La fonte morale di tutte le religioni è la coscienza della propria fragilità umana di fronte alla sua altrettanto attraente aspirazione al compimento dei suoi potenziali impegni di convivenza. È questa coscienza che avrebbe portato gli esseri umani a richiamare, attraverso un atto di immaginazione desiderativa spinto all’estremo, delle forze illimitatamente superiori a lui, che fossero esse cosmiche o sopracosmiche, non entro ora in questa questione, ma anche dotate come lui di conoscenza e volontà, capaci di aiutarli nell’esercizio dei loro sforzi morali comunitari, ma in cambio della contropartita di un’azione di grazie rivolta a queste forze superiori consistente in sacrifici offerti a esse, sacrifici sempre cruenti e spesso disumani. È infatti inscindibile da ogni religione la cerimonia sacrificale come richiesta e azione di grazie offerta alle forze divine. Da qui, almeno quando questo sacrificio coinvolge gli esseri umani, la religione comporta una condizione caratteristicamente miserevole. Una condizione questa che assume a sua volta una nota sinistra quando si tratta delle religioni di quei popoli già storici soggetti alla legge fattuale della storia il cui sviluppo li condurrà inevitabilmente ad adottare una prospettiva certamente universale, ma proprio quella che considera gli altri possibili terzi popoli proprio come nemici. Ed è ora che le religioni adotteranno, in accordo con questa prospettiva universale, la forma della religione monoteista, in modo che ora la richiesta di aiuto al loro unico Dio includerà anche la punizione o la distruzione dei popoli nemici. Certamente sia l’Islam che l’ebraismo, sebbene ognuno a modo suo, costituiscono i due grandi esempi esemplari di queste religioni monoteiste caratteristicamente sinistre.
Il carattere sacrificale e cruento dell’azione di grazie delle altre religioni è concentrato e assunto nel cristianesimo nella Seconda Persona di Dio stesso, cioè nella persona divina e nel corpo umano di Gesù Cristo, che per lo stesso motivo libera d’ora in poi per sempre gli uomini da ogni sacrificio, e naturalmente umano, in azione di grazie, tranne quella forma massimamente sublimata di azione di grazie che consiste nella commemorazione comunitaria e nella ripetizione in ogni celebrazione dell’Eucaristia del sacrificio di Gesù Cristo. Un sacrificio che proprio per questo ha avuto luogo per la redenzione di tutti gli uomini in quel sottilissimo senso: per la redenzione di tutti quegli uomini capaci di chiedere, ricevere e ringraziare liberamente il dono della Grazia che deriva da detto sacrificio come aiuto nei loro sforzi morali responsabilmente liberi per preservare il loro impegno nella comunità. Si tratta quindi di una Grazia che né riduce né annulla né sostituisce in alcun modo la libertà, ma proprio la rafforza in quanto conta su di essa. Ed è così che il Cristianesimo ha fondato l’ontologia della libertà nella storia universale umana: della genuina libertà, non c’è bisogno di dirlo se non per le degenerazioni moderne della stessa. E l’effetto morale decisivo e fondamentale che deriva da questa sottile relazione tra Grazia e libertà sono le idee correlate di perdono e di correzione, che costituiscono come l’arco di volta di tutta la vecchia morale cristiana. Nessun’altra religione ha infatti avuto un’idea così acuta, ma allo stesso tempo così raffinata, del peccato originale: infatti la teologia morale cristiana conosce, e conosce bene, questa tendenza inerziale umana a fallire nei propri sforzi morali liberi per fare del bene. Ma questa condizione fragile dell’essere umano non implica per il cristianesimo una condizione fatalmente rotta, e ciò proprio grazie alla relazione tra la Grazia derivata dal sacrificio di Gesù Cristo e la libertà responsabile umana che è in grado di chiedere, ricevere e ringraziare liberamente questa Grazia. Da qui ogni cristiano sa che tutti i suoi peccati potranno essere, e più e più volte, perdonati se c’è una contrizione così radicale da comportare un impegno non meno radicale per la correzione.
Ed è stato in definitiva questo arco di volta della vecchia morale cristiana che ha permesso al cristianesimo di fondare la Cristianità, cioè di erigere sulle rovine dell’Impero Romano e al contempo preservare con una volontà di ricorrenza universale infinita un progetto di comunità universale
. Un progetto che, proprio a causa del suo sottile contenuto dottrinale, non si sapeva perfetto, ma costitutivamente difettoso in quanto sottoposto ai continui fallimenti nella forza di volontà della morale umana, ma non per questo fatalmente condannato al fallimento. Perciò si trattava, alla fine, come non mi sembra infelice dire, di continuare a mantenere in piedi, mal che vada, il progetto di tale comunità universale.
In coerenza con il senso teologico morale e politico della sua dottrina, è stato il cristianesimo a instaurare la distinzione e allo stesso tempo la relazione tra l’ambito dei poteri politici di ogni popolo, dotati in principio ciascuno di essi della facoltà della potestà, cioè del potere di governare per il bene comune del proprio popolo, e l’ambito dell’autorità morale universale o auctoritas della Chiesa in quanto responsabile della custodia del riferimento comunitario universale metapolitico al quale in principio dovrebbero attenersi sia i cristiani che ogni governo che volesse essere cristiano. In questo modo, sapendo molto bene la Chiesa che ogni potere politico, e anche i cristiani, possono cadere, e cadono, sotto la forza di aspirazione degli effetti del peccato originale, nel confronto meramente politico-economico con altri poteri politici, non ha smesso di offrire a sua volta la possibilità come già detto prima di mantenersi a galla di questa tentazione.
È stato tutto questo sottile e complesso sistema di equilibri, e con esso l’arco morale di volta su cui si reggeva, ad essere stato dinamitato dalla Riforma protestante, inizialmente luterana, stabilendo così il primo dei gradini principali della decomposizione della vecchia civiltà occidentale.
Il colpo chiave che Lutero ha inferto al sistema di equilibri della dottrina cristiana a partire dal quale non poteva più rimanere in piedi la sua architettura generale consisteva nel negare la capacità di correzione dell’essere umano nel concepirlo come irrimediabilmente affondato nella malvagità e nella colpa. L’essere umano è infatti per Lutero una coscienza abissale nella colpa derivata da una malvagità incapace di correggersi, una coscienza che quindi può solo aspettarsi dalla Grazia divina non solo nessun aiuto a un possibile sforzo libero per correggersi di cui è incapace, ma solo la sua salvezza eterna per la sola fede nel sacrificio di Gesù Cristo, un sacrificio che in questo modo non ha più alcuna funzione di supporto per le nostre opere in questo mondo, ma solo quella della nostra salvezza eterna per la sola fede.
Lutero ha distrutto la chiave ultima dell’antropologia teologica del vecchio cristianesimo, che era appunto la libertà umana, la genuina libertà responsabile impegnata nella preservazione della comunità. E con essa tutte le parti di questa antropologia, come dicevo, cadranno una dietro l’altra.
L’essere umano rimarrà già diviso o spezzato in una mera coscienza immersa nella sua colpa e in un corpo inteso come un immondo immondezzaio di peccati, una divisione morale che è appunto quella che precede e prefigura la successiva divisione gnoseologica e ontologica cartesiana tra una mente incorporea e un corpo meccanico privo di anima, una divisione questa che come si vede in alcun modo è moralmente neutra e che già avvelenerà irrimediabilmente, sia teoricamente che praticamente, tutta la filosofia moderna successiva, e in particolare il suo più genuino e pericoloso figlio, che è l’idealismo tedesco.
È stato il luteranesimo a istituire la figura dell’individuo astratto moderno, cioè: la figura delle coscienze comunitariamente isolate l’una dall’altra in quanto sciolte dai loro corpi come adeguati supporti di tale sostegno, ma associate le une alle altre per interessi già meramente utilitari, cioè a un livello pratico a scopi tecnici-economici e/o politici, che non potranno fare a meno di continuare a ricorrere ai loro corpi, ma solo come meri strumenti utili di tale tipo di interessi. Comunitariamente isolati e utilitariamente associati, così i moderni individui astratti si andranno man mano formando a partire dalla Riforma, preparando così il terreno perché possa agire, portando al limite questo tipo di individuo, come vedremo ora, gli effetti dell’industria moderna.







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