La psicologia e lo sviluppo infantileNella prima metà del Novecento, periodo delle grandi scuole psicologiche, Piaget contribuì alla storia delle idee, in campo psicologico, definendo anche la natura e le caratteristiche della persona umana. L’interesse per lo sviluppo, non solo intellettuale, ma per come crescono i bambini precedeva a Piaget, già c’era nell’Ottocento, quando i bambini venivano studiati mediante la tecnica dei chiaristi – un chiarista è una persona che scrive su un diario la crescita del bambino – e già allora la psicologia si poneva il problema del metodo.

Metodo introspettivo
Il primo metodo che venne in mente agli psicologi, era lo stesso dei filosofi, e dei romanzieri: quando si vuole descrivere come funziona l’animo umano, guardare se stessi mentre si pensa, ci si emoziona, si ragiona, decide, prova affetti e così via; cercando di descrivere così, i contenuti della propria mente, cioè, si guarda dentro.
Questa tecnica venne chiamata introspezionismo e la può usare soltanto una persona adulta che padroneggi bene il linguaggio e sappia descrivere i suoi contenuti mentali. È molto più difficile da usare per un bambino che padroneggia molto meno il linguaggio e non può venire addestrato all’uso di questa tecnica. Nei primi decenni del Novecento questo metodo aveva mostrato i propri limiti perché una persona ha difficoltà a raccontare in maniera fedele quello che succede mentre pensa, ragiona, decide e così via. Già dai tempi dei lavori di Freud – ma anche dopo Freud – nella seconda metà del Novecento, si è scoperto che moltissimi processi mentali, moltissime attività cognitive, emotive, affettive che poi sfociano nell’azione umana sono processi di cui noi non ci rendiamo conto, allo stesso modo della digestione, che avviene in maniera automatica, senza esserne consapevoli. Freud pensava che questo caratterizzasse soltanto alcuni aspetti della vita emotiva, affettiva, e invece caratterizzano moltissimi aspetti anche della vita intellettuale.

Jean Piaget
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Jean Piaget nasce in Svizzera a Neuchatel, nel 1896. Già da giovanissimo si appassiona alla zoologia e inizia a pubblicare articoli scientifici su riviste autorevoli. All’università della sua città si orienta verso lo studio delle scienze naturali e contemporaneamente inizia a interessarsi alla psicologia. Dopo la laurea, nel 1918, frequenta per un semestre nell’ospedale psichiatrico di Zurigo, diretto da Eugen Bleuler, ed entra così a contatto con le teorie psicoanalitiche di Sigmund Freud e di Carl Gustav Jung. L’anno successivo, nel 1919, si reca a Parigi dove inizia a occuparsi dello sviluppo mentale infantile: tematica che segnerà tutta la sua vita di studioso. Tornato in Svizzera, nel 1921, entra nell’istituto Jean-Jacques Rousseau di Ginevra. Dal matrimonio con la sua collaboratrice, Valentnie Chatenay, nascono tre figli, sui quali, i due coniugi, effettuano una serie di osservazioni riportati in volumi come La nascita dell’intelligenza nel bambino, del 1936 e La costruzione del reale nel bambino, del 1937. Nel corso degli anni ‘20 e ‘30, Piaget ottiene diverse cattedre universitarie: insegna Filosofia a Neuchatel e Psicologia Infantile e Storia del Pensiero Scientifico a Ginevra.Dopo la seconda guerra mondiale, riveste anche importanti incarichi all’UNESCO e comincia a ricevere riconoscimenti ufficiali. Dal 1952 insegna Psicologia Genetica alla Sorbona di Parigi e tre anni più tardi fonda il Centro Internazionale di Epistemologia Genetica a Ginevra. A partire degli anni ’50 le sue opere, fino ad allora pubblicate solo in francese, vengono tradotte in altre lingue e i suoi studi cominciano a essere accessibili a un pubblico internazionale. Piaget, si spegne a Ginevra il 16 settembre del 1980.
Giochi e sviluppo cognitivo
 ⋯ Il gioco svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo intellettivo del bambino: stimola la memoria, l’attenzione, la concentrazione e favorisce lo sviluppo delle abilità cognitive. Piaget parte dalla convinzione che il gioco sia l’abitudine più spontanea del pensiero infantile e distingue tre tipi di gioco che si manifestano in diverse età: i giochi di esercizio, i giochi simbolici e i giochi con regole. I giochi di esercizio prevalgono nel primo anno di vita e consistono nella ripetizione di gesti, come scuotere un sonaglio, battere le mani, afferrare gli oggetti e portarli alla bocca, allineare o impilare dei solidi. Il bambino mette in atto queste azioni per il piacere che ricava dal padroneggiare sempre nuovi schemi senso-motori.
Con i giochi simbolici, tra i 2-6 anni, si sviluppano attività cognitive più complesse. Il bambino acquisisce infatti la capacità di rappresentare, attraverso oggetti e gesti, cose e situazioni che non sono presente qui e ora; impara, cioè, a fare finta, a fare come se; può allora far finta di dormire o di cadere, o chiedere ad altri di fingere determinati azioni, o utilizzare una conchiglia come una tazza, la sabbia come una pietanza, può far impersonare a bambole o ad altri pupazzi situazioni piacevoli e spiacevoli.
A partire dai 7 anni di età cominciano i giochi con regole, cha hanno una struttura più complessa. Nella regola è inclusa l’idea di un obbligo da rispettare, i giochi hanno una maggiore aderenza alla realtà che il bambino si trova a vivere e funzionano attraverso la competizione e la cooperazione con i coetanei. La presenza di regole che servono a loro buon andamento e il fatto che si basino sulle relazioni interpersonali danno a questi giochi, a differenza di quelli delle fasi più infantili, un vero carattere sociale.
Gli stadi dello sviluppo
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La crescita intellettuale dell’individuo, secondo Piaget, avviene attraverso mutamenti evolutivi che prendono il nome di sviluppo cognitivo e che portano i bambini verso una comprensione sempre maggiore del mondo in cui vivono. Ad ogni età corrisponde un modello di ragionamento che rappresenta uno stadio della crescita intellettiva.: nello stadio senso-motorio, durante i primi due anni di vita, le strutture mentali si formano sulla base della padronanza degli oggetti concreti; dai due ai sette anni, invece, i bambini apprendono il linguaggio simbolico e sviluppano le capacità di gioco e la fantasia, si tratta dello stadio pre-operatorio; in quello successivo, lo stadio delle operazioni concrete, che va dai setta ai dodici anni, i fanciulli imparano a classificare e utilizzare segni e numeri; dopo i dodici anni, infine, nello stadio delle operazioni formali, raggiungono la capacità di astrazione necessaria allo sviluppo concreto del pensiero e delle relazioni.
Non è un caso che, in molte società, l’educazione dei bambini nelle scuole inizia a sei, sette, anni. Nel momento del passaggio dalle illusioni percettive alle operazioni cognitive più complesse, che permettono di classificare, contare, descrivere gli oggetti. Secondo Piaget, a questa età si impara meglio che di fronte ad oggetti ed eventi reali; per questo, consiglia agli insegnanti di limitare le lezioni teoriche, lasciando invece tempo e spazio ai bambini per apprendere attraverso l’esperienza concreta. Per Piaget, l’educazione deve avere come fine principale, quello di produrre gli individui capaci di fare cose nuove, cioè, persone creative, inventive, capaci di scoprire.
L'educazione: Piaget e Montessori
 ⋯ La riflessione sull’educazione dei bambini conosce uno sviluppo importante nella prima del Novecento, anche grazie a una grande studiosa italiana, contemporanea di Piaget, Maria Montessori. Vissuta tra il 1870 e il 1952, Maria Montessori dedica la sua vita all’osservazione dell’infanzia; per lei, il bambino è da trattare come un essere completo, che ha dentro si sé sia energie creative, sia disposizioni morali: è capace di concentrazione e disciplina, di coordinare il proprio lavoro per compiere gli esercizi che gli vengono affidati. Per questo la scuola, anche quella dell’infanzia, deve essere strutturata in modo da far emergere la sua natura autentica. Il principio fondamentale dev’essere la libertà dell’allievo, poiché solo la libertà favorisce la creatività, dalla libertà emerge la disciplina, la capacità di regolarsi, da solo, quando è necessario seguire delle regole.
Maria Montessori, pensa all’educazione, anche dei bambini con problemi psichici come un processo naturale ed spontaneo, attraverso cui i bambini imparano a prendersi cura di sé stessi e sono incoraggiati a prendere decisioni autonome. Nel 1907 fonda, quindi, a Roma la prima casa dei bambini, nel quartiere San Lorenzo, non una casa per i bambini ma una Casa dei Bambini, strutturata in modo che possono sentirla veramente loro, una casa in cui la socializzazione sia favorita attraverso esercizi e di vita pratica. Le attività sono basate sull’impiego di materiali con cui il bambino possa lavorare in autonomia e strutturato in modo tale da isolare un’unica qualità sensoriale degli oggetti: forma, colore, suono, dimensione, peso. L’insegnante, dal canto suo, aiuta al bambino a svilupparsi secondo i ritmi naturali e in base alla propria personalità. Il metodo montessoriano, che prende il nome dalla sua ideatrice è oggi impiegato in migliaia di scuole in tutto il mondo.
Piaget e il diritto all'educazione
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Nel 1972, Piaget viene invitato dall’UNESCO per commentare l’articolo 26 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948. L’articolo che riguarda il diritto di tutti gli esseri umani all’istruzione e che recita Ogni individuo ha diritto all’istruzione, gratuita, almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali, l’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Si tratta di un articolo rivoluzionario perché trasforma in diritto universale quello che è stato nei secoli considerato un privilegio delle classi superiori: andare a scuola e imparare.
Piaget, nel suo ragionamento intorno a questo tema ricorda come lo sviluppo dell’essere umano sia il risultato di due gruppi di fattori: quelli ereditari, biologici, e i fattori che dipendono dall’ambiente e dall’interazione sociale. L’evoluzione interna dell’individuo fornisce degli abbozzi diversi, a seconda delle attitudini di ciascuno, ma solo le interazioni sociali ed educative possono trasformare questi abbozzi in condotte efficaci oppure distruggerli per sempre. Il diritto all’educazione, è quindi il diritto dell’individuo a svilupparsi normalmente in funzione delle possibilità di cui dispone e l’obbligo per la società di trasformare queste possibilità in realizzazioni effettive.
Non basta, dice Piaget, assicurare a ogni bambino l’acquisizione delle capacità di lettura, di scrittura o di calcolo; bisogna garantire l’intero sviluppo delle sue funzioni mentali e l’acquisizione delle conoscenze e dei valori morali che corrispondono all’esercizio di queste funzioni. È questo il compito e la grande responsabilità dei sistemi educativi in ogni parte del mondo.

Crediti
 • Massimo Recalcati •
 • Lacan e la psicologia del linguaggio •
 • Pinterest •   •  •
 • Sergio Parilli •
 • Anna Maria T. •

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