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Nessuno, di nessuna razza, forma o specie, può nemmeno immaginare cosa provo a essere trascinato vorticosamente e attorcigliato intorno a oggetti sudici di ogni tipo in un’orribile corrente. Io, che conoscevo ed ero abituato solo all’ambiente dei calmi processi della digestione. Quanto durerà questo caos (la digestione ha il suo programma predeterminato) e dove mi porterà? Inerme. L’unica cosa che posso fare è risalire la mia lunghezza – considerevole anche se misurata con il metro del suo tempo -, per ripercorrere le mie origini, la mia vita e ciò che mi è successo.

Ingestione

Alla mia origine c’è l’ingestione… già, sembra strano. Ma così è. Forse sono stato ingerito con una foglia di lattuga o forse con quella prelibatezza di carne cruda che, se non sbaglio, va sotto il nome di “bistecca alla tartara“. Potrei essere entrato su un dito leccato dal mio ospite umano dopo essersi dimenticato di aver accarezzato il cane o il gatto. Non ha importanza. Una volta ingerito, sapevo cosa fare nel luogo in cui mi trovavo, mi sono svegliato; la natura è miracolosa se si considera il sapere che fornisce, pronto all’uso, in tutti i suoi milioni di varietà di uova: io sono uscito dal mio minuscolo involucro che l’occhio umano non avrebbe mai potuto individuare sulla lattuga, sulla carne cruda, sul dito, e ho cominciato a crescere. Segmento dopo segmento. Misuratamente.

E così che la mia specie si adatta e si sostiene, avanza per nutrirsi lungo uno dei corridoi dal design più complesso che esista al mondo. Un corridoio organico. Certo, collegato a un sistema forse ancora più complesso, quell’insieme di vene e arterie… tutto quel sangue; la nostra specie non ha nulla a che fare con l’onnipresente pulsazione in quegli stretti tubicini.

La mia casa era calda, con le pareti lisce, immersa in un buio rosato, e lungo le sue tortuosità (avvolte su se stesse per circa nove metri) scendevano, a tratti più regolarmente ma sempre in abbondanza, molti tipi diversi di nutrimento di cui cibarmi, in silenzio, ignoto e inosservato. Un’esistenza ideale! Le molte forme di vita, in particolare quella dei milioni di individui della specie del mio ospite che soffrono la fame nella luce e nel freddo crudeli da cui la mia oscurità mi proteggeva (il nutrimento porta con sé non solo quello che l’ospite mangia, ma anche informazioni su ciò che lui sa dell’esistenza della sua razza e dell’ambiente in cui vive), invidierebbero un esemplare della mia specie. Niente nemici, niente predatori che ti insidiano, niente rivali. Solo la tua sinuosa lunghezza che si muove liberamente e riposa sazia. Il nutrimento che arrivava con tanta assiduità – per anni e anni nel mio caso – era persino già scomposto, pronto a essere consumato, già ridotto in poltiglia, si potrebbe dire, e mescolato a fluidi corroboranti. A volte, durante la mia lunga permanenza, capitava che si verificasse la calata di un liquido potente che mi dava una piacevole eccitazione in tutta la mia lunghezza – che come ho già spiegato era diventata considerevole – facendomi sentire esuberante, per così dire, fino ai miei ultimi segmenti appena aggiunti.

A pensarci, c’erano stati un paio di attentati alla mia vita anche prima dell’attuale catastrofe. Ma non erano riusciti. No!

Avevo subito individuato, infallibilmente, la sostanza aggressiva diretta contro di me e nascosta nel nutrimento che arrivava.

Non avevo toccato quella partita. Avevo lasciato che si spingesse lentamente per la sua strada, ovunque fosse diretta con le sue consuete pulsazioni, proprio come se avessi avuto anch’io la mia parte: intonsa! No, grazie. Potevo aspettare la discesa di un’altra partita: pulita questa volta, lo sapevo. Qualsiasi cosa il mio ospite avesse in mente, allora ne ero consapevole in tutta la mia lunghezza, lo precedevo. Sì! Oh, e c’era stata anche un’altra occasione, che forse aveva a che fare con qualsiasi cosa quell’aggressione alla mia esistenza pacifica significasse, o forse no. La mia dimora, la mia lunghezza erano state improvvisamente irradiate con una strana forma, per la durata di alcuni secondi, di quella che, come avevo appreso indirettamente dal mio ospite, doveva essere luce, come se una qualche… “Cosa“… fosse stata per un attimo autorizzata a guardare dentro il mio ospite. In tutto lo splendido ripostiglio segreto che era il mio dominio. Ma quei raggi erano riusciti a trovarmi? A vedermi? Pensavo di no. Per molto tempo tutto è rimasto indisturbato per quel che mi riguardava.

Ho continuato a crescere, un segmento perfettamente misurato dopo l’altro. Non sono stato a rimuginare sulla fugace invasione della mia privacy; sono tranquillo di natura, come tutta la mia specie. Forse avrei dovuto pensare meglio a ciò che quell’episodio implicava: il fatto che da quel momento in poi il mio ospite sapeva della mia esistenza; l’atto dell’ingerire non dice nulla su ciò che è stato deglutito insieme alla foglia di lattuga o alla carne: fino ad allora lui non poteva essere consapevole del fatto che risiedevo lì. Forse sospettava qualcosa?

Com’è possibile, vorrei sapere. Ero così discreto.

Fiotti di quel liquido forte e gradevole hanno cominciato a raggiungermi più di frequente. Nessuna obiezione da parte mia! La sostanza mi rendeva solo più attivo per un po’, ero arrivato a occupare parecchio spazio nel mio dominio, e devo confessare che mi sorprendevo propenso a ondeggiare e fare un po’ di baldoria. In modo innocuo, naturalmente. Non abbiamo voce, quindi non potevo cantare. Poi seguiva un lasso di tempo di grande torpore, di cui a posteriori non ricordavo mai granché…

Una vita soddisfatta, in condivisione: sapevo che il mio ospite aveva sempre preso il necessario dal nutrimento che scendeva giù fino a me. Una coesistenza giusta ed equa, continuo a sostenere. E perché avrei dovuto prendermi il disturbo di pensare a dove erano diretti i residui, dopo che tutti e due noi eravamo stati soddisfatti?

Oh, se l’ho scoperto! Se l’ho scoperto!

Poiché quello che mi è appena successo… Posso solo continuare a riviverlo, in tutto il suo orrore, come se continuasse a capitarmi. Prima c’è stato un periodo, piuttosto breve, in cui non sono arrivati nessun nutrimento e nessun liquido. Evidentemente il mio ospite digiunava.

Poi…

L’assalto di una terribile piena che brucia amara, sferzante, che insegue vorticosa fin giù in uno stretto passaggio buio pesto, pieno di puzzolente lereiume. Sono diventato parte di ciò che si fa strada qui: ecco dove era diretto il nutrimento in tutti questi anni, dopo che a me e all’ospite non serviva più, a una putrefazione soffocante e a insopportabili esalazioni.

Giona fu sputato fuori dalla balena.

Ma io sono stato… credo che il termine giusto sia cagato.

Da quella latrina sono stato espulso in questa, che ne è solo una versione più spaziosa, rotonda, dalle superfici dure – i miei segmenti non avevano mai toccato niente di simile nella soffice dimora umida e ovattata in cui vivevo – e vengo malamente sballottato insieme a molti, moltissimi altri tipi di marciume e oggetti, sezioni dei quali la mia completezza mi suggerisce devono essere state smembrate da unità organiche a cui uno come me, che non ha mai conosciuto l’esterno ma solo le viscere dell’esistenza, non è in grado di dar nome. Spintonato lungo questo condotto da queste forme, tutte ripugnanti e prive di vita, penso che mi toccherà in un modo o nell’altro morire tra loro: io so come crescere ma non come morire se, come sembra, sarà necessario. E ora! Ora! Questo putrido torrente aveva una destinazione a cui era diretto: sfoga (c’è un attimo accecante che deve essere la luce) e si disperde in un volume di liquido inconcepibile se confrontato ai rivoli e persino ai fiotti che mi nutrivano. Insondabile: vengo trascinato su, tra un che di impetuoso, spumoso, elettrizzante; giù con qualcosa che mi inonda. E sono pulito, pulito in tutta la mia lunghezza! Ah, venire purificati da quel sudiciume in cui non avevo mai sospettato che il nutrimento condiviso con il mio ospite si trasformasse dopo che ce ne eravamo saziati. Benedetta ignoranza, tutti quegli anni in cui sono stato al sicuro dentro a…

Il mio ospite. Quindi lui sapeva. È così che ha programmato di liberarsi di me. Perché? Per quale motivo? E così che rispettava la nostra coesistenza, dopo aver condiviso con me anche i fiotti di quel liquido gradevole del cui effetto gioioso dobbiamo aver goduto insieme. Finisce che mi scaccia senza pietà, in modo odioso, con ogni genere di escremento. Inesorabilmente.

Ma io mi sto adattando a questa vastità! Posso farcela, almeno per un po’, credo. Non è ciò a cui ero abituato e qui non c’è il mio usuale nutrimento, ma constato che i miei segmenti, l’intera lunghezza del mio essere, mi obbediscono ancora: posso avanzare con il mio consueto ondulare. Ondulando, mi metto in viaggio in un elemento che si muove nello stesso modo, mi metto in viaggio verso il luogo in cui questa potente vastità liquida è diretta – la natura ha incorporato nella mia conoscenza l’idea che tutto deve procedere verso una destinazione – e forse là dove questa forza approda, un mio uovo (dentro di noi ne abbiamo tutti una scorta, nonostante siamo esseri solitari e la nostra fecondazione sia un segreto) troverà una mosca che gli faccia da portatore e lo depositi su una foglia di lattuga o su un bel pezzo di carne in una bistecca alla tartara. Ingestione. L’intero processo ricomincerà da capo. Si risveglierà alla vita.

Crediti
 • Nadine Gordimer •
 • Beethoven era per un sedicesimo nero •
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