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Dmitrij Mendeleev credeva fermamente nell’importanza del progresso scientifico, a partire dall’ambito chimico, per l’avanzamento dell’economia.
Senza la scienza non può esserci l’industria moderna“, diceva – per questo al servizio del suo paese spende grandi energie intellettuali e fisiche per promuovere iniziative tecnologiche a sostegno della crescita industriale. L’ambito che più lo appassiona è quello delle risorse naturali: nel 1863, visita la petrolchimica di Baku, nel Caucaso, e in seguito viene inviato dal governo zarista agli Stati Uniti per studiare da vicino lo sviluppo dell’industria petrolifera.
L’industria estrattiva era allora ai suoi albori. La prima trivellazione di un pozzo in Pensilvania era avvenuta nel 1859 e Mendeleev ne intuisce, da subito, l’enorme potenza interessandosi ai problemi dell’estrazione, della raffinazione e della commercializzazione. Naturalmente, da scienziato qual era, si pone anche il quesito del origine dei giacimenti e avanza l’ipotesi di una genesi inorganica del petrolio, contraria a quella che si sarebbe poi affermata come egemone nel mondo scientifico che descrive la formazione del petrolio a partire da materia organica rimasta sepolta in assenza di ossigeno.
Con l’invenzione del motore a combustione interna e la scoperta delle sue infinite possibilità d’impiego, l’industria petrolifera diventerà una delle basi dell’economia moderna e il più grande bussines del ventesimo secolo. Eppure Mendeleev, uno dei padri del’industria petrolifera metteva in guardia contro lo sfruttamento indiscriminato dell’oro nero. “Il petrolio“, diceva Mendeleev, “è un dono della natura così raro è unico che bruciarlo come un combustibile semplice equivale a un peccato paragonabile a bruciare le banco note“. Una preveggenza che pare quasi oracolare nel nostro ventunesimo secolo in cui incombe l’incubo della fine del petrolio.

Crediti
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