
Bandiera d’impiccati, contrassegno di barili, capitana della disperazione,
bidello di sodomia, sandolo oscuro che al calare della sera raggiunge la mia amaca.
È allora che la paura fa il suo ingresso.
Passo dopo passo la notte va raffreddando i tetti di zinco, le cascate, le cinghie delle macchine, i fondi acri di miele impoverito.
Tutto infine soggiace al suo astuto dominio. Fino al terrazzo sale l’odore marcio del giorno.
Enorme piuma che evade e visita altre contrade.
Il freddo percorre le stanze più recondite.
La paura inizia la sua danza. Si ode il lontano e mansueto ronzio delle lampade ad arco, russare di pianeti.
Un Dio dimenticato guarda crescere l’erba. Mutis (alias il Gabbiere):
Ma se mi soffermo a considerare più attentamente queste ricorrenti cadute, questi mancati appuntamenti che continuo a dare al destino con la stessa ripetuta goffaggine, mi rendo conto che, al mio fianco, è andata scorrendo un’altra vita. Una vita che è trascorsa al mio fianco senza che io lo sapessi. È lì, continua ad essere lì: è la somma di tutti i momenti in cui ho rifiutato quella svolta del cammino, in cui ho eliminato quell’altra possibile via d’uscita, e così si è andata formando la cieca corrente di un altro destino che avrebbe potuto essere il mio e che, in un certo modo, continua ad esserlo laggiù, su quell’altra sponda su cui non sono mai stato e che corre parallela al mio itinerario quotidiano. Mi è estranea e, ciononostante, attira a sé tutti i sogni, le fantasie, i progetti, le decisioni che fanno parte di me quanto questa inquietudine presente e che avrebbero potuto dare forma alla materia di una storia che ora trascorre nel limbo del contingente. Una storia uguale forse a questa che mi riguarda, ma ricca di tutto ciò che qui non è stato, ma che là continua ad essere, prendendo forma, scorrendo al mio fianco come un sangue spettrale che mi nomina, e, allo stesso tempo, non sa nulla di me. Voglio dire, una storia uguale, in quanto io ne sarei sempre stato il protagonista e l’avrei colorata della mia solita e ottusa inquietudine, ma completamente diversa nei suoi episodi e nei suoi personaggi. Penso anche che allo scoccare dell’ultima ora sarà quell’altra vita a scorrere davanti agli occhi con il dolore di qualcosa che si è perso e sprecato del tutto e non questa, quella reale e compiuta, la cui materia non credo meriti questo sguardo, quest’ultimo esame conciliatorio, perché non ne vale la pena, né voglio che sia questa la visione che consolerà il mio ultimo istante.
O il primo?
E per quanto l’errare sia vano, per quanto il cammino non conduca a nulla, è necessario percorrerlo. È una ricerca interiore che, per onestà verso sé stessi, non si può eludere – e lungo la quale in verità occorre superare diverse prove – a meno di non volersi aggrappare a facili, ma false, verità:
Segui le navi, segui le rotte che solcano le logore e tristi imbarcazioni. Non ti fermare. Evita persino il più umile ancoraggio. Risali i fiumi. Discendi i fiumi. Confonditi nelle piogge che inondano le pianure. Rifiuta ogni sponda.
Saremmo salvi, forse, se potessimo liberarci della nostalgia. Ma potremo mai giungere a sbarazzarci di quei compagni di vita tanto letali, eppure così umani – e a volte così cari – che sono i ricordi?
Apprendere, soprattutto, a non fidarsi della memoria. Ciò che crediamo di ricordare è completamente estraneo e diverso da quanto in verità è accaduto. Quanti momenti di un irritante e penoso astio ci riconsegna la memoria, anni dopo, come episodi di una splendida felicità. La nostalgia è la menzogna grazie alla quale ci avviciniamo più velocemente alla morte. Vivere senza ricordare è, forse, il segreto degli dèi.




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