Egon SchieleL’idea di progresso, quella fede quasi religiosa che per oltre due secoli ha agito come il motore instancabile della civiltà occidentale, sembra essere morta, o quantomeno in uno stato di coma profondo. Il futuro ha smesso di essere percepito come una promessa di emancipazione e miglioramento per trasformarsi in una minaccia incombente, in un orizzonte gravido di pericoli. Ogni proiezione sul domani, ogni scenario a lungo termine, è dipinto con i colori cupi e angoscianti della catastrofe: il collasso ecologico irreversibile, la disoccupazione di massa causata dall’automazione e dall’intelligenza artificiale, l’emergere di nuove e incontrollabili pandemie globali, le guerre spietate per le risorse scarse. Abbiamo tacitamente sostituito il principio speranza di Ernst Bloch con un onnipresente e paralizzante principio paura. Questa sfiducia patologica nel futuro rappresenta una rottura radicale e forse senza precedenti con la mentalità che ha plasmato la modernità. L’Illuminismo, il positivismo e il pensiero del XIX secolo erano animati dalla convinzione profonda, a volte ingenua ma incredibilmente potente, che il domani sarebbe stato migliore dell’oggi, che la ragione, la scienza, l’educazione e la libertà avrebbero gradualmente ma inesorabilmente sconfitto l’ignoranza, la superstizione e la miseria. Questa fede nel futuro ha spinto l’umanità a realizzare imprese straordinarie, a sognare l’impossibile e, a volte, a realizzarlo. Oggi, questa fiducia fondamentale si è erosa fino quasi a scomparire, lasciando il posto a un pessimismo generalizzato, a un declinismo che non è più una critica, ma una postura, e che paralizza l’azione e atrofizza l’immaginazione. La paura del futuro si nutre di una narrazione costante di declino e di rischio.

Ogni nuova innovazione tecnologica non viene più accolta come un’opportunità per risolvere vecchi problemi o per aprire nuove frontiere, ma è guardata con sospetto, come una nuova fonte di rischi incontrollabili e di potenziali disastri. L’intelligenza artificiale non è vista come un possibile strumento per accelerare la scoperta scientifica, ma come il precursore di una tirannia digitale. L’ingegneria genetica non è una speranza per curare malattie terribili, ma un passo verso la creazione di mostri. L’energia nucleare non è una potenziale soluzione al problema energetico, ma solo la promessa di una nuova Chernobyl. Questo atteggiamento non è semplice e saggia prudenza; è un neoluddismo mascherato da saggezza, una forma di tecnofobia che rifiuta di accettare una verità fondamentale: ogni progresso, fin dall’invenzione del fuoco, comporta dei rischi. La sfida per una civiltà matura non è quella di eliminare ogni rischio, che è impossibile e condannerebbe alla stagnazione, ma quella di imparare a gestirli, a mitigarli e a governarli attraverso la ragione, l’etica e la democrazia. Questa paura ha profonde e deleterie conseguenze politiche. Una società che teme il futuro è una società che diventa conservatrice nel senso peggiore del termine. Non cerca più di costruire qualcosa di nuovo e di migliore, ma si concentra ossessivamente e ansiosamente sulla preservazione di ciò che ha. Diventa avversa al rischio, all’innovazione, al cambiamento. Il suo ideale non è più la crescita o l’esplorazione, ma la stagnazione, un eterno presente rassicurante dove nulla di imprevisto e potenzialmente destabilizzante possa accadere. Questa mentalità reattiva favorisce inevitabilmente le forze politiche più reazionarie, quelle che predicano il ritorno a un passato mitico e idealizzato come unico rifugio possibile dalla minaccia incombente del domani.

Il paradosso più crudele è che questa paura del futuro, lungi dal renderci più sicuri, ci rende infinitamente più vulnerabili. Rifiutando di investire con coraggio nell’innovazione, nella ricerca di base, nell’educazione e nelle grandi infrastrutture del domani, ci priviamo degli strumenti intellettuali e materiali necessari per affrontare le vere crisi che, inevitabilmente, verranno. Una società che ha paura di sperimentare, di osare e di sbagliare è una società che ha già iniziato a morire. È come un organismo vivente che ha perso la sua capacità fondamentale di adattarsi a un ambiente in costante cambiamento. Per superare questa patologia collettiva, è necessario un atto di coraggio intellettuale e politico: riabilitare l’idea di un futuro aperto. Non si tratta di tornare a un’idea di progresso lineare, automatico e ingenuo, che la storia del XX secolo ha tragicamente smentito. Si tratta, piuttosto, di recuperare una fiducia fondamentale, anche se critica e disincantata, nella capacità umana di affrontare le sfide, di risolvere problemi, di creare bellezza. Significa smettere di vedere il futuro come un destino già scritto (e quasi certamente catastrofico) per ricominciare a vederlo come un campo di possibilità che dipende in larga misura dalle nostre scelte, dalla nostra creatività, dal nostro coraggio e dalla nostra volontà. Significa sostituire la comoda e sterile profezia della sventura con il difficile e faticoso progetto della speranza, accettando che l’avventura umana è, per sua stessa natura, un viaggio rischioso, imprevedibile e magnifico verso l’ignoto.

Crediti
 Autori Vari
  L'analisi decostruisce il masochismo della colpa occidentale. Il rimorso per il passato diventa un'ideologia paralizzante che genera paternalismo e odio di sé, impedendo un'azione costruttiva. Si propone di superare questo sterile vittimismo per abbracciare una responsabilità matura, capace di affrontare le sfide globali senza autoflagellazione.
  Il singhiozzo dell'uomo bianco di Pascal Bruckner. Pubblicato in Italia: Aprile 1984
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