La liturgia e la performance: un'analogia tra sacro e profano
Vorrei invitarvi ora a spostarvi in Germania, nei primi anni Venti del XX secolo, ma non nei disordini e nei tumulti che segnano in quegli anni la vita delle grandi città tedesche, bensì nel silenzio e nel raccoglimento dell’abbazia benedettina di Maria Laach in Renania. Qui un oscuro monaco, Odo Casel, pubblica nel 1923 (lo stesso anno in cui Duchamp finisce o, piuttosto, abbandona in uno stato di definitiva incompiutezza il Grande vetro) Die Liturgie als Misterienfeier (La liturgia come festa misterica), una sorta di manifesto di quello che sarebbe stato più tardi definito Movimento liturgico.

[…] Alla base della dottrina di Casel sta infatti l’idea che la liturgia (si noti che il termine greco leitourgia significa opera, prestazione pubblica, da laos, popolo, ed ergon) sia essenzialmente un mistero. Mistero non significa però, in alcun modo, secondo Casel, insegnamento nascosto o dottrina segreta. In origine, come nei misteri eleusini che si celebravano nella Grecia classica, mistero significa una prassi, una sorta di azione teatrale, fatta di gesti e parole che si compiono nel tempo e nel mondo per la salvezza degli uomini. Il cristianesimo non è pertanto una religione o una confessione nel senso moderno del termine, cioè un insieme di verità e di dogmi che si tratta di riconoscere e di professare: è, invece, un mistero, cioè una actio liturgica, una performance, i cui attori sono Cristo e il suo corpo mistico, cioè la Chiesa. E quest’azione è, sì, una prassi speciale ma, insieme, essa definisce l’attività umana più universale e più vera, in cui è in gioco la salvezza di colui che la compie e di coloro che vi partecipano. La liturgia cessa, in questa prospettiva, di apparire come la celebrazione di un rito esteriore, che ha altrove (nella fede e nel dogma) la sua verità: al contrario, solo nel compimento hic et nunc di questa azione assolutamente performativa, che realizza ogni volta ciò che significa, il credente può trovare la sua verità e la sua salvezza.

Secondo Casel, infatti, la liturgia (ad esempio, la celebrazione del sacrificio eucaristico nella messa) non è una rappresentazione o una commemorazione dell’evento salvifico: è essa stesso l’evento. Non si tratta, cioè, di una rappresentazione in senso mimetico, ma di una (ri)presentazione in cui l’azione salvifica (la Heilstat) di Cristo è resa effettivamente presente attraverso i simboli e le immagini che la significano. Per questo, l’azione liturgica agisce, come si dice, ex opere operato, cioè per il fatto stesso di essere compiuta in quel momento e in quel luogo, indipendentemente dalle qualità morali del celebrante (anche se questi fosse un criminale – se, ad esempio, battezzasse una donna con l’intenzione di farle violenza – l’atto liturgico non perderebbe per questo la sua validità).

[…] Come, secondo Casel, la celebrazione liturgica non è un’imitazione o una rappresentazione dell’evento salvifico, ma è essa stessa l’evento, allo stesso modo ciò che definisce la prassi delle avanguardie del Novecento e delle loro derive contemporanee è il deciso abbandono del paradigma mimetico-rappresentativo in nome di una pretesa genuinamente pragmatica. L’azione dell’artista si emancipa dal suo tradizionale fine produttivo o riproduttivo e diventa una performance assoluta, una pura liturgia che coincide con la propria celebrazione ed è efficace ex opere operato e non per le qualità intellettuali o morali dell’artista.

In un celebre passo dell’Etica nicomachea, Aristotele aveva distinto il fare (poiesis), che mira a un fine esterno (la produzione di un’opera), dall’agire (praxis), che ha in sé stesso (nell’agir bene) il suo fine. Fra questi due modelli, liturgia e performance insinuano un ibrido terzo, in cui l’azione stessa pretende di presentarsi come opera.

Crediti
 Giorgio Agamben
 SchieleArt •   • 

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