Egon SchieleScrivo questo non per lasciare un monumento di carta, ma per sfogare l’incendio che mi divora. La mia mano corre sulla pagina come i miei piedi correvano sul palco, ma qui non c’è musica, non c’è pubblico che applaude, c’è solo il silenzio assordante delle montagne svizzere che mi guardano. Romola, mia moglie, mi osserva con occhi spaventati, crede che io sia malato, chiama i dottori. Ma io non sono malato, sono sveglio. Sono troppo sveglio in un mondo di dormienti. Loro dormono nei loro affari, nei loro calcoli, nelle loro guerre stupide che distruggono la bellezza. Io vedo Dio in ogni fiocco di neve, in ogni gesto, ma loro vedono solo un ballerino che non vuole più esibirsi a comando. Credono che l’arte sia un divertimento, una decorazione per le loro serate noiose. Non capiscono che l’arte è sangue, è sacrificio, è Dio che parla attraverso un corpo. Quando danzavo *Lo Spettro della Rosa*, io non ero un uomo che saltava, ero lo spirito del fiore, ero l’effimero che diventa eterno. Ora non voglio più essere un fiore reciso per il vostro vaso. Voglio essere la radice che spacca la terra. Mi dicono di riposare, di prendere le medicine. Ma come si può riposare quando si sente il dolore di tutto il mondo? Io sento il dolore degli alberi tagliati, sento il dolore dei soldati nelle trincee, sento il dolore di Dio che viene ignorato. La mia mente non si ferma mai, è un vortice di colori e suoni che non riesco a tradurre in parole umane, perché le parole umane sono povere, sono gabbie.

Io non penso quando dormo – sento -. Capitemi bene, quando scrivo io non penso – sento. La mia anima scoppiò in pianto. Io tremo quando la gente non mi capisce. Io ho una grande sensibilità. Il fuoco dentro di me non si estingue. Io vivo con Dio. Io sono venuto qui per essere d’aiuto – io voglio il paradiso in terra. Per il momento la terra è un inferno. Io voglio infiammare il mondo e la sua gente, non spegnerli. Gli scienziati spengono il fuoco della terra e l’amore reciproco della gente. Io sono colui che muore quando non è amato. Io amo tutti ma non sono amato. Mi ero forse gettato tra le braccia di una persona che non mi amava? Compresi tutto l’errore. Mia moglie mi adorava sopra ogni cosa, ma non mi sentiva.. Io tremo quando la gente non mi capisce. Io ho paura delle persone perché loro mi capiscono ma non mi sentono. Ho paura delle persone perché vogliono che io viva come loro. Vogliono che danzi cose allegre. Io non amo l’allegria. Io amo la vita… Io voglio danzare perché lo sento, non perché mi stanno aspettando. Non amo mangiare carne. Ho visto come ammazzano gli agnelli e i maiali. L’ho visto e ho sentito i loro lamenti. Loro sentono la morte. Me ne sono andato per non vedere la morte. Non lo sopportavo. Piangevo come un bambino. Sono salito su per una montagna e non riuscivo a respirare. Mi sono sentito mancare il respiro. Ho sentito la morte dell’agnello. Mentre salivo sulla montagna piangevo. Avevo scelto una montagna dove non c’era gente. Avevo paura di essere deriso. So che tutti diranno «Nižinskij è impazzito», ma non m’importa, perché faccio già la parte del pazzo in casa mia. Lo penseranno tutti, ma non mi metteranno in manicomio perché danzo molto bene e do dei soldi a chiunque me ne chieda. La gente ama i tipi strambi. Io amo i pazzi perché so parlare con loro. Quando mio fratello era in manicomio, io lo amavo e lui mi sentiva. I suoi amici mi amavano. Avevo diciotto anni allora. Capivo la vita di un pazzo. Conosco la psicologia del pazzo. Io non li contraddico, perciò i pazzi mi amano. Mio fratello è morto in manicomio. Mia madre ha le ore contate. Ho paura che non la rivedrò più. Io le voglio bene, e perciò prego Dio di concederle una lunga vita.

Questa paura di non essere sentito è peggiore della morte fisica. Essere capiti intellettualmente è facile, basta spiegare le cose con la logica. Ma essere sentiti richiede un cuore aperto, e la maggior parte della gente ha il cuore chiuso a chiave per paura di soffrire. Io non ho chiavi, le ho buttate via tutte. Sono aperto come una ferita, e per questo ogni respiro è un’estasi e un’agonia insieme. Diaghilev, il mio vecchio maestro e amante, mi capiva come artista ma mi voleva possedere come un oggetto prezioso. Quando mi sono liberato di lui, ho creduto di trovare la libertà, ma ho trovato solo solitudine. Ora sono qui a St. Moritz e scrivo questi quaderni per non dimenticare chi sono, mentre sento che la nebbia sta scendendo sulla mia mente. A volte la nebbia è dolce, è un rifugio dove non devo più spiegare nulla a nessuno. Lì posso danzare con Dio senza musica, senza costumi, nudo nella neve. Ma poi torna la paura del manicomio, di quelle stanze bianche senza finestre dove mettono chi vede troppo. Ho paura che mi legheranno le mani, quelle mani che hanno creato *L’Apres-midi d’un faune*, quelle mani che hanno accarezzato l’aria e l’hanno resa solida. Se mi legano, non potrò più scrivere, non potrò più disegnare i miei cerchi e i miei occhi che piangono. Allora diventerò davvero pazzo, perché la pazzia è solo l’energia che non trova uscita. Per questo scrivo veloce, senza rileggere, senza correggere. Le correzioni sono bugie della mente. La verità è nel flusso, nell’errore, nella macchia d’inchiostro che assomiglia a una lacrima nera. Forse un giorno qualcuno troverà questi quaderni e capirà che Nižinskij non era pazzo, era solo un uomo che amava troppo e che è bruciato nel suo stesso amore. Forse allora non sarò più solo. Forse allora qualcuno sentirà il mio battito nel silenzio della carta e danzerà con me, finalmente libero.

Glossario
Crediti
 Vaclav Fomič Nižinskij
 Diari
  Capitolo/Sezione: Quaderno Primo (o Parte Prima): *Vita*. Scritto a St. Moritz, Svizzera, tra il Gennaio e il Marzo 1919, poco prima del definitivo internamento psichiatrico.
  Pubblicazione in Italia: Ottobre 2000 - Ttraduzione di G. Zuliani
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