
[…] Il pensiero occidentale, sin dalle sue origini greche, ha interrogato l’ente riguardo al suo essere, ma così facendo ha sempre e solo determinato l’ente come tale, senza mai volgere lo sguardo alla differenza che separa l’ente dall’essere. Questa non è una mancanza casuale, bensì il tratto fondamentale della metafisica, il suo modo proprio di procedere. Proprio perché la metafisica pensa l’ente soltanto nella sua entità, l’essere rimane per essa il non-pensato, il dimenticato. Questa dimenticanza non è un oblio psicologico, ma l’evento stesso della storia dell’Occidente. In tal senso, la metafisica non porta l’essere stesso al linguaggio, perché non pensa l’essere nella sua verità e la verità non come svelatezza, e la svelatezza non nella sua essenza. Nella metafisica, l’essenza della verità compare sempre e solo nella forma già derivata della verità della conoscenza e della asserzione. Eppure la svelatezza potrebbe essere qualcosa di più iniziale della verità nel senso della veritas. Aletheia potrebbe essere la parola che dà un’indicazione non ancora esperita sull’essenza impensata dell’esse. E se le cose stanno così, allora è chiaro che il pensiero della metafisica, che procede per rappresentazioni, non potrà mai raggiungere questa essenza della verità, ma anzi dovrà arrestarsi al suo cospetto, riconoscendo che la sua stessa pretesa di fondazione assoluta si infrange contro ciò che non può essere oggettivato; eppure, per chi abbandoni la pretesa della rappresentazione calcolante e si disponga all’ascolto, non si tratta di un fallimento, bensì del primo passo verso un pensiero più originario. Non si tratta di constatare una mancanza, bensì di porre attenzione all’avvento dell’essenza ancora non detta della svelatezza in cui l’essere si è annunciato. Nel frattempo, alla metafisica, durante tutta la sua storia da Anassimandro a Nietzsche, resta nascosta la verità dell’essere. Perché la metafisica non ci pensa? Perché il suo sguardo è interamente catturato dall’ente, e nella sua fissa osservazione di ciò che è presente, essa non ode il richiamo silenzioso di ciò che, sottraendosi, rende possibile ogni presenza. L’essere, infatti, non si dà mai come un oggetto tra gli altri, ma si ritrae nell’atto stesso di concedere l’apparire. Questo ritrarsi non è un difetto, ma la sua più propria essenza. La metafisica, però, non può pensare questo ritrarsi perché la sua verità è la correttezza dello sguardo, non l’accoglienza del nascondimento.
Essa non chiede l’essere in quanto essere, perché la sua domanda è già sempre rivolta al Seiante che l’essere lo fonda e lo determina. Così il fondamento rimane impensato e la provenienza inespressa. La luce stessa in cui ogni ente appare resta per la metafisica l’ovvio che non abbisogna di domanda. Ma se l’uomo appartiene alla verità dell’essere, allora egli deve imparare a riconoscere che l’essenza dell’esserci si gioca nel tenersi aperto a questo avvento. Non si tratta di negare la metafisica, bensì di esperire il suo compimento come ciò che apre la via a un pensiero più originario. Un pensiero che non sia più metafisica, ma che tuttavia non la rifiuti, anzi la assuma nella sua necessità storica come l’unica via attraverso cui l’essere, proprio nella sua dimenticanza, ha potuto destare una domanda. La domanda Perché la metafisica non ci pensa? non è allora una critica rivolta dall’esterno, ma il venire alla parola del suo stesso non-detto. Questo non-detto non è un vuoto, ma la pienezza di ciò che ancora attende di essere ascoltato, l’eco di un inizio che non cessa di parlare proprio nel silenzio in cui è caduto.
Solo quando il pensiero si libera dall’obbligo di produrre rappresentazioni e si raccoglie nel ricordo (Andenken), la svelatezza può mostrarsi come ciò che si sottrae e proprio così concede la presenza. Allora si comprende che la verità non è mai semplice scopertura, bensì anche e sempre velamento. Il velamento appartiene alla svelatezza più intimamente di qualsiasi positività dell’enunciato. La metafisica, però, non può accogliere questo tratto essenziale perché la sua verità è già sempre verità dell’enunciato, conformità del giudizio alla cosa. Questo è il suo destino e, al tempo stesso, il suo confine. Oltre questo confine il pensiero non trova l’arbitrario, ma il fondamento da cui ogni fondazione metafisica trae la sua possibilità. Il cammino verso tale fondamento non è un progredire, ma un ritornare sui propri passi, un andare a ritroso là dove già da sempre ci troviamo senza averlo mai propriamente abitato. L’essenza della svelatezza, infatti, non sta in alcun luogo al di là dell’ente, ma è il dove stesso di ogni luogo e di ogni dimora. Per questo il pensiero non può impadronirsene, ma solo corrispondervi. Corrispondere all’avvento dell’essere significa lasciare che la verità accada come ciò che si nasconde e proprio così si manifesta. La metafisica, nella sua grandezza, ha preparato questa corrispondenza senza poterla compiere. Ora il compito è un altro: non più costruire sistemi, ma custodire la parola in cui l’essere si annuncia. Custodire la parola significa esperire il linguaggio non più come strumento della rappresentazione, ma come l’evento dell’appropriazione, la casa in cui l’essere giunge al linguaggio. Solo quando il pensiero diventa ascolto, e l’ascolto diventa ringraziamento, allora l’essenza della verità, la svelatezza stessa, potrà forse, un giorno, risuonare nella sua proprietà. […]
Aletheia: Termine greco che indica la verità come svelatezza, un processo dinamico in cui l’apparire dell’ente è indissolubilmente legato al velamento e al ritrarsi dell’essere stesso.
Andenken: Il pensiero come rammemorazione o ricordo grato, che non cerca di oggettivare l’essere attraverso il calcolo, ma si dispone all’ascolto del suo richiamo silenzioso e della sua storia.
Differenza ontologica: La distinzione fondamentale tra l’essere (il darsi della presenza) e l’ente (ciò che è presente), che la metafisica ha ignorato trattando l’essere come se fosse un ente supremo.
Metafisica: Storia dell’oblio dell’essere che, da Anassimandro a Nietzsche, ha pensato solo l’ente nella sua entità, riducendo la verità alla conformità dell’intelletto alla cosa rappresentata.
Che cos'è metafisica?
Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1953
Pinterest • Salvador Dali •
La parola che fa emergere l'altro ⋯
Se la lingua non serve alla comunicazione con l'altro, ma al godimento, l'interpretazione è impossibile. Tuttavia, a volte, una parola sembra far emergere l'Altro come tale. A volte, eccezionalmente, si dice qualcosa di nuovo, al di là della triste ripetizione, qualcosa d'imprevisto (...) questo fa credere nell'Altro (...) questa parola dell'Altro, costituente dell'Altro, possiamo chiamarla interpretazione» Il desiderio, il desiderio è un'altra cosa..
Jacques-Alain Miller Corsi di orientamento lacaniano
Psicoanalisi lacaniana, Filosofia
La mutevolezza della percezione ⋯
Ah, signori miei, non ve ne fidate troppo! Basta appena un soffio a portarsela via, codesta vostra realtà! Ma non vedete che vi cangia dentro di continuo? Cangia, appena cominciate a vedere, a sentire, a pensare un tantino diversamente di poc'anzi; sicché ciò che poc'anzi era per voi la realtà, v'accorgete adesso ch'era invece un'illusione.
Luigi Pirandello Così è (se vi pare)
Teatro del grottesco, Riflessione sulla realtà, Dramma
La fuga dal perenne dolore interiore ⋯
Volare via da me stesso
come un uccello migratore,
da questo roveto, da questo malessere,
da questo perenne dolore.
Angelo Maria Ripellino Praga magica
Poesia, Letteratura del novecento, Espressionismo
Cogliere gli elementi ma non la sintesi ⋯
È veramente un paradosso tipico dello spirito umano cogliere gli elementi senza poterne abbracciare la sintesi: paradosso epistemologico d'una scienza certa nei fatti, ma comunque insufficiente: sufficiente nelle sue teorie, ma comunque incerta, ovvero paradosso psicologico di un io percettibile nelle sue parti, ma inaccessibile nella sua profonda unità.
Albert Camus Metafisica cristiana e neoplatonismo
Esistenzialismo, Saggio filosofico, Tesi di laurea
Il dovere dello psicologo scientifico ⋯
Secondo me il primo dovere dello psicologo scientifico sta nel mantenersi aderente ai fatti vitali della psiche, nell'osservare con esattezza questi fatti, aprendosi in tal modo a quelle esperienze più profonde delle quali non ha assolutamente conoscenza.
Carl Gustav Jung La dinamica dell'inconscio
Psicologia analitica, Metodologia psicologica, Saggio psicologico
Essere e tempo di Martin Heidegger
L’opera capitale che ha scosso il ventesimo secolo ponendo nuovamente la domanda sul senso dell’essere. Il testo analizza l’esistenza umana come esserci (Dasein), situato in un mondo di significati e segnato dalla temporalità. La riflessione contenuta nel brano sulla differenza ontologica e sulla dimenticanza dell’essere trova in questo libro le sue fondamenta sistematiche, invitando a una decostruzione della storia della metafisica per ritrovare una comprensione più autentica e radicale della realtà.
Segnavia di Martin Heidegger
Una raccolta di saggi fondamentali che tracciano il percorso del pensiero heideggeriano dopo la cosiddetta svolta (Kehre). Tra questi spicca Sull’essenza della verità, che approfondisce proprio i temi della svelatezza e del nascondimento trattati nel testo analizzato. Il libro offre una prospettiva cruciale su come la verità non sia semplice correttezza del giudizio, ma un accadimento storico dell’essere, permettendo di comprendere meglio il passaggio dalla rappresentazione calcolante al pensiero rammemorante (Andenken).
Il principio di ragione di Martin Heidegger
Un’indagine profonda sul fondamento del pensiero occidentale e sulla pretesa di rendere ragione di ogni cosa attraverso la rappresentazione. Heidegger esplora come la tecnica moderna sia il compimento della metafisica, dove l’ente è ridotto a mero oggetto di calcolo. Questo testo è strettamente correlato alla critica della rappresentazione calcolante presente nel brano, offrendo una chiave di lettura per interpretare la crisi del mondo contemporaneo come l’apice dell’oblio dell’essere e la necessità di un nuovo ascolto.



















Ancora nessun commento