L’ascesa dello spirito verso la contemplazione della divinità non è per Anselmo d’Aosta un semplice atto di fede cieca, ma un esercizio rigoroso della ragione che cerca di comprendere ciò in cui già crede. Nel silenzio del chiostro, tormentato dal desiderio di trovare un unico argomento che bastasse a se stesso per dimostrare l’esistenza e la perfezione di Dio, il monaco benedettino approda a una folgorazione intellettuale senza precedenti. Non si tratta di una ricerca empirica, basata sull’osservazione del mondo sensibile, ma di un’indagine puramente a priori, che muove dalla struttura stessa del pensiero. Per Anselmo, l’intelletto umano porta in sé il sigillo dell’Assoluto, una nozione così eccelsa da non poter essere contenuta entro i limiti della finitudine senza rimandare alla propria scaturigine reale. Il Proslogion, originariamente intitolato Fides quaerens intellectum, ovvero la fede che cerca l’intelligenza, si apre come un’invocazione accorata, un dialogo intimo tra l’anima e il suo Creatore, in cui la logica si fa preghiera e la preghiera si fa logica. In questo scenario, la definizione di Dio non è una descrizione di attributi, ma la scoperta di un limite logico invalicabile, un punto di rotazione metafisica dove il pensare e l’essere si fondono in un’armonia suprema e inattaccabile, capace di sfidare l’incredulità dell’insipiente e di offrire una solida dimora alla speranza cristiana attraverso la forza del logos.
Signore, tu che dai l’intelligenza alla fede, concedimi di capire, per quanto tu sai che mi sia utile, che tu esisti come crediamo e che sei ciò che crediamo. E noi crediamo che tu sia qualcosa di cui non si può pensare nulla di maggiore. O forse non esiste una tale natura, poiché lo stolto disse in cuor suo: non c’è Dio? Ma certamente questo stesso stolto, quando sente ciò che dico – cioè qualcosa di cui non si può pensare nulla di maggiore – capisce ciò che sente; e ciò che egli capisce è nel suo intelletto, anche se egli non capisce che esso esista nella realtà. Altro è infatti che una cosa sia nell’intelletto, altro capire che la cosa esiste. Quando il pittore pensa in precedenza ciò che sta per fare, l’ha certamente nell’intelletto, ma non capisce ancora che esista ciò che non ha ancora fatto. Ma quando l’ha già dipinto, l’ha nell’intelletto e capisce che esiste ciò che ha già fatto. Anche lo stolto, dunque, deve convincersi che esiste, almeno nell’intelletto, qualcosa di cui non si può pensare nulla di maggiore, poiché quando sente questo lo capisce, e tutto ciò che si capisce è nell’intelletto. Eppure ciò che è nel solo intelletto non può essere la cosa maggiore in assoluto, perché se fosse solo nel pensiero, si potrebbe pensare che esistesse anche nella realtà, il che sarebbe senz’altro più grande di una pura astrazione mentale priva di sostanza effettiva.
Ciò di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore esiste nel solo intelletto, ciò di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore è ciò di cui può pensarsi una cosa maggiore. Questo evidentemente non può essere. Dunque, senza dubbio, qualcosa di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore esiste sia nell’intelletto sia nella realtà. Questa cosa dunque esiste in modo così vero che non si può pensare che non esiste. Infatti si può pensare che esista qualcosa che non si può pensare non esistente; ma questo è maggiore di ciò che si può pensare non esistente. Dunque, se ciò di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore può essere pensato come non esistente, ciò di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore non è ciò di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore. E ciò è contraddittorio. Dunque qualcosa di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore esiste in modo così vero che non si può pensare non esistente. E questo sei tu, o Signore Dio nostro […]. Tu esisti dunque così veramente, o Signore Dio mio, che non puoi neppure essere pensato non esistente. E ciò con ragione. Se infatti qualche mente potesse pensare qualcosa di migliore di te, la creatura si eleverebbe sopra il Creatore e giudicherebbe il Creatore, il che è assolutamente assurdo.
Ma come ha potuto lo stolto dire in cuor suo ciò che non ha potuto pensare? O come non ha potuto pensare ciò che ha detto in cuor suo, dal momento che dire in cuor suo e pensare sono la stessa cosa? Se però davvero, anzi poiché davvero l’ha pensato perché l’ha detto in cuor suo, e non l’ha detto in cuor suo perché non l’ha potuto pensare, Dio non è pensato e detto in un solo modo. In un modo si pensa la cosa quando si pensa la parola che la significa, in un altro quando si capisce ciò che la cosa è. Nel primo modo si può pensare che Dio non esiste, nel secondo assolutamente no. Nessuno, infatti, che capisce ciò che Dio è, può pensare che Dio non esiste, anche se dice queste parole in cuor suo, o senza alcun significato o con qualche significato estraneo. Dio infatti è ciò di cui non si può pensare il maggiore. Chi capisce bene questo, capisce certamente che egli esiste in modo tale da non poter neppure non esistere nel pensiero. Chi dunque capisce che Dio è così, non può pensare che egli non esista. Ti ringrazio, buon Signore, ti ringrazio, perché ciò che prima ho creduto per tuo dono, ora lo capisco per tua illuminazione, così che, se anche non volessi credere alla tua esistenza, non potrei non capirla come vera, fusa nell’evidenza di una necessità logica assoluta.
L’argomento ontologico anselmiano ha segnato un solco indelebile nella storia del pensiero occidentale, riverberando nei secoli attraverso le riflessioni di giganti come Cartesio, Leibniz e Hegel, fino a sollecitare la critica radicale di Immanuel Kant. La grandezza di Anselmo non risiede solo nella sottigliezza del suo sillogismo, ma nella capacità di aver trasformato la vulnerabilità del dubbio in una cattedrale di certezze speculative. Egli ci insegna che l’uomo non è una monade isolata, ma un essere la cui stessa capacità di concepire l’infinito testimonia una connessione ontologica con l’Assoluto. In un’epoca dominata dal relativismo, riscoprire la forza di questa verità ineluttabile significa restituire dignità alla ragione umana, riconoscendola come uno specchio capace di riflettere la luce di un ordine superiore. Il Proslogion rimane un invito al viaggio interiore, una sfida lanciata contro la superficialità dell’insipiente che vive sulla superficie delle parole senza mai scendere nel midollo del senso. Anselmo ci sprona a cercare la coerenza suprema tra ciò che diciamo, ciò che pensiamo e ciò che siamo, indicando nel superamento dell’ego la via per abitare la pienezza dell’essere. La sua è una teologia dell’intelligenza, dove l’ascesa spirituale non è una fuga dal mondo, ma una comprensione più profonda della sua struttura segreta. Resta l’eredità di una passione speculativa che onora la vita attraverso l’onestà della ricerca e la bellezza della logica, guidandoci verso una consapevolezza che non teme il tempo e che trova nel riconoscimento della divinità la sua definitiva e magnifica liberazione nel silenzio dell’eterno, oltre ogni limite umano e ogni vana illusione.
Proslogion
Capitoli II-IV
Pubblicato in Italia: Gennaio 1969
SchieleArt • •
L'opera dimostra che l'idea divina è il concetto di ciò di cui non si può pensare il maggiore. Se tale ente esistesse solo nella mente sarebbe inferiore a un ente reale. Pertanto la ragione pura impone che l'Assoluto esista necessariamente sia nel pensiero sia nella realtà oggettiva.
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La felicità umana non è un dono casuale, ma la conseguenza di una vita virtuosa, di scelte consapevoli che orientano l'individuo verso il bene. La ragione ci guida nel distinguere il giusto dall'ingiusto, e la pratica ci rende capaci di agire in accordo con la nostra vera natura morale, in una ricerca costante della pienezza etica e di una esistenza di valore.
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Questo è il tempo nel quale viviamo, meraviglioso, cioè io chiamo un tempo meraviglioso quello che produce una massa di problemi enormi che stimolano i pensieri, che fanno emergere passioni, soprattutto un tempo fertile, un tempo gravido che partorisce ogni ora e da ogni nascita emerge di nuovo una gravidanza […] Caro E., sono molto contenta che Lei stia meglio. Non si stressi e soprattutto non cada in depressione. La RIVOLUZIONE è GRANDIOSA, tutto il resto sono stupidaggini.
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L'Espressionismo è la rivolta del sentimento contro la veduta oggettiva: la realtà esterna è un pretesto per proiettare il dramma interiore, trasformando il paesaggio in uno specchio delle passioni e delle ansie che agitano l'artista, come si vede chiaramente nelle sue vedute urbane.
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Insipiente: Lo stolto che nega nel proprio cuore l’esistenza divina senza comprendere la necessità logica intrinseca al concetto di perfezione assoluta.
Intelletto: La facoltà conoscitiva umana in cui risiedono i concetti che devono trovare riscontro nella realtà effettiva per essere considerati massimi.
Necessità: La proprietà di ciò che non può essere pensato come non esistente rappresentando il fondamento ultimo di ogni verità speculativa suprema.
Meditazioni metafisiche di Rene Descartes
In questo celebre trattato filosofico viene ripresa la questione della certezza dell’io e la successiva dimostrazione dell’esistenza divina come garante della verità. La mente umana scopre l’idea di perfezione assoluta che non può derivare dalla natura finita del soggetto pensante ma richiede una causa reale e infinita.
Monadologia di Gottfried Wilhelm Leibniz
L’opera descrive un universo composto da sostanze semplici chiamate monadi regolate da un’armonia prestabilita. All’interno di questa visione metafisica la necessità di un essere supremo viene analizzata attraverso il principio di ragione sufficiente e la perfezione logica che giustifica la complessità del creato e dell’ordine universale.
Critica della ragion pura di Immanuel Kant
Il filosofo tedesco esamina i limiti della conoscenza umana affrontando in modo critico le prove tradizionali dell’esistenza divina. Viene analizzata la distinzione tra l’esistenza come predicato logico e la realtà effettiva mettendo in discussione la possibilità di saltare dal piano del pensiero al piano dell’essere.
Le premesse sono: 1. Dio è ‘id quo maius cogitari nequit’; 2. Ciò che esiste nella realtà è maggiore di ciò che esiste nel solo intelletto.
Le argomentazioni di supporto utilizzano l’analogia del pittore e la reductio ad absurdum.
La conclusione è l’impossibilità logica della non-esistenza divina.
- Invocazione e Definizione: Stabilizzazione dell’assioma ‘Ciò di cui non si può pensare il maggiore’.
- Dimostrazione Ontologica: Confronto tra esistenza mentale (in intellectu) ed esistenza reale (in re).
- Inconsistenza dell’Insipiente: Analisi della contraddizione logica di chi nega l’esistenza di Dio pur comprendendone il concetto.
- Conclusione Epistemologica: La fusione tra necessità logica e illuminazione divina.
- Rapporto Fede-Ragione: La ragione non sostituisce la fede ma la ‘onora’ rendendola intellegibile.
- Ontologia della Perfezione: L’esistenza è intesa come un predicato di perfezione.
- L’Invalicabilità del Limite: Dio come orizzonte ultimo del pensiero umano oltre il quale non è possibile procedere.
Glossario: 1. Id quo maius cogitari nequit: Limite estremo del pensabile; 2. In intellectu: Esistenza come mero concetto mentale; 3. Insipiente: Colui che nega la verità non per mancanza di dati, ma per incapacità di seguirne la necessità logica.



















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