Egon SchieleLa luce del proiettore taglia il buio dell’aula con un raggio netto. Siedo davanti a un gruppo di persone che vogliono sapere cosa sia il cinema. Ho portato con me dei rulli di pellicola chiusi in scatole di metallo. La materia è ciò che conta davvero in questo mestiere. Non cerchiamo il senso nelle parole degli esperti che scrivono sui giornali. Guardiamo piuttosto come si muove la luce sulla parete grigia. Il cinema è un ufficio dove si fanno i conti ogni mattina. È un laboratorio dove i prodotti chimici mangiano la sostanza per far apparire le ombre. Ogni immagine ha un costo preciso. Ogni inquadratura è un tempo di lavoro che qualcuno ha dovuto pagare. Vedo le facce di chi ascolta. Molti cercano il sogno o il racconto. Io offro il rumore della macchina che gira. In quel periodo a Montreal parlavo di queste cose ogni giorno. Cercavo di smontare il mito della creazione libera. Chi agisce dietro la macchina è un operaio che ha avuto il permesso di mettere il proprio nome sulla porta. Ma dietro quella porta ci sono centinaia di persone che muovono le mani nel silenzio. La tecnica non mente mai. Essa dice la verità sulla produzione. Se guardiamo un film, dobbiamo vedere la traccia della fatica fisica. Non solo la recita degli attori sotto le luci calde del set. Dobbiamo vedere il taglio delle forbici e sentire l’odore della colla sulla celluloide bagnata dai chimici.

Recentemente ho appunto visto un film di Delphine Seyring, fatto con un certo numero di interviste ad attrices celebri, che intendevano denunciare il ruolo della donna nel cinema, nei film. E tutte dicevano: No, non sono libera, non posso fare…. E io pensavo: Non è molto serio, non è professionale, perché non si vede neanche un pezzo delle scene che avevano girato, e quindi non ci si poteva render conto del tipo di oggetto che se ne era fatto; altrimenti anche loro avrebbero potuto dire: «Tutto sommato c’è qualche responsabilità anche da parte mia nell’accettare. Poiché, comunque sia, non è mica un lavoro in fabbrica! E dopo, si sarebbero potute intervistare tutte le donne che sono nel cinema ma che non fanno le dive dietro alla macchina da presa, innanzitutto le comparse – ce ne sono un sacco – e poi le operaie, le dattilografe che negli uffici battono i preventivi dei film, e le operaie nei laboratori o in un sacco di posti, le quali non c’entrano affatto con… È un altro aspetto del cinema, se vogliamo.

La diva piange davanti alla camera mentre le luci la circondano. Dice che il sistema la schiaccia e le toglie il respiro. Ma lei ha firmato un contratto di sua mano. Ha scelto di stare sotto quel raggio di luce per un certo numero di ore. La sua sofferenza è un lusso che altri non hanno affatto. Penso alla donna che sta nel buio del laboratorio di sviluppo. Ella respira i fumi degli acidi per intere giornate. Le sue dita sono gialle per il contatto con la chimica del film. Nessuno le chiede se si sente libera di agire. Il suo lavoro è un fatto di necessità pura. Non ha dive che la rappresentino nei documentari di denuncia. Il cinema è questa disparità di base. Si mostra il volto di una e si nasconde il braccio delle altre. La dattilografa batte i tasti per ore. Ella mette in riga i numeri del budget e le spese del trucco. Senza di lei la macchina si ferma subito. Eppure per il pubblico ella non esiste. La storia del cinema è la storia di questa sparizione costante. Si è costruito un racconto per nascondere la fabbrica. Si vuole che la gente creda nel miracolo dell’immagine. Invece l’immagine è un oggetto pesante. Un oggetto che viene montato, incollato e venduto al mercato. Le attrici di cui parlava Seyrig sono prigioniere di una immagine che esse stesse hanno contribuito a creare. Esse vendono il proprio sguardo al miglior offerente. Se non si vede il pezzo di pellicola fisica, non si capisce il patto tra il corpo e l’industria. Il cinema è un atto di commercio che usa la luce per truccare la realtà delle cose. La responsabilità risiede nel modo in cui si accetta di essere parte del gioco. Chi siede in ufficio non ha queste crisi dell’anima. Ha solo il compito di far quadrare i conti della ditta ogni fine mese.

La vera storia del cinema non si trova nei libri di critica libresca. Si trova nei registri delle ore di lavoro e dei pagamenti. Si trova nei magazzini dove si conservano le pizze di metallo cariche di zinco. Ogni metro di film è una prova fisica di una scelta tecnica. Dobbiamo smettere di parlare di arte come se fosse un dono che piove dal cielo. L’arte è un residuo della produzione ben fatta. Il disincanto dello sguardo è il solo modo per essere seri nel proprio agire professionale. Guardate lo schermo senza chiudere gli occhi. Non vedete una storia di amore o di guerra. Vedete un montaggio di stimoli luminosi su una superficie piana. Chi ha messo insieme quegli stimoli con le proprie dita? Spesso sono donne di cui non sappiamo nemmeno il nome di battesimo. Esse hanno tagliato la pellicola con una precisione che nessun uomo possiede in laboratorio. Esse hanno gestito il tempo del racconto nel silenzio delle stanze di montaggio buie. Questa è la presenza femminile di rilievo nel cinema. Una presenza di base, che sorregge l’intero apparato della visione. Le dive sono solo la superficie di un mare che ha correnti gelide e forti sotto la spuma. La tecnica è la sola bussola per non perdersi nella chiacchiera. Dobbiamo studiare il modo in cui la luce colpisce la grana del film vergine. Lì c’è la verità del mestiere. Il resto è solo rumore di fondo che non serve a nulla. Una chiacchiera che serve a vendere biglietti e a tenere la gente seduta nel buio delle sale. La nostra vita è un progetto che si scrive attraverso la materia e il tempo. Restiamo svegli e pronti a vedere la macchina per quello che è. Solo così potremo abitare la terra con la dignità di chi non si lascia ingannare dai riflessi.

Crediti
 Jean-Luc Godard
 Introduzione alla vera storia del cinema
  Cinquième voyage
  Pubblicato in Italia: Maggio 1982 - Traduzione: Enrica Ghezzi
 SchieleArt •   • 
 Il libro esamina l'evoluzione del cinema descrivendo l'importanza della tecnica, dello sviluppo chimico e della montatrice in opposizione al mito delle dive. La scrittura descrive con rigore la spaccatura tra il prodotto finito e la fabbrica della visione svelando come il lavoro reale e l'ascolto siano gli unici strumenti di comprensione. L'autore propone uno studio scientifico e distaccato dei fatti mostrando come le scelte della società abbiano consumato le relazioni umane reali delle popolazioni. Questo saggio offre strumenti utili per superare la spaccatura culturale e per ritrovare il cammino comune delle scelte personali del nostro tempo reale.

Citazioni correlate

Il rischio del vero montaggio ⋯ 
L'amatore è un consumatore di pellicola che vive nell'attimo isolato senza porsi il problema della forma o della durata, mentre il professionista abita una gabbia d'acciaio fatta di budget e di contratti. Ma proprio lì egli deve esercitare la sua volontà per accettare il risco del montaggio e per difendere la verità reale delle cose.
 Jean-Luc Godard  Introduzione alla vera storia del cinema
 Saggistica, Cinema


I punti di unione visibili ⋯ 
Truffaut ha scelto la pace dei festival e il recinto dei padroni, facendo film che rassicurano il pubblico e censurando i suoi vecchi articoli per cancellare gli attacchi netti del passato. Il cinema è fatto di forbici e colla, ma i punti di unione devono restare visibili per essere veri.
 Jean-Luc Godard  Introduzione alla vera storia del cinema
 Saggistica, Cinema


Il lavoro invisibile ⋯ 
Le donne nel cinema non fanno solo le dive ma lavorano negli uffici a battere preventivi o nei laboratori a sviluppare e montare la pellicola a fari spenti. Questa disparità di base mostra che il cinema è un'industria in cui la sofferenza delle dattilografe e delle operaie sorregge l'apparato della visione e il mito dell'immagine.
 Jean-Luc Godard  Introduzione alla vera storia del cinema
 Saggistica, Critica cinematografica


La televisione trasmette ordini ⋯ 
La televisione non è fatta per comunicare, è fatta per trasmettere degli ordini.
 Jean-Luc Godard  Intervista
 Nouvelle Vague, Teoria del cinema, Intervista


Mostrare sé stessi per farsi capire ⋯ 
Mi capita spesso di litigare o di non farmi capire dagli amici, quando dico: «Io però mi faccio vedere; tu puoi criticarmi solo perché io mi mostro in grande su di un'immagine». Bisogna mostrare se stessi e mostrare come si vedono gli altri. A questo punto, gli altri possono dirvi: «Guarda che io non sono mica cosi»; solo a questo punto ci si può capire, ma solo perché c'è stato un tramite, un termine medio tra noi. E ci si capisce in un modo più visibile, più interessante, più direttamente accessibile. I bambini, quando nascono, o i vecchi, quando muoiono, non parlano, vedono delle cose.
 Jean-Luc Godard  Introduzione alla vera storia del cinema. Volume 1
 Cinema, Teoria


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Categorie correlate
Glossario
Riferimenti
Decostruzione
Livello Strutturale e Formale
Scomposizione gerarchica
La tesi centrale afferma che il cinema non è un miracolo artistico o una creazione libera, bensì una fabbrica, un’industria pesante basata sulla fatica fisica, sulla necessità economica e sul lavoro invisibile di operai e maestranze.
Le argomentazioni di supporto demistificano le crisi delle dive sollevate nel documentario di Delphine Seyrig, contrapponendovi la reale mancanza di libertà delle operaie di laboratorio o delle dattilografe; si evidenzia inoltre come la verità di un film risieda nella sua traccia materiale (chimica, tagli, costi).
La premessa di fondo è che la tecnica e la produzione non mentano mai, e che l’arte sia soltanto un residuo della produzione ben fatta.
La conclusione invita a un disincanto dello sguardo come unico approccio professionale serio, esortando a guardare lo schermo per riconoscervi l’apparato tecnico e il lavoro sommerso (spesso femminile) anziché lasciarsi ingannare dall’illusione del racconto.
Analisi del flusso
L’architettura del discorso si sviluppa attraverso una progressione demistificante che si sposta dall’esperienza didattica personale alla critica di sistema.
Il flusso inizia nel primo paragrafo descrivendo l’aula di Montreal e l’impatto visivo e tattile dei rulli di pellicola, stabilendo il parallelismo tra cinema e ufficio/laboratorio.
La transizione al secondo paragrafo introduce un elemento di smentita critica (il film di Seyrig), utilizzato come reagente polemico per spostare il focus dalle rivendicazioni astratte delle attrici alla realtà materiale della produzione.
Il terzo paragrafo sviluppa questa antitesi radicale attraverso il contrasto visivo tra la diva illuminata e l’operaia nel buio degli acidi, strutturando l’idea del cinema come sparizione costante della fabbrica.
L’ultimo blocco fa convergere il flusso logico verso una sintesi teorica e assiologica, dove la tecnica viene eletta a bussola per un risveglio della coscienza dello spettatore.
Segmentazione
  1. La materialità del cinema nell’aula di Montreal: L’introduzione del cinema come ufficio, contabilità e laboratorio chimico, rifiutando le interpretazioni dei critici sui giornali.
  2. La critica al documentario di Seyrig: La contestazione delle denunce delle dive in quanto prive di senso di responsabilità e avulse dall’effettivo processo industriale.
  3. La disparità di base e l’invisibilità operaia: Il contrasto tra la sofferenza di lusso dell’attrice sotto contratto e la necessità pura della montatrice, della dattilografa e dell’operaia di sviluppo.
  4. Il disincanto dello sguardo e la verità della tecnica: L’appello finale a leggere il cinema attraverso i registri di lavoro e la grana della pellicola per non farsi ingannare dai riflessi.
Livello Semantico e Concettuale
Ermeneutica
Il testo è strutturato su una fitta rete di metafore industriali, chimiche e ottiche: il cinema è un ‘ufficio’ o una ‘fabbrica’, i prodotti chimici ‘mangiano la sostanza’ e lo schermo mostra solo un ‘montaggio di stimoli luminosi’.
L’espressione ‘sofferenza è un lusso’ esplicita la natura di classe della visibilità mediatica, svelando come il discorso sulla libertà delle dive sia in realtà un privilegio contrattualizzato.
Il significato implicito della ‘sparizione costante’ indica che l’apparato spettacolari necessita della cancellazione delle proprie tracce produttive per funzionare come mito.
Le ‘correnti gelide e forti sotto la spuma’ simboleggiano il lavoro di base delle donne in montaggio e sviluppo, le quali gestiscono il tempo e la precisione del racconto nel silenzio, fungendo da reale struttura portante dell’illusione visiva.
Decodifica del lessico
Il registro adoperato è quello di una critica materialista e anti-idealista della produzione cinematografica, caratterizzato da termini crudi e aziendali (‘conti’, ‘preventivi’, ‘budget’, ‘contratto’, ‘atto di commercio’).
L’autore sceglie deliberatamente parole che evocano usura, fatica e fisicità (‘acidi’, ‘odore della colla’, ‘dita gialle’, ‘taglio delle forbici’) per demistificare il lessico romantico della creazione (‘mito della creazione libera’, ‘sogno’, ‘racconto’, ‘miracolo’).
Le connotazioni culturali rinviano direttamente alle teorie del cinema d’avanguardia e della modernità politica (marxista e strutturalista), dove il termine ‘chiacchiera’ definisce la critica d’arte idealista che occulta i rapporti di forza economici.
Identificazione dei temi
  1. Il cinema come processo industriale e manifatturiero: La riconduzione del film a un oggetto pesante, fatto di pellicola, colla e ore di lavoro misurabili.
  2. L’invisibilità del lavoro femminile subordinato: La denuncia della rimozione storica delle operaie, montatrici e dattilografe a favore della centralità feticistica della diva.
  3. La demistificazione dell’autorialità e della libertà artistica: La destrutturazione del concetto di genio creatore isolato a favore della figura dell’artista come operaio contrattualizzato.
  4. L’etica del disincanto visivo: Lo studio della tecnica e della materia come unico strumento critico per resistere all’alienazione dello spettacolo mercificato.
Livello Critico e Contestuale
Analisi delle presupposizioni
L’autore presuppone che esista una maggiore autenticità ontologica nella fatica materiale rispetto all’esperienza emotiva o intellettuale del racconto cinematografico.
Viene dato per scontato che l’alienazione delle attrici nel sistema divistico sia incomparabile e qualitativamente inferiore rispetto a quella delle lavoratrici nei laboratori, escludendo che la mercificazione del corpo e dell’immagine possa costituire una forma di sfruttamento altrettanto brutale.
Si rileva inoltre la presupposizione che l’analisi della struttura tecnico-economica esaurisca l’identità del film, riducendo l’esperienza dello spettatore a una scelta binaria tra l’essere ingannati dai riflessi o il decodificare freddamente la macchina.
Valutazione argomentativa
Il testo mostra una rigida coerenza interna basata sull’applicazione dell’approccio materialista a ogni aspetto del cinema (didattica, critica, analisi tecnica). La contrapposizione tra i fumi degli acidi respirati in laboratorio e le lacrime delle attrici sostiene in modo efficace la tesi della disparità di base.
Tuttavia, l’autore cade in una fallacia di generalizzazione o di falsa equivalenza quando paragona il set alla fabbrica per sminuire le rivendicazioni delle attrici (‘Poiché, comunque sia, non è mica un lavoro in fabbrica!’), usando la durezza del lavoro operaio come espediente retorico per invalidare una critica politica di stampo femminista sul ruolo della donna sullo schermo.
Contestualizzazione
Il testo riflette il clima teorico e politico del post-sessantotto e degli anni Settanta (il riferimento a Delphine Seyrig e al suo video ‘Sois belle et tais-toi’ del 1976 colloca storicamente il discorso).
Le posizioni dell’autore si collegano alla tradizione della critica marxista dell’industria culturale (Adorno, Benjamin) e alle teorie dei ‘Cahiers du Cinéma’ o di registi-teorici come Jean-Luc Godard e Jean-Marie Straub, che insistevano sulla necessità di mostrare il lavoro dietro l’immagine per fare un cinema politico.
Il richiamo alla materialità chimica della celluloide si inserisce nel contesto della transizione epocale che ha preceduto l’avvento del digitale, difendendo il cinema come traccia fisica, artigianale e industriale in opposizione alla critica libresca e idealista.
Rielaborazione e Output
Estrazione di citazioni e glossari
Citazioni Chiave:
1. «Il cinema è un ufficio dove si fanno i conti ogni mattina. È un laboratorio dove i prodotti chimici mangiano la sostanza per far apparire le ombre.»
2. «La storia del cinema è la storia di questa sparizione costante. Si è costruito un racconto per nascondere la fabbrica.»
3. «L’arte è un residuo della produzione ben fatta. Il disincanto dello sguardo è il solo modo per essere seri nel proprio agire professionale.»

Glossario dei Termini Tecnici ed Evocativi:
* Materia/Celluloide: Il supporto fisico e plastico ricoperto di emulsione sensibile ai prodotti chimici, opposto dall’autore all’astrattezza digitale o letteraria del ‘racconto’.
* Disincanto dello sguardo: Attitudine analitica dello spettatore o del professionista che rifiuta l’immedesimazione catartica nel dramma per osservare la traccia del lavoro e del montaggio.
* Sparizione costante: Processo ideologico e industriale mediante il quale il prodotto finito (il film) occulta l’apparato tecnico, la fatica fisica e i costi di produzione che lo hanno generato.
* Pizze di metallo: I contenitori circolari utilizzati per proteggere e trasportare i rulli di pellicola stampata o vergine, assunti a simbolo della pesantezza oggettuale del cinema.
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