La scienza procede determinata e sicura, e se guardiamo alla fisica e alla biologia di duemila anni fa, o anche semplicemente di cinquanta o cinque anni fa, e le confrontiamo con quelle di oggi, possiamo constatare facilmente i loro progressi. Ciò è dovuto al fatto che la scienza prescinde dal sentire-con, depura cioè l’esperienza dalle dimensioni soggettive e personali, e così ottiene un sapere oggettivo e universale. Il punto però è che quelle dimensioni della realtà di cui la scienza si libera risultano spesso quelle veramente decisive per il senso della nostra vita. Ne prese coscienza un giorno Wittgenstein quando scrisse: «Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati».
Al contrario la filosofia e le discipline umanistiche non prescindono dalla dimensione soggettiva, anzi ne fanno la materia privilegiata della loro indagine, e per questo scaldano il cuore e accendono le passioni; al contempo però, sempre per questo motivo, esse sono prive di un consenso oggettivo che le renda universali, così che al loro interno regna una disorientante pluralità di vedute. Il risultato è che non sappiamo se, rispetto per esempio a Platone, abbiamo fatto passi in avanti oppure siamo addirittura più indietro quanto a capacità di fondazione dei valori essenziali e di trasmissione della sapienza vitale che egli chiamava sophía.




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