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Si dovrebbe tentare, in primo luogo, di dibattere su ciò che il politico “non è”, per liberare positivamente il campo. Il politico non è esclusivamente nessuno dei suoi componenti, bensì tutti insieme. Una casa non è soltanto una porta, né soltanto una parte, né un tetto, ecc. Dire che la politica è uno dei suoi componenti isolatamente è una riduzione sbagliata. Si deve sapere descriverla come una totalità. Ma, inoltre, nella totalità delle case, ce ne sono di cattive, o case che non permettono di vivere bene, che sono troppo piccole, o inutili, ecc. Alla stessa maniera nel politico.
Il politico come tale si corrompe come totalità, quando la sua funzione essenziale è distorta, distrutta nella sua origine, nella sua fonte. Anticipando ciò che più avanti spiegheremo, è necessario, iniziando con la riflessione di ciò che sia il politico, prestare attenzione al suo sviamento iniziale, che farebbe perdere completamente il senso di ogni azione o istituzione politica.
La corruzione originaria del politico, che denomineremo il feticismo del potere, consiste nel fatto che l’attore politico (i membri della comunità politica, sia il cittadino o il rappresentante) crede di poter affermare la propria soggettività o l’istituzione nella quale compie qualche funzione (da qui che si può denominare “funzionario”) – sia presidente, deputato, giudice, governatore, militare, poliziotto – come la sede o la fonte del potere politico. In questa maniera, per esempio, lo Stato si afferma come sovrano, ultima istanza del potere; in questo consisterebbe il feticismo del potere dello Stato e la corruzione di tutti quelli che pretendono esercitare il potere statale così definito. Se i membri del governo, per esempio, credono di esercitare il potere a partire dalla loro autorità autoreferente (cioè riferita a se stessi), il loro potere si è corrotto.
Perché? Perché ogni esercizio del potere di ogni istituzione (dal presidente fino al poliziotto) o di ogni funzione politica (quando, per esempio, il cittadino si riunisce in assemblee pubbliche o elegge un rappresentante) ha come riferimento primario e ultimo il potere della comunità politica (o del popolo, in senso stretto,). Il non riferimento, l’isolamento, la rottura delle relazioni dell’esercizio delegato del potere, determinato da ciascun istituzione politica, con il potere politico della comunità (o popolo) assolutizza, feticizza, corrompe l’esercizio del potere del rappresentante in qualsiasi funzione.
La corruzione è doppia: del governante che si crede sede sovrana del potere, e della comunità politica che glielo permette, che lo consente, che diventa servile invece di essere attrice della costruzione del politico. Il rappresentante corrotto può usare un potere feticizzato per il piacere di esercitare la sua volontà, come vanagloria ostentatrice, come prepotenza dispotica, come sadismo davanti ai suoi nemici, come appropriazione indebita di beni e di ricchezze. Non importa quali apparenti benefici si concedano al governante corrotto, l’aspetto peggiore non sono i beni mal ricevuti, bensì il deviamento della sua attenzione come rappresentante: da servitore o dall’esercizio obbendenziale del potere a favore della comunità si è trasformato nel suo detrattore, nel suo “succhiasangue”, nel suo parassita, nel suo fattore di indebolimento, fino a divenire causa della sua estinzione come comunità politica. Ogni lotta per i propri interessi di un individuo (il dittatore), di una classe (come la borghesia), di una elite (come i creoli), di una “tribù”, sono corruzione politica

Crediti
 • Enrique Dussel •
 • Venti tesi di politica •
 • trad. Antonino Infranca •
 • Pinterest •   •  •

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