Crescere a Bergamo negli anni Ottanta e Novanta significava imparare presto l’arte di essere invisibili o, al contrario, accettare di essere un’anomalia cromatica in un paesaggio di nebbia e cemento. Mia madre, con la sua eleganza ruandese e la sua pelle color ebano, cercava di navigare quel mare di sguardi sospettosi con una dignità che spesso veniva scambiata per arroganza. Quel giorno era speciale, o almeno avrebbe dovuto esserlo: era il mio compleanno. Volevo solo sentirmi bella, volevo che i miei capelli non fossero un problema per una volta, volevo somigliare alle principesse dei cartoni animati o almeno alle bambine della mia classe che agitavano chiome lisce e lucenti sotto il sole pallido della Lombardia. Avevamo camminato per ore, ricevendo rifiuti gentili o porte chiuse in faccia, giustificazioni puerili che nascondevano un disagio profondo davanti a una biologia che non sapevano maneggiare. Mia madre stringeva la mia mano con una forza che tradiva il suo nervosismo, ma i suoi occhi restavano fissi sull’obiettivo: trovare qualcuno che accettasse di tagliare i capelli a sua figlia. Entrammo nell’ennesimo locale, sperando che l’insegna luminosa promettesse un’accoglienza che finora ci era stata negata sistematicamente da una città che si professava civile ma che faticava a gestire il diverso.
La fila di clienti sollevò lo sguardo dai bikini di Novella 2000 alle facce forestére di me e mia madre. La chioma bionda della parrucchiera era infilzata da una gigantesca molletta fucsia. Spense l’asciugacapelli e scoppiò la Big Babol mentre apriva bocca: Io i capelli africani non li tratto. Riaccese l’ asciugacapelli intimando un affondo da pugile. Un risolino sommesso percorse il negozio e le sciure bergamasche tornarono alle loro più rassicuranti riviste di pettegolezzi e alla musica in sottofondo. La prego, signora. È il quinto negozio che visitiamo…. Mia madre insistette, tentando di essere ascoltata al di sopra del frastuono. Le finestre, tappezzate di poster con donne bianche dai capelli dritti, gettavano l’ intero negozio nell’ oscurità, l’ aria carica di boccoli strinati, lacca, aliti e starnuti. Non è per me, ma per mia figlia. Oggi è il suo compleanno. La parrucchiera socchiuse gli occhi e corrugò la fronte, analizzando minuziosamente le geometrie dei miei boccoli. Sparì dentro a un ripostiglio e ritornò con indosso un paio di guanti da infermiera. Mi tastò la testa come se stesse inzuppando le mani nel letame. Seguimi!, grugnì. Mamma quasi pianse dal sollievo. La stylist mi piazzò davanti allo specchio e, senza nemmeno disturbarsi a lavarmi i capelli, cominciò a tagliare. Mi accoltellò i ricci con un pettinino a denti strettissimi, rizzandoli come tanti fili elettrici finché la testa non divenne un enorme cespuglio. Infine tagliuzzò le punte di quella che era diventata una chioma afro tipo zucchero filato, sfoltendo qualche ciocca qua e là per accentuare l’effetto palla. Per i pochi minuti di lavoro e il disturbo extra richiesto dai miei capelli africani, si fece pagare il doppio della normale tariffa. Grazie mille, signora. È stata gentilissima ad aiutarci. Vaffanculo!, fu la sua risposta.
Uscimmo dal negozio nel silenzio più assoluto, mentre il vento gelido di Bergamo mi sferzava il viso e quella strana acconciatura che mi sentivo sulla testa come un casco di vergogna. Mia madre non disse una parola, ma vedevo le sue spalle sussultare leggermente sotto il cappotto. Non era il taglio in sé a far male, né il prezzo raddoppiato come se la mia pelle fosse una tassa da pagare alla società, ma quell’insulto finale scagliato con una violenza gratuita proprio mentre cercavamo di essere grate per un servizio negato. Quel bacio razzista mi rimase impresso nell’anima più di ogni altra carezza ricevuta. Camminavamo velocemente verso casa, cercando di fuggire da quella strada che improvvisamente ci appariva ostile e aliena. Mi guardai in una vetrina e non vidi la principessa che sognavo, ma un mostro con i capelli a palla, una creatura che non apparteneva a nessun mondo, rifiutata da chi avrebbe dovuto prendersi cura della sua immagine. In quel momento compresi che il mio corpo non era solo mio, ma era un territorio di scontro, un simbolo che scatenava reazioni incontrollabili negli altri. La mia infanzia finì bruscamente su quel marciapiede, tra l’odore di lacca economica e l’eco di una parola volgare che sanciva la mia esclusione dalla normalità bergamasca.
Arrivammo a casa e mia madre cercò di sistemare quel disastro con le sue mani, cercando di ridare una forma umana a quel cespuglio elettrico che la parrucchiera aveva creato per disprezzo. Mi guardava con una tenerezza infinita, chiedendomi scusa senza parlare, con gli occhi lucidi di chi sa di non poter proteggere il proprio figlio dal veleno del mondo. Eppure, in quel gesto di cura domestica, iniziai a percepire una forza diversa. I miei capelli, definiti intrattabili, erano in realtà la mia resistenza, la prova tangibile di una genealogia che non poteva essere tagliuzzata o umiliata da un paio di guanti in lattice. La negretta, come mi avrebbero chiamata ancora mille volte, stava imparando a conoscere il peso delle parole e la profondità dei solchi tracciati dal pregiudizio. Quel compleanno divenne il simbolo di una lotta che avrei portato avanti per tutta la vita: la lotta per il diritto di esistere, di avere capelli africani in una terra di biondi, di essere me stessa senza dover pagare il doppio o subire l’odio di chi non sa guardare oltre la propria Big Babol. La bellezza spirituale di cui avrei avuto bisogno non l’avrei trovata negli specchi dei saloni di via Quarenghi, ma nella consapevolezza di una dignità che nessun vaffanculo avrebbe mai potuto scalfire veramente, in una continua tensione verso l’integrità che nasce proprio dalle ferite più profonde e ingiuste dell’infanzia.
Negretta. Baci razzisti
Parte prima - Il compleanno
Pubblicato in Italia: Ottobre 2020
SchieleArt • •
Questo importante saggio autobiografico esamina l'asfittico e doloroso pregiudizio razziale subito dall'autrice durante la sua infanzia difficile a Bergamo, svelando la violenza gratuita dell'esclusione sociale. L'opera mostra la faticosa e complessa ricerca di integrità di fronte alle dure offese ricevute, esortando ad abitare la propria ricca biologia con orgogliosa fierezza per ritrovare la perenne giustizia. Questa feconda opera propone un sentiero di vera, costante e duratura pace comune per ogni essere umano consapevole, per promuovere la autentica verità.
Il refusal della parrucchiera ⋯
La fila di clienti sollevò lo sguardo dai bikini di Novella 2000 alle facce forestére di me e mia madre. La chioma bionda della parrucchiera era infilzata da una gigantesca molletta fucsia. Spense l'asciugacapelli e scoppiò la Big Babol mentre apriva bocca: Io i capelli africani non li tratto. Riaccese l'asciugacapelli intimando un affondo da pugile.
Marilena Umuhoza Delli Negretta. Baci razzisti
Narrativa contemporanea, Romanzo testimoniale e antirazzismo
Sistemi di controllo e libertà ⋯
Il controllo è la chiave di tutto, un sistema invisibile che lega le mani e la mente. La libertà è un'illusione venduta a caro prezzo mentre le catene si stringono intorno al collo. Bisogna tagliare i fili, vedere oltre la nebbia densa che nasconde la verità nuda e cruda.
William S. Burroughs Pasto nudo
Letteratura, Avanguardia
Il verso che illumina il caso ⋯
L'amore nasce improvviso come un verso che illumina il caso e unisce due anime lontane in un solo battito
Wislawa Szymborska Amore a prima vista
Poesia, Letteratura polacca, Lirica
Città come ferita tra mondi ⋯
Il poeta osserva la città: Beira è una ferita aperta dove il cemento soffoca l'erba selvatica, simbolo di un amore impossibile tra due mondi. Le strade portoghesi tagliano il tessuto africano come lame, creando cicatrici che nessun tempo potrà guarire completamente.
José Craveirinha Il canto del gallo
Poesia mozambicana, Letteratura civile
Ti portavo con me come un dramma ⋯
Quel giorno tutta, dai pettini ai piedi, come un attore tragico un dramma di Shakespeare in provincia, ti portavo con me, ti sapevo a memoria, e girellando per la città ti ripassavo. Quando caddi davanti a te, abbracciando questa nebbia, questo ghiaccio, questo spazio…
Boris Pasternak Il dottor Živago
Letteratura russa, Poesia d'amore in prosa, Romanzo
Anomalia: Condizione di essere differente rispetto alla maggioranza biologica di una società che genera reazioni di forte e violento molto aspro rifiuto sociale.
Esclusione: Processo sociale asfittico e doloroso che allontana ogni individuo dalla normale convivenza civile a causa di forti pregiudizi razziali molto assai diffusi.
Invisibili: Stato di chi si mimetizza con il mondo esterno per evitare le ferite dolorose causate dalla violenza di un assurdo asfittico pregiudizio.
Il corpo nero di Laila Wadia
Questo importante saggio narrativo ed esistenziale esamina la complessa e nevrotica costruzione dell’identità personale e corporea delle donne immigrate storicamente in Italia, mostrando come il colore della pelle e la ricca diversità biologica subiscano costantemente le asfittiche proiezioni e i duri pregiudizi della società contemporanea. L’opera esorta caldamente a riscoprire la propria fierezza intima, invitando ad abitare consapevolmente il corpo con fiera, assoluta, costante, autentica e perenne dignità.
La mia casa è dove sono di Igiaba Scego
Questo celebre saggio narrativo e introspettivo propone una fitta e feconda ricostruzione della complessa identità postcoloniale dell’individuo, esaminando come la ricerca dolorosa di appartenenza si intrecci con le tormentate storie familiari e con le asfittiche convenzioni sociali dell’Italia contemporanea. L’opera esorta caldamente a riscoprire il valore profondo dell’integrità spirituale e della fierezza personale, superando il sterile e ostile pregiudizio collettivo, violento, asfittico e nocivo della società.
Pecore nere di Gabriella Kuruvilla
Questo importante saggio narrativo e introspettivo raccoglie fitte e drammatiche storie di giovani donne di seconda generazione, esaminando la faticosa ricerca di identità in una società malata e ferita dal pregiudizio sistemico. L’opera delinea una lucida, intensa e cruda analisi delle asfittiche convenzioni sociali e dei conflitti familiari, esortando ad abbandonare i compromessi per abitare la propria complessa storia personale, terrena, asfittica, faticosa e quotidiana.
Premesse: La Bergamo degli anni Ottanta e Novanta è uno spazio urbano cementificato, nebbioso e culturalmente monocromatico, in cui l’alterità fenotipica viene percepita come un’anomalia intrattabile; l’infanzia della protagonista è segnata dal desiderio di assimilazione ai canoni estetici dominanti (le principesse, le compagne di classe).
Argomentazioni di supporto: Il rifiuto sistematico da parte di cinque saloni di bellezza che nascondono il pregiudizio dietro scuse puerili; la deumanizzazione operata dalla parrucchiera attraverso l’uso dei guanti in lattice (trattamento del corpo nero come letame o minaccia biologica); la sanzione economica punitiva (il prezzo raddoppiato come tassa sulla pelle); la violenza verbale gratuita del ‘vaffanculo’ finale come dispositivo di sottomissione e umiliazione.
Conclusioni: Il trauma si converte in epifania e perdita dell’innocenza; la cura domestica della madre ricompone la ferita, trasformando il capello ‘intrattabile’ nell’emblema di una genealogia fiera e di una tensione etica verso l’integrità che nessun insulto può scalfire.
L’introduzione definisce la cornice geo-sociale di Bergamo e la tensione psicologica della protagonista nel giorno del suo compleanno, introducendo il motivo della ricerca di normalità.
La prima transizione coincide con l’ingresso nello spazio chiuso e ostile del salone di bellezza, dove il ritmo rallenta per focalizzarsi su dettagli iperrealistici e grotteschi (la Big Babol, la molletta fucsia, le riviste).
Il climax è rappresentato dall’atto del taglio-sfregio: un’operazione priva di cura, violenta e speculativa, che culmina nell’insulto finale.
La seconda transizione descrive il percorso di ritorno, una catabasi psicologica in cui la bambina sperimenta lo sdoppiamento e la percezione del proprio corpo come ‘mostro’.
L’epilogo sposta l’azione nel rifugio domestico, operando una transizione filosofica dal trauma subito alla teorizzazione della resistenza culturale e della dignità etica.
- Unità 1: La nebbia e l’anomalia cromatica. Contestualizzazione storica e geografica a Bergamo; il desiderio infantile di conformismo estetico e la ricerca frustrata di un parrucchiere.
- Unità 2: Il verdetto del salone. L’ingresso nell’ambiente ostile, il rifiuto iniziale della parrucchiera, l’indifferenza delle clienti e la sottomissione della madre per amore della figlia.
- Unità 3: Lo sfregio rituale e la tassa sulla pelle. L’uso dei guanti, la brutale esecuzione di un taglio deformante, la doppia tariffazione e l’insulto finale che spezza l’ipocrisia del servizio.
- Unità 4: Il marciapiede della vergogna. La fuga verso casa nel vento gelido, la perdita dell’innocenza infantile e la presa di coscienza del proprio corpo come spazio di scontro politico.
- Unità 5: La cura domestica e la genealogia della resistenza. Il tentativo materno di riparare il danno e la maturazione di una coscienza identitaria fondata sulla rivendicazione del proprio diritto di esistere.
Significato implicito: Il salone di bellezza funge da microcosmo della società italiana settentrionale dell’epoca, dove l’istituzione estetica agisce come guardiana dei confini della razza e della ‘normalità’ della cittadinanza; la parrucchiera esercita un potere di inclusione/esclusione corporale.
Metafore e simboli: L’‘anomalia cromatica’ come metafora della visibilità punitiva del corpo nero in uno spazio bianco; i ‘guanti da infermiera’ come simbolo di patologizzazione dell’alterità, dove il capello afro è trattato come materiale infetto o letame; il ‘casco di vergogna’ e la ‘palla di zucchero filato’ come rappresentazioni oggettivate della deformazione identitaria imposta dallo sguardo bianco; il ‘bacio razzista’ come ossimoro potente che designa un trauma indelebile, una marcatura a fuoco dell’anima che sostituisce l’iniziazione affettiva con quella della violenza sociale; la ‘Big Babol’ come simbolo della volgarità pop, distratta e masticata, con cui la provincia consuma e rigetta il dolore dell’altro.
- La politicizzazione del corpo nero: La transizione del corpo infantile da dimensione privata a territorio di scontro ideologico e geopolitico.
- Il razzismo sistemico e quotidiano: La smentita della pretesa ‘civiltà’ urbana attraverso micro-aggressioni, esclusioni economiche e sanzioni tariffarie basate sul fenotipo.
- I canoni estetici come dispositivi di potere: L’uso della cura dei capelli come strumento di normalizzazione eurocentrica e di esclusione dell’estetica afro.
- La fine traumatica dell’infanzia: Il compleanno che si trasforma in un rito di passaggio negativo, segnando l’ingresso precoce nella consapevolezza della propria marginalità.
- La resilienza e la riconnessione genealogica: La cura domestica materna come spazio di decolonizzazione e ricostruzione della dignità ferita.
1. «In quel momento compresi che il mio corpo non era solo mio, ma era un territorio di scontro, un simbolo che scatenava reazioni incontrollabili negli altri.»
2. «Quel bacio razzista mi rimase impresso nell’anima più di ogni altra carezza ricevuta.»
3. «I miei capelli, definiti intrattabili, erano in realtà la mia resistenza, la prova tangibile di una genealogia che non poteva essere tagliuzzata o umiliata…»
Glossario dei termini tecnici:
* Anomalia cromatica: L’evidenza visiva e immediata della pelle nera all’interno di uno spazio sociale geograficamente e culturalmente omogeneo (bianco), vissuta come elemento di disturbo dell’ordine visivo stabilito.
* Bacio razzista: Costrutto metaforico e ossimorico che descrive l’atto della discriminazione violenta ricevuto nell’infanzia; un’iniziazione traumatica che si imprime nella psiche con la stessa permanenza di un bacio marchiato a fuoco, ridefinendo il rapporto del soggetto con il mondo esterno.
* Capelli intrattabili: Definizione discriminatoria ed eurocentrica utilizzata dai parrucchieri bianchi per giustificare l’incompetenza tecnica o il rifiuto ideologico di trattare la texture afro, rovesciata nel testo come sinonimo di orgoglio e resistenza culturale.
* Tension verso l’integrità: Processo psicologico e filosofico di ricomposizione del sé frammentato dal trauma razzista; la ricerca di una pienezza esistenziale e di una dignità identitaria che trae forza proprio dalle ferite e dalle esclusioni subite durante l’infanzia.



















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