Arrabbiatissima con Urano, ma ancora intrappolata nella sua stessa natura di fondamento a lui inseparabilmente unito, Gea considerò altre possibilità, tentando di trovare conforto o almeno una diversione alla sua pena. Pensò addirittura di cercare un nuovo marito, o almeno un compagno che potesse darle figli che fossero solo suoi, forse più accettabili. Ci provò con Ponto, il suo placido, sonnolento figlio-acqua. Da quell’unione nacquero diverse creature, ma il risultato fu deludente: figli e figlie orribili, mostri acquatici primordiali con corpi di balena irti di scaglie, code di pesce serpentine, occhi spenti e un’indole paurosa e selvaggia. Si rivelarono poco più che pericolose manifestazioni del mare oscuro, non compagni. Poi tentò con Etere, l’Aria Pura, rarefatta e luminosa. Il risultato fu una figlia unica, pigrissima, scansafatiche, di una sgradevolezza così sottile e insistente che, appena nata, si nascose nel primo antro che trovò e decise di non uscirne mai più, se non in rare, fastidiose occasioni.
Vedendo che i risultati non erano stati affatto migliori che con gli altri amanti, e forse ancor più amareggiata, Gea si ritrovò inevitabilmente attratta, o costretta, verso l’unico essere alla sua altezza, il suo complemento eterno e oppresso. Tornò a farsi voler bene, o a subire le attenzioni, di Urano; e da questo incontro, forse più meditato, forse più carico di un disperato desiderio di perfezione, nacquero altri bambini.
Non si sa se questa volta ci abbiano messo più attenzione, o se fosse l’insegnamento dell’amara esperienza, ma fatto sta che i nuovi infanti erano pressoché perfetti, almeno da un punto di vista umano. Giacché noi, i mortali, saremmo stati fatti in seguito precisamente come curiose miniature di questi figli, a loro immagine e somiglianza, come vedremo. Erano l’ideale della forma e della potenza: proporzionati, possenti, dotati di una bellezza non mostruosa ma maestosa.
Furono dodici in tutto, sei Titani e sei Titanesse, ed erano senza dubbio più belli di tutti i precedenti. Oceano, il fiume cosmico; Ceo, l’intelligenza; Crio, il signore delle greggi; Iperione, la luce celeste; Giapeto, la vita mortale; e Crono, il più giovane e astuto. Le loro sorelle erano Teia, la luminosa; Rea, la fluente; Temi, la giustizia; Mnemosine, la memoria; Febe, l’oracolare; e Teti, la nutrice del mare. Erano anche civettuoli, vitali, dotati ciascuno di un carattere e di una potenza specifica. Erano il meglio che Gea e Urano avessero mai fatto insieme, il frutto più maturo della loro unione.
Ma Urano, la cui perfezione era diventata una prigione per tutti, non era ancora soddisfatto. Nemmeno con loro. Alla nascita di ognuno, il dio del cielo si abbassava, li osservava con il suo sguardo di stelle fredde, li girava, li guardava da un lato e dall’altro, cercando il difetto, l’imperfezione. «Questa è gracile», borbottava davanti a Teia. «Quella mi dà una brutta sensazione», diceva di Febe, il cui sguardo sembrava vedere troppo lontano. «Quello lì mi guarda male…», affermava fissando Crono, i cui occhi scintillavano di un’intelligenza acuta e silenziosa. E chi per una ragione, chi per un’altra, al momento della nascita o subito dopo, li rinchiudeva, uno dopo l’altro, con i loro fratelli maggiori nelle profondità del Tartaro. Non erano mostruosi, ma erano pur sempre figli, e la loro stessa perfezione forse minacciava la sua autorità, la sua immobile quiete.
La Madre Terra era disperata. Era un parto continuo, una sequenza straziante di speranza e di perdita. Partoriva un figlio splendido, lo mostrava a suo marito con timido orgoglio, e quasi immediatamente lo riponeva al suo interno, nel buio del carcere. Così dodici volte, un figlio dopo l’altro, vide le sue creature più belle sparire nel ventre della terra, non per proteggerle, ma per segregarle.
E lo stravagante, crudele Urano ritornava ogni sera, o in ciò che equivaleva alla sera, a cercarla sul piano amoroso, come se nulla fosse. Le faceva due complimenti e la lusingava in mille modi, giacché aveva tanta abilità, lo sconsiderato, nel mescolare il veleno alla carezza. «Quanto sei bella, Gea! Vieni, tesoro, non ti fare prendere dall’angoscia per niente!». «Voglio i miei figli con me!» replicava lei, la sua voce un tremito di colline. «Sono con te» le diceva con un sorriso seducente, sfiorandola con la luce di una costellazione. «Non li porti tutti nel tuo ventre? Siamo una famiglia unita, più unita che mai.». «Tu già sai cosa voglio dire, li voglio fuori di me, per abbracciarli, per parlare con loro!» supplicava lei, scoraggiata. «Forse i prossimi» rispondeva lui dolcemente, accarezzandola con tutto il luccichio delle sue stelle, promettendo un futuro che sapeva non sarebbe mai arrivato. «Come i prossimi?» disse preoccupata la Madre Terra, un brivido di orrore che la percorreva. «Vedrai, i prossimi, mia cara, giungeranno che neanche disegnati potrebbero venire meglio!».
Fu in quel preciso momento, ascoltando quella promessa vuota mentre i suoi dodici figli perfetti giacevano imprigionati nelle sue stesse viscere, che Gea capì. Capì che non c’erano prossimi che sarebbero bastati. Capì che la sua funzione, per Urano, era solo quella di un grembo fertile da sfruttare e poi dimenticare, e che i frutti di quel grembo erano per lui solo errori da cancellare. La sua pazienza, il suo amore, si trasformarono in qualcosa di freddo e di tagliente come la selce più dura. Decise che era il momento di porre fine alla loro relazione, e definitivamente stavolta. Ma non con il pianto o la supplica. Con l’azione.
Attese che Urano, sazio e soddisfatto di sé, si fosse addormentato nella sua alta, tranquilla beatitudine, la volta stellata leggermente offuscata dal torpore. Allora, con una concentrazione di volontà che scosse le radici delle montagne, ripescò dal Tartaro non il più forte, non il più saggio, ma il più determinato, il più astuto, il più pieno di un’ambizione repressa: suo figlio minore, il Titano Crono. Lo trasse alla superficie, nel silenzio della notte cosmica, e lo guardò. «Crono, figlio mio», disse la sua voce, un sussurro che era come il brusio di tutte le foreste. «Ti piace la tua vita?» La domanda era ingombrante, carica di un significato che andava ben oltre le apparenze.
Crono, abituato alle tenebre, socchiuse gli occhi alla flebile luce delle stelle del padre addormentato. «…Psssch!» esordì, un sibilo pensoso. «Non saprei cosa dirti, mamma. Il luogo in cui vivo non è male; forse è un po’ buio però… e i fratelli fanno un baccano terribile.». «E non ti piacerebbe uscire una buona volta da lì?» insisté Gea, il suo sguardo di pietra e muschio fissandolo. «Naturalmente!» rispose Crono, e un lampo di cupo desiderio attraversò i suoi occhi. «Ma penso che non piaccia a papà. Lui vuole tutto in ordine, tutto al suo posto. E il nostro posto, a quanto pare, è giù nel buio.». «Faresti una cosa per me?» chiese allora Gea, e la sua voce non era più solo quella di una madre, ma di una cospiratrice, di un generale che arruola il suo soldato più promettente.
Crono rimase in silenzio per un attimo, valutando. Sentiva il potere della madre sotto di lui, e l’odio che ora emanava, più solido della roccia. «Va bene…» disse infine, con calcolata lentezza. «Cosa dovrei fare?». La sua risposta non era di convinzione entusiasta, ma di interesse calcolato. Aveva capito che la madre gli stava offrendo non solo la libertà, ma un’occasione. E Crono era un Titano che non lasciava cadere le occasioni.
Crono: Il più giovane e astuto dei Titani, caratterizzato da un’intelligenza acuta e un’ambizione repressa. È colui che accetta di sfidare il padre per ottenere la libertà e il potere.
Mitosi: Termine usato nel testo per descrivere ironicamente la profonda articolazione o scissione con cui Gea genera divinità dal proprio essere, similmente alla riproduzione degli organismi unicellulari.
Titani: La nuova generazione di figli perfetti e maestosi nati da Gea e Urano. Rappresentano l’ideale della forma e le forze che governeranno gli elementi principali del cosmo primordiale.
Veleno alla carezza: Espressione che descrive l’abilità di Urano nel mescolare lusinghe e crudeltà. Indica una manipolazione affettiva che nasconde la volontà di mantenere un potere assoluto sulla sposa.
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