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«Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato.»

Nella “Cognizione del dolore” Gadda ricerca le ragioni «oscure e vivide» del suo irreparabile e atroce rancore di figlio dalla natura «difettiva», del suo tetro odio verso l’ipocrita «imbecillagine generale del mondo»: impietosamente e crudelmente confessandosi e rappresentandosi nella tragica «orrida solitudine» dell’hidalgo – ingegnere Gonzalo Pirobutirro. La formazione scientifica e il bisogno di ordine conducono quindi l’ingegnere elettrotecnico Carlo Emilio Gadda a intraprendere, attraverso la scrittura letteraria, un doloroso percorso di conoscenza e di indagine razionale «della universa realtà». Tuttavia questo intento, di per se stesso positivistico e ottocentesco, si vanifica risolvendosi in un quadro tutto novecentesco in cui, dai più diversi punti di vista vengono dipinti, con nera collera, l’inestricabile «garbuglio» interiore del protagonista e il caotico «pasticcio» dell’intera società umana. Né naturalistica né neorealistica né avanguardistica, bensì straordinariamente solitaria, unica e fortemente espressionistica appare la capacità mimetica di Gadda. Ribellandosi ai consueti modi di trascrizione della realtà sulla pagina letteraria, la sua scrittura barocca e grottesca percepisce e ritrae «il barocco e il grottesco» che «albergano già nelle cose», nella natura e nella storia. Con rapidi trapassi dal tragico al comico, dal grottesco al sarcastico, il «fenomenico mondo», nella sua molteplice fluida varietà, nei suoi aspetti più minuti, più bassi turpi sgradevoli e deteriori, dai sogni ai catarri, dalle chimere agli sputi, viene registrato ed insieme brutalmente deformato. E come specchio fedele e deformante del garbuglio universale, sostantivi, verbi e aggettivi vengono caoticamente enumerati e accumulati. Non solo i più diversi registri stilistici, ma anche i più diversi linguaggi — dall’italiano letterario e aulico all’italiano regionale lombardo popolare e borghese, dallo spagnolo ai dialetti meridionali, ai più svariati tecnicismi, arcaismi e neologismi — sono strumento di registrazione oggettiva, ma al tempo stesso parodica e satirica, dell’Italia fascista, tanto chiaramente trasposta nell’immaginario stato sudamericano del Maradagàl. Così accostati e fusi tra loro, i linguaggi e gli stili più disparati implacabilmente demistificano e smascherano quelle meschine ipocrisie «della ritualistica borghese» che, oltrepassando il muro di cinta, oltraggiano il solitario silenzio del protagonista e ne scatenano l’ira più disperata. Giunto infine alla cognizione di un «immedicabile» nevrotico dolore, oramai coscientemente «atterrito dalla vanità vana del nulla», Gadda interrompe la narrazione in circostanze misteriose, lasciando in sospeso questo lirico romanzo, questo capolavoro a cui per tutta la vita, da 1936 al 1970, ha atteso. E al lettore rimangono suoni, suggestioni e terribili e straordinarie emozioni.

Crediti
Carlo Emilio Gadda
La cognizione del dolore
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