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Così come Plutone o Ade, Mictlantecuhtli, sposato con Mictecacíhuatl, era per gli aztechi il governatore dell’inframondo o Mictlán. Non c’era un paradiso riservato solo per i giusti; chi moriva lo doveva incontrare un giorno faccia a faccia per poi scendere fino ai nove strati di sottosuolo negli stessi inferi in una soggettiva attraversata per quattro lunghi anni fino ad estinguersi completamente nella parte più profonda o Mictlán Opochcalocán.
Quetzalcóatl Ehecatl, il nostro eroe, era una specie di Eracle e Orfeo messi insieme, e la leggenda racconta che era nella ricerca delle ossa delle creature del mondo precedente al Quarto Sole con il proposito di creare una umanità. Il suo percorso era pieno di ostacoli verso l’inframondo e sicuramente Mictlantecuhtli non gli avrebbe reso facile il compito quando, accorto che era nei paraggi, fece scavare dai suoi assistenti, i Micteca, una fossa grande quanto un burrone nel caso tentasse la fuga da Mictlán una volta ottenuto il bottino. Quest’eventualità blindava il Mictlán anche se Mictlantecuhtli era sicuro che non avrebbe mai superato la prova clou per avere le ossa delle creature che erano separate, per genere, in due sacchetti.
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Solo quando s’incontrarono, Quetzalcóatl seppe da Mictlantecuhtli in persona, mentre riceveva una conchiglia vuota, che la doveva far suonare girando per quattro volte negli inferi per raggiungere la cavità dove poteva prelevare le ossa e andarsene. Non era intimorito Quetzalcóatl, era preparato a tutto: prese la conchiglia in mano, lo appoggiò in terra e fece un appello ai vermi affinché praticassero dei fori nel guscio della conchiglia. Davanti agli occhi increduli di Mictlantecuhtli e sotto l’invocazione di Quetzalcóatl cominciarono a sbucare dalle pareti del sottoterra gruppi di vermi che andavano verso la conchiglia e nel mentre tirava fuori da un sacchetto – che portava con sé – un esercito di api che si posizionarono sopra la conchiglia pronte per entrare una volta completati i fori. A lavoro finito, con le api dentro che ronzavano, la conchiglia sembrava una tromba; subito la prese in mano fino a raggiungere il posto dove si trovavano i sacchi e fuggire dal buio di Mictlán. Ma al ritorno, distratto da una quaglia di passaggio, non si accorse della fossa che avevano scavato i Micteca e andò a finire rovinosamente insieme ai sacchetti che portava con sé che si ruppero disperdendo le ossa che erano state accuratamente distinte e separate quando furono confezionate.
Ormai davano per morto al nostro eroe e l’umanità non poteva più essere creata; solo Mictlantecuhtli sapeva che non era vero e sapeva che era solo un diversivo, nel mentre ostacolava scavando altre uscite quando si sarebbe ripreso. La botta era tremenda e per scalarla, allo stremo delle sue forze, invocava altre sue forze per uscire dal dirupo il più velocemente possibile prima che Mictlantecuhtli forasse definitivamente tutte le uscite esistenti. Il suo richiamo inquietò alla dea Cihuacóatl che andò da lui e si fece consegnare le ossa per alleggerire la sua salita fino al mondo dei vivi. Erano tutti sbalorditi al vederlo tra i vivi. Lo lavarono e quando era profumato da oli essenziali si avvicinò la donzella Quilaztli, portando con se il vaso di bellezza che conteneva la polvere delle ossa macinate che aveva ricevuto dalla dea Cihuacóatl. Lei versò questo talco sull’altare e lui ci versò sopra il suo stesso sangue; tutti fecero penitenza e, alla fine, decretarono la nascita degli umani, cominciando la nuova tappa del Quinto Sole.

Crediti
Trad. da “El Araucano”

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