La morte della filosofia
Che la filosofia sia morta ieri, dopo Hegel o Marx, Nietzsche o Heidegger – e la filosofia dovrebbe ancora errare verso il senso della sua morte – o che sia sempre vissuta sapendosi moribonda, come viene riconosciuto in silenzio nell’ombra prodotta dalla parola stessa che dichiarò la philosophia perennis; che essa sia morta un giorno, nella storia, o che sia sempre vissuta di agonia e nel tentativo di aprire violentemente la storia per trovarvi a sua possibilità contro la non-filosofia, contro il suo fondamento avverso, il suo passato e il suo fatto, la sua morte e il suo scampo; che al di là di questa morte o di questa mortalità della filosofia, e forse anche grazie ad esse, il pensiero abbia un avvenire o che, come oggi si asserisce, sia tutto ancora di là da venire a cominciare da quello che si riservava ancora nella filosofia; o in modo ancora pili strano, che l’avvenire stesso abbia in tal modo un avvenire, sono tutte interrogazioni alle quali non si può dare una risposta. Sono, per nascita e almeno per una volta, problemi che sono posti alla filosofia come problemi che essa non può risolvere.
Così, coloro che interrogano sulla possibilità, sulla vita e sulla morte della filosofia sono già presi, sorpresi nel dialogo della interrogazione su di sé e con sé, sono già in memoria di filosofia, impegnati nella corrispondenza della interrogazione con sé stessa. Fa dunque parte essenzialmente del destino di questa corrispondenza il giungere a speculare, a riflettersi, a interrogare su di sé in sé. Ha inizio allora l’oggettivazione, l’interpretazione seconda e la determinazione della propria storia nel mondo; ha allora inizio una battaglia che si colloca nella differenza tra l’interrogazione in generale e la «filosofia» come momento e modo determinati – finiti o mortali – della interrogazione stessa. Differenza tra la filosofia come potere o avventura della interrogazione stessa e la filosofia come avvenimento o svolta determinati nell’avventura.

Crediti
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