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L’arte, inutile al mondo per chi valuta solo ciò che è efficace, è pur anche inutile a se stessa. Se si compie, è fuori delle opere misurate e dei compiti limitati, nel movimento senza misura della vita, o, meglio, essa si ritira nel più invisibile e nel più interiore, nel punto vuoto dell’esistenza in cui difende la sua sovranità col rifiuto e con la sovrabbondanza del rifiuto. Niente è più importante di una tale sovranità che è rifiuto, e di un tale rifiuto che, per una sorta di cambiamento di segno, è anche l’affermazione più prodiga, è il dono, il dono creatore, è ciò che dispensa senza risparmio e senza giustificazione, è l’ingiustificato a partire dal quale può essere fondata una giustizia. È a questa esigenza che l’arte deve il fatto di non essersi appagata nella piccola felicità del piacere estetico. Perché, invece di dissiparsi in pura soddisfazione o nella vanità frivola di un io in fuga, la passione dell’arte, che sia in Van Gogh o in Kafka, è divenuta l’assolutamente serio… di cui non rendono conto né la cultura, né l’efficacia storica, né il piacere del bel linguaggio.

Crediti
 • Maurice Blanchot •
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