La realtà come un'astrazione
René Magritte occupa una posizione singolare e per certi versi isolata all’interno del movimento surrealista, distinguendosi nettamente dai suoi colleghi parigini come Salvador Dalí o André Breton. Mentre costoro cercavano di scardinare la realtà attraverso l’automatismo psichico, l’esplorazione del sogno e l’emersione dell’inconscio freudiano, il maestro belga operava con la freddezza logica di un filosofo che dipinge. La sua non era un’arte del delirio onirico, bensì un’indagine metodica e quasi scientifica sui meccanismi della percezione e sulle trappole del linguaggio. Per Magritte, il mistero non risiedeva nell’altrove, in mondi fantastici o deformati, ma si annidava nel cuore stesso del banale, negli oggetti quotidiani che ci circondano: una mela, una bombetta, una pipa, un albero. La sua sfida consisteva nel dimostrare che la nostra visione del mondo è una costruzione mentale, un’abitudine rassicurante che diamo per scontata ma che, a un’analisi più attenta, si rivela fragile e arbitraria. Egli amava ripetere che il mondo è un mistero che non nasconde nulla, poiché tutto è visibile, ma è proprio in questa visibilità che si cela l’inganno supremo. Solitamente, il nostro cervello elabora le informazioni visive secondo leggi di continuità: se vediamo un oggetto parzialmente nascosto da un altro, la mente completa automaticamente la parte mancante, permettendoci di comprendere la profondità spaziale e la collocazione dei corpi. È il principio dell’occlusione, fondamentale per muoversi nella realtà tridimensionale. Ma cosa accade quando un pittore, con la precisione di un disegnatore tecnico, decide di sabotare questa regola aurea della percezione? Cosa succede quando l’ordine naturale delle cose viene sovvertito non dalla fantasia sfrenata, ma da un paradosso ottico calcolato al millimetro? È qui che Magritte introduce il concetto perturbante che le cose visibili possono nasconderne altre, o peggio, che il visibile e l’invisibile possono scambiarsi i ruoli in un gioco di prestigio intellettuale che lascia l’osservatore smarrito.

Le cose visibili possono essere invisibili. Se qualcuno va a cavallo nel bosco, prima lo si vede, poi no, ma si sa bene che c’è, nella Firma in bianco, la cavallerizza nasconde gli alberi e gli alberi la nascondono a loro volta: tuttavia il nostro pensiero comprende tutte e due, il visibile e l’invisibile. E io utilizzo la pittura per rendere il pensiero visibile.

Non avviene spesso che un artista oltre a realizzare l’opera la racconti. In questo quadro Magritte lo fece, forse per essere coerente fino in fondo con il suo intento di rendere visibile il pensiero. Come nel ciclo della Trahison des images ne La Firma in Bianco Magritte fonde e separa realtà e rappresentazione. Mentre nella pipa che non è ciò che dice di essere la realtà si sottrae alla rappresentazione e viceversa, in questo quadro la cavallerizza e il bosco coesistono e veicolano con il loro esserci il bisogno dell’artista di andare oltre l’apparenza delle cose e allo stesso tempo di mostrare la realtà come un’astrazione.

L’opera in questione, nota anche come Le Blanc Seing, realizzata nel 1965, rappresenta forse l’apice di questa ricerca sulle aporie della visione. A un primo sguardo distratto, il quadro appare come una scena bucolica convenzionale: una donna a cavallo attraversa un bosco. Tuttavia, basta soffermarsi un istante in più affinché il disagio cognitivo emerga con violenza. Magritte ha intrecciato i piani spaziali in modo impossibile. In fisica, un oggetto non può essere contemporaneamente davanti e dietro un altro nello stesso punto di osservazione. Nel dipinto, invece, il tronco di un albero copre il cavallo, ma la gamba della cavallerizza copre a sua volta quel tronco, mentre il cavallo stesso sembra passare attraverso un altro albero che però gli fa da sfondo. È un intreccio inestricabile di primo piano e sfondo, dove il vuoto (lo spazio tra gli alberi) diventa pieno (il corpo del cavallo) e viceversa. Il cervello dell’osservatore tenta disperatamente di applicare le leggi della Gestalt per chiudere le forme e dare senso alla scena, ma fallisce. L’occhio rimbalza da un dettaglio all’altro, cercando una coerenza che l’artista ha deliberatamente distrutto. Questo non è un errore di prospettiva, è un sabotaggio della prospettiva stessa. La realtà rappresentata non è quella che vediamo con gli occhi, ma quella che costruiamo, spesso erroneamente, con la mente. Magritte ci sta dicendo che la pittura non è uno specchio del mondo, ma uno strumento per pensare il mondo. Il titolo stesso, La Firma in Bianco (o Carta Bianca), allude alla libertà assoluta concessa alla mente: l’artista ha carta bianca per manipolare la realtà, ma anche l’osservatore ha carta bianca, costretto a riempire i vuoti di senso con il proprio pensiero. Non c’è una soluzione univoca all’enigma spaziale, c’è solo l’accettazione del paradosso. Questo quadro dimostra come l’immagine sia sempre un tradimento: crediamo di vedere una donna nel bosco, ma vediamo solo macchie di colore su una tela bidimensionale organizzate per ingannarci. La grandezza di Magritte sta nel rendere questo inganno palese, nel mostrarci i fili del burattinaio. Mentre guardiamo l’opera, non stiamo solo osservando un soggetto estetico, ma stiamo osservando il nostro stesso atto di guardare, diventando consapevoli dei limiti e delle potenzialità della nostra percezione. È un invito a diffidare delle certezze retiniche e a cercare, dietro l’apparenza rassicurante del visibile, l’abisso insondabile del pensiero che lo sottende. In questo senso, l’arte di Magritte è profondamente filosofica, poiché ci costringe a dubitare della solidità del reale, suggerendo che il mondo, così come ci appare, è solo una sottile pellicola stesa sopra un mistero che non può essere svelato, ma solo evocato attraverso l’intelligenza dell’occhio.

Glossario
Crediti
 Sofia Lorefice
 L'arte di vedere
  Capitolo: Il tradimento della percezione: La Firma in Bianco
  Pubblicazione in Italia: Maggio 2018
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