
Intorno alla natura della psiche si sono fatte tutte le affermazioni possibili e immaginabili. Tra l’altro, la psiche appare come un processo dinamico che si fonda sulla natura antitetica della psiche e dei suoi contenuti e che rappresenta un dislivello tra i suoi poli. Poiché le ipotesi scientifiche non devono essere moltiplicate oltre il necessario, e l’interpretazione energetica si è dimostrata valida come principio generale di spiegazione delle scienze naturali, dobbiamo attenerci ad essa anche in psicologia.
Non vi sono del resto dati di fatto sicuri che potrebbero far preferire un’altra interpretazione, e inoltre la polarità, o la natura contraddittoria della psiche e dei suoi contenuti è stata comprovata dall’esperienza psicologica come un dato essenziale.
Ora, se il concetto energetico della psiche è corretto, tutte le affermazioni che cercano di oltrepassare i limiti posti dalla polarità della psiche – come ad esempio le affermazioni circa una realtà metafisica – se pretendessero a una qualche validità, non potrebbero che essere paradossali.
La psiche non può spingersi al di là di sé stessa, non può cioè stabilire alcuna verità assoluta, perché la sua stessa polarità determina la relatività delle sue affermazioni. Tutte le volte che la psiche proclama verità assolute – quali ad esempio, l’Essere eterno è movimento o l’Essere eterno è l’Uno – necessariamente cade in uno o nell’altro degli opposti. Si potrebbe egualmente affermare l’Essere eterno è quiete, o l’Essere eterno è il Tutto. Nell’unilateralità la psiche si disgrega e perde la capacità di conoscere. Diventa una irriflessiva (perché irriflessa) successione di stati psichici, ognuno dei quali crede a torto di giustificarsi da sé, perché o non vede, o non vede ancora, un altro stato.
Con questo naturalmente non si esprime una valutazione, si enuncia il dato di fatto che il limite viene oltrepassato molto spesso e persino inevitabilmente poiché tutto è trapasso. La tesi è seguita dall’antitesi, e tra le due si erge un terzo fattore, una lysis, che prima non era percettibile. Così la psiche ancora una volta non fa che dar prova della sua natura antitetica, senza essere affatto riuscita ad andare al di là di sé stessa.
Nel mio tentativo di delineare i limiti della psiche non intendo affermare implicitamente che solo la psiche esiste, ma solo che, per quanto riguarda la percezione e la conoscenza, noi non possiamo vedere al di là della psiche. La scienza è tacitamente convinta dell’esistenza di un oggetto non-psichico, trascendente; ma sa anche quanto sia difficile comprendere, la reale natura dell’oggetto, specialmente quando l’organo della percezione fallisca o addirittura manca, e quando le forme appropriate di pensiero non esistono o devono ancora essere create. In casi nei quali né i nostri organi di senso, né i mezzi artificiali per aiutarli possono attestare la presenza di un oggetto reale, le difficoltà crescono enormemente, al punto che si è tentati di asserire semplicemente che non è presente alcun oggetto reale. Non sono mai giunto a questa frettolosa conclusione, perché non sono mai stato incline a credere che I nostri sensi fossero capaci di afferrare tutte le forme dell’esistenza. Perciò ho perfino azzardato il postulato che il fenomeno delle figure archetipiche, dunque di fatti squisitamente psichici, potrebbe fondarsi su una base psicoide, e cioè su una forma di esistenza solo limitatamente psichica, oppure del tutto diversa. In mancanza di dati empirici non posso conoscere né capire tali forme di esistenza, che comunemente sono dette spirituali. Dal punto di vista scientifico non ha importanza che cosa io posso credere a questo riguardo, e devo contentarmi della mia ignoranza. Ma in quanto gli archetipi agiscono su di me, per me sono reali ed effettivi, anche se non conosco quale sia la loro vera natura. Ciò ovviamente vale non solo per gli archetipi, ma anche per la natura della psiche in genere. Qualunque cosa essa possa affermare di sé stessa, non andrà mai oltre sé stessa. Sia l’atto della comprensione che il suo contenuto sono in sé psichici, e pertanto noi siamo inesorabilmente chiusi in un universo esclusivamente psichico. Tuttavia abbiamo buone ragioni per supporre che al di là di questo velo esista l’oggetto assoluto ma incompreso che opera e influisce su di noi anche quando – come è specialmente il caso dei fenomeni psichici – non si possono fare constatazioni reali. Affermazioni concernenti la possibilità o l’impossibilità sono valide soltanto entro l’ambito di particolari discipline; fuori di esse sono pure congetture.
Sebbene non sia consentito, da un punto di vista oggettivo, fare delle affermazioni a caso – e cioè senza una ragione sufficiente – tuttavia ve ne sono alcune che sembra debbano esser fatte senza ragioni obiettive. In tal caso la motivazione è psicodinamica, che di solito si considera soggettiva e puramente personale. Ma così si commette l’errore di non riuscire a distinguere se l’affermazione provenga soltanto da un soggetto singolo, e sia provocata da motivi esclusivamente personali, o se avvenga generalmente e derivi da un pattern dinamico presente nella collettività. In questo caso non dovrebbe essere classificata come soggettiva, ma psicologicamente oggettiva, dal momento che un imprecisato numero di individui sono indotti, da un impulso interno, a fare una dichiarazione identica, ovvero sentono che una certa concezione è una necessità vitale. Dal momento che l’archetipo non è affatto una forma inattiva, ma è una forza reale carica di energia specifica, può ben essere considerato come la causa efficiens di simili affermazioni, ed essere inteso come il loro soggetto. In altri termini non è l’individuo in quanto tale che fa quella affermazione, ma è l’archetipo che in essa si esprime. Se le affermazioni sono impedite, o non vengono prese in considerazione, ne derivano disturbi psichici – come è attestato non solo dall’esperienza medica, ma anche dalla comune conoscenza. Questi disturbi si presentano, in casi individuali, come sintomi nevrotici; quando si tratta di persone che non sono suscettibili di nevrosi, sorgono forme di nevrosi collettive.
Le affermazioni archetipiche si basano su presupposti istintivi e non hanno nulla a che fare con la ragione; non solo non sono fondate razìonalmente, ma neanche possono essere confutate con argomentazioni razionali. Hanno sempre fatto parte della scena del mondo, représentations collectives, come giustamente le ha chiamate Lévy-Bruhi. Certamente l’io e la sua volontà hanno una parte di primo piano nella vita; ma ciò che l’io vuole è soggetto al massimo a interferenze, in modi dei quali di solito non è cosciente, dipendenti dalla autonomia e dalla numinosità dei processi archetipici. La considerazione pratica di questi processi è l’essenza della religione, almeno nei limiti in cui essa può essere soggetta a speculazione psicologica.
La psiche non può spingersi al di là di sé stessa
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