La nostra vita interiore ci è sconosciuta
Quando Schopenhauer era in vita la psicoterapia non era ancora nata, e tuttavia nei suoi scritti c’è molto di pertinente con la terapia.
La sua opera maggiore, “Il mondo come volontà e rappresentazione“, cominciava con una critica e un ampliamento di Kant, che aveva rivoluzionato la filosofia attraverso l’intuizione secondo cui noi costituiamo la realtà piuttosto che percepirla. Kant si era reso conto che tutti i nostri dati sensibili sono filtrati attraverso il nostro apparato neurale, all’interno del quale vengono poi rimontati per fornirci un’immagine che noi chiamiamo realtà ma che in effetti è soltanto una chimera, una finzione che emerge dalla nostra mente che concettualizza e suddivide in categorie. Di fatto anche la causa e l’effetto, la successione, la quantità, lo spazio e il tempo sono concettualizzazioni, costruzioni, non entità che esistono in natura.
In aggiunta, noi non possiamo “oltrepassare” con lo sguardo la versione da noi elaborata di quello che c’è là fuori; non abbiamo modo di sapere che cosa ci sia “realmente” laggiù, ovvero l’entità che esiste a priori del nostro processo percettivo e intellettuale. Quell’entità primaria, che Kant chiamava “Ding an sich” (la cosa in sé) per noi sarà e dovrà rimanere per sempre inconoscibile.
Sebbene Schopenhauer concordasse sul fatto che noi non possiamo mai conoscere «la cosa in sé», credeva che potessimo avvicinarci a essa molto più di quanto pensasse Kant. Secondo lui Kant aveva trascurato una fonte molto importante delle informazioni disponibili a proposito del mondo che viene percepito (il fenomenico): i nostri stessi corpi!
I corpi sono oggetti materiali. Esistono nel tempo e nello spazio. E ciascuno di noi ha una conoscenza straordinariamente ricca del proprio corpo, una conoscenza che scaturisce non dai nostri apparati percettivi o concettuali, ma una conoscenza diretta dall’interno, una conoscenza che scaturisce dai sentimenti.
Dai nostri corpi noi traiamo una conoscenza che non possiamo concettualizzare e comunicare perché la maggior parte della nostra vita interiore ci è sconosciuta. È repressa e non le viene permesso di fare irruzione nella coscienza, perché il conoscere le nostre nature più intime (la nostra crudeltà, paura, invidia, lussuria sessuale, aggressività, egoismo) ci causerebbe un turbamento maggiore di quello che siamo in grado di sopportare.
Non sembra qualcosa di famigliare? Non ricorda tutti quei marchingegni freudiani, l’inconscio, il processo primitivo, l’id, la repressione, l’ingannare se stessi? Non sono questi i germi vitali, le origini primordiali, del tentativo psicoanalitico? Tenete a mente che l’opera principale di Arthur è stata pubblicata quarant’anni prima della nascita di Freud. Quando Freud (e anche Nietzsche) erano scolari a metà del XIX secolo, Arthur Schopenhauer era il filosofo più letto in Germania.
Come riusciamo a capire queste forze inconsce? Come le comunichiamo agli altri? Anche se non possono essere concettualizzate, possono essere sperimentate e, secondo Schopenhauer, trasmesse direttamente, senza parole, attraverso le arti. Per questo motivo avrebbe dedicato alle arti, alla musica in particolare, molta più attenzione di qualsiasi altro filosofo.

Crediti
 • Irvin Yalom •
 • La cura Schopenhauer •
 • SchieleArt •   •  •

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