Ceo, Giapeto, Febe, Mnemosine e Teia, a ciascuno secondo i propri gusti e capacità, concesse i loro futuri compiti e domini. Crono sedeva al centro, arbitro di tutto, guardando il suo nuovo mondo con uno sguardo soddisfatto, ma già vigile. La prima era, quella del Caos e della tirannia di Urano, era chiusa. Iniziava l’era dei Titani, sotto lo scettro di Crono, il Tempo. E nessuno, in quel momento di trionfo, poteva immaginare che il nuovo sovrano, terrorizzato dalla profezia di un suo possibile detronamento, avrebbe presto mostrato di avere molto in comune con il padre che aveva così brutalmente evirato.

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 Sergio Parilli
 La vita di Gea
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