La proposta e la metaforaPlinio mi chiese allora se fosse stato l’amore, fin dall’inizio, a farmi scavalcare con tanta disinvoltura le tappe formali del corteggiamento. Gli risposi di no, che forse era stata piuttosto la paura. La paura di perdere tempo, di impantanarmi in quelle vueltas y revueltas che a diciott’anni sembrano un labirinto senza fine. Con Mercedes era diverso: la sua presenza non richiedeva artifici. Bastava sapere che esisteva, laggiù a Sucre, che respirava la stessa aria umida della costa, e tutto il resto diventava accessorio. Ho conosciuto Mercedes a Sucre, un paese nell’entroterra della costa caraibica (…) Un giorno, ad una festa studentesca, quando aveva solo tredici anni, le chiesi senza mezzi termini di sposarmi. Ora penso che la proposta fosse una metafora per evitare tutte le complessità di quei tempi per trovare una fidanzata. Lei lo deve aver capito, perché ci siamo continuati a vedere in modo sporadico e sempre casuale, e credo che entrambi sapessimo senza dubbio che prima o poi la metafora sarebbe diventata realtà. Ciò che accadde negli anni seguenti lo raccontano meglio i nostri silenzi che le poche parole scambiate. Ci furono lunghi periodi senza vederci, io a Barranquilla e poi a Bogotá, lei sempre lì, alla farmacia del padre, a pesare polveri e a imbottigliare sciroppi. Non ci scrivevamo spesso, e quando lo facevamo erano messaggi brevi, quasi telegrafici, come se avessimo paura di spezzare l’incanto nominandolo troppo. Lei aspettava, e io sapevo che lei aspettava. Era un patto non scritto, una certezza che non aveva bisogno di prove. Ora stiamo per compiere venticinque anni di matrimonio, e non abbiamo mai avuto una grave controversia. Credo che il segreto sia nel continuare a comprendere le cose come facevamo prima di sposarci. In altre parole, che il matrimonio, come tutta la vita, è qualcosa di terribilmente difficile che bisogna ricominciare da capo ogni giorno, e ogni giorno della nostra vita. Lo sforzo è costante, e a volte estenuante, ma ne vale la pena. Un personaggio di uno dei miei romanzi lo dice in modo più crudo: Anche l’amore si impara.

Plinio sorrise, come se quella frase lo avesse colpito proprio lì, nel centro dello stomaco, dove si annidano le verità che non si possono più dimenticare. Mi chiese allora chi fosse quel personaggio, e io gli confessai che non era nessuno in particolare, o forse lo eravamo tutti. L’amore che si impara è quello che non nasce dal colpo di fulmine, che pure esiste, ma dalla pazienza di chi sa che l’altro non è un paesaggio da ammirare, ma un territorio da attraversare insieme, anche quando la strada è in salita. Con Mercedes non abbiamo mai creduto alle favole. Abbiamo creduto alla concretezza dei gesti quotidiani: al caffè la mattina, alla pazienza con i bambini, al silenzio condiviso davanti a un film. La metafora della proposta si era incarnata, aveva preso peso, era diventata vita vissuta. A volte ripenso a quei dieci anni intercorsi tra la domanda e il matrimonio, e mi sembra di vedere due figure che camminano parallele, lontane ma allineate, sicure di incontrarsi alla fine del fiume. Non c’era fretta, non c’era ansia. C’era solo la certezza che il tempo, quello vero, non è quello dell’orologio, ma quello dell’attesa fiduciosa. Quando finalmente ci sposammo, nel marzo del ’58 a Barranquilla, io avevo trentun anni e lei venticinque. Indossava un vestito azzurro, come il cielo dei Caraibi dopo la pioggia, e io pensai che non esistesse donna più bella, non tanto per il volto o per il portamento, ma per la sovrana naturalezza con cui aveva accettato di condividere la mia incerta esistenza di giornalista e scrittore fallito. Suo padre, Demetrio Barcha, mi aveva avvertito: Se sposa Gabito, finirà per mangiare carta. E così fu, letteralmente, negli anni di Parigi e di Città del Messico. Ma lei non si lamentò mai, non una volta. Si limitò a stendere assegni che non avevano copertura, a chiedere credito al macellaio, a impegnare i suoi piccoli gioielli. Io scrivevo, e lei proteggeva il mio scrivere come si protegge la fiamma di una candela nel vento.

Più tardi, quando finalmente arrivarono i libri e il successo, la gente cominciò a chiedersi come avessimo fatto a durare così a lungo, in un ambiente come quello, pieno di tentazioni e di vanità. Io rispondevo sempre che il segreto era non dare nulla per scontato, nemmeno l’affetto. Che ogni mattina bisogna riconquistarsi l’altro, come se fosse la prima volta. Ma la verità è più semplice: io non ho mai smesso di guardare Mercedes come la guardai quella sera a Sucre, quando danzò con me senza sapere che quella danza sarebbe durata una vita. Lei, dal canto suo, non ha mai smesso di esercitare quella che io chiamo la sua discreta fermezza: la capacità di stare accanto senza invadere, di consigliare senza imporre, di criticare senza ferire. Quando scrissi Cien años de soledad, lei lesse il manoscritto solo a stampa finita, e lo trovò maravilloso. Ma la sua lode più alta non fu quella. Fu il giorno in cui, dopo aver impegnato il phon per pagare le spese postali del libro, uscimmo dall’ufficio postale e lei, guardando la strada, mormorò: Ora solo manca che ‘sto romanzo sia brutto. Era la sua ironia, asciutta e senza veli, a tenermi ancorato alla realtà. A ricordarmi che sotto le parole, sotto le storie e i premi, c’era la vita. Quella vera. Quella che si ricomincia ogni giorno da capo. E mentre lo dicevo a Plinio, capii che quella frase del mio personaggio — Anche l’amore si impara — non era solo la morale di un romanzo. Era il nostro contratto di nozze. Rinnovato ogni mattina, da venticinque anni. E per sempre.

Glossario
Crediti
 Gabriel García Márquez
 L'odore della guava
  Mese e anno di pubblicazione in Italia: Agosto 1993
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