Era vero. Alla maggior parte bastò guardarlo un’altra volta per capire che non poteva avere altro nome. Le più testarde, che erano le più giovani, mantennero l’illusione che una volta vestito, disteso tra i fiori e con scarpe di vernice, avrebbe potuto chiamarsi Lautaro. Ma fu un’illusione vana. La tela risultò scarsa, i pantaloni mal tagliati e peggio cuciti gli rimasero stretti, e le forze occulte del suo cuore facevano saltare i bottoni della camicia. Dopo la mezzanotte si attenuarono i fischi del vento e il mare cadde nel torpore del mercoledì. Il silenzio mise fine agli ultimi dubbi: era Stefano. Le donne che lo avevano vestito, quelle che lo avevano pettinato, quelle che gli avevano tagliato le unghie e rasato la barba non poterono reprimere un fremito di compassione quando dovettero rassegnarsi a lasciarlo disteso per terra. Fu allora che compresero quanto doveva essere stato infelice con quel corpo smisurato, se persino da morto lo intralciava. Lo videro condannato in vita a passare di lato attraverso le porte, a spaccarsi la testa con gli architravi, a rimanere in piedi durante le visite senza sapere cosa fare con le sue tenere e rosate mani da bue di mare, mentre la padrona di casa cercava la sedia più resistente e lo supplicava morta di paura si sieda qui Stefano, mi faccia il favore, e lui appoggiato alle pareti, sorridente, non si preoccupi signora, sto bene così, con i talloni in carne viva e le spalle scottate a forza di ripetere la stessa cosa in tutte le visite, non si preoccupi signora, sto bene così, solo per non passare per la vergogna di rompere la sedia, e magari senza aver mai saputo che quelli che gli dicevano non andartene Stefano, aspetta almeno fino a quando bolle il caffè, erano gli stessi che poi sussurravano se n’è andato il grande sciocco, che bello, se n’è andato il bello stupido. Questo pensavano le donne di fronte al cadavere poco prima dell’alba. Più tardi, quando gli coprirono il viso con un fazzoletto perché non lo infastidisse la luce, lo videro così morto per sempre, così indifeso, così simile ai loro uomini, che si aprirono le prime crepe di lacrime nel loro cuore. Fu una delle più giovani a iniziare a singhiozzare. Le altre, incoraggiandosi a vicenda, passarono dai sospiri ai lamenti, e più singhiozzavano più desiderio sentivano di piangere, perché l’annegato stava diventando sempre più Stefano per loro, fino a quando lo piansero tanto che divenne l’uomo più indifeso della Terra, il più mansueto e il più servizievole, il povero Stefano. Così quando gli uomini tornarono con la notizia che l’annegato non era nemmeno dei villaggi vicini, esse sentirono un vuoto di giubilo tra le lacrime.
—Sia benedetto Dio —sospirarono—: è nostro!
Gli uomini credettero che quelle smancerie non fossero altro che frivolezze da donne. Stanchi delle tortuose indagini della notte, l’unica cosa che volevano era togliersi di mezzo una volta per tutte l’intruso prima che si svegliasse il sole feroce di quel giorno arido e senza vento. Improvvisarono una barella con resti di trinchetti e bome, e le legarono con cime d’altura, perché resistessero al peso del corpo fino alle scogliere. Volevano incatenargli alle caviglie un’ancora di nave mercantile perché affondasse senza intoppi nei mari più profondi dove i pesci sono ciechi e i sommozzatori muoiono di nostalgia, in modo che le cattive correnti non lo restituissero alla riva, come era successo con altri corpi. Ma più si affrettavano, più cose venivano in mente alle donne per perdere tempo. Andavano come galline spaventate beccando amuleti di mare nei bauli, alcune intralciando qui perché volevano mettere all’annegato gli scapolari del buon vento, altre intralciando là per allacciargli un braccialetto di orientamento, e alla fine di tanto levati di lì donna, mettiti dove non intralci, guarda che quasi mi fai cadere sul defunto, agli uomini salirono al fegato i sospetti, e cominciarono a brontolare con quale scopo tanta ferramenta da altare maggiore per un forestiero, se per quanti perni e caldaie portasse addosso se lo sarebbero mangiato gli squali, ma loro continuavano a trafficare con le loro cianfrusaglie, portando e riportando, inciampando, mentre se ne andava in sospiri ciò che non se ne andava in lacrime, così gli uomini finirono per imprecare che da quando in qua tanto scompiglio per un morto alla deriva, un annegato di nessuno, un cadavere di merda. Una delle donne, mortificata da tanta indolenza, tolse allora al cadavere il fazzoletto dalla faccia, e anche gli uomini rimasero senza fiato.
L'annegato più bello del mondo
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