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La fede in una speciale provvidenza, o altrimenti in un indirizzo soprannaturale che guidi le circostanze della vita individuale, è stata generalmente cara a tutte le epoche, e si ritrova talvolta, incrollabilmente salda, persino in menti riflessive e ostili a ogni superstizione, anche a prescindere completamente da una relazione con qualsiasi altro dogma determinato. Si può anzitutto obiettare che essa, secondo la natura di ogni specie di fede nella divinità, non è sorta propriamente dalla conoscenza, ma dalla volontà, che cioè in primo luogo essa è il prodotto della nostra miseria e insufficienza. I dati forniti dalla sola conoscenza a tale fede si potrebbero forse ricondurre al fatto che il caso, il quale ci gioca parecchi tiri malvagi e quasi premeditatamente perfidi, riesce di quando in quando particolarmente favorevole, o anche mediatamente si prende assai cura di noi. In tutte queste circostanze noi riconosciamo in lui la mano della provvidenza, in modo più chiaro poi, quando esso ci conduce a un fine fortunato contro la nostra stessa intenzione, e anzi attraverso vie da noi temute. In tal caso noi diciamo poi “tunc bene navigavi, cum naufragium feci“, e si manifesta così innegabilmente il contrario tra scelta e guida, con la prevalenza però della seconda. Proprio per questo nei casi disgraziati ci possiamo anche consolare con la previsione, spesso realizzata : “chissà che ciò non valga a qualcosa“; il che propriamente sorge dall’idea che per quanto il caso domini il mondo, esso ha tuttavia come compagno di governo l’errore, e poiché noi siamo sottomessi nello stesso modo a entrambi, che sarà forse una fortuna quanto ora ci appare come una disgrazia. Per evitare i colpi di uno dei tiranni del mondo, noi fuggiamo quindi presso un altro, rifiutando il caso e appellandoci all’errore.

Crediti
 • Arthur Schopenhauer •
 • Parerga e paralipomena •
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