La realtà della vita inconsciaMa possiamo facilmente aggirare questa difficoltà parlando non di rappresentazione o di percezione, ma di contenuto, come di solito faccio io. Qui devo anticipare un punto del quale tratterò abbastanza diffusamente in seguito, cioè che ai contenuti inconsci si riferisce qualcosa di assai simile alla rappresentatività o alla coscienza, cosicché la possibilità di un soggetto inconscio diventa una questione seria. Un tale soggetto non si identifica tuttavia con l’ego. Che fossero soprattutto le rappresentazioni la bestia nera di Wundt è chiaro anche dal suo insistente rifiuto delle idee innate. Quanto egli prendesse alla lettera questo concetto lo si può rilevare dal brano seguente: Se un animale neonato avesse realmente anteriori a un’idea tutte le azioni che si propone di compiere, quale ricchezza di anticipate esperienze vitali giacerebbero immagazzinate negli istinti animali e umani, e quanto dovrebbe sembrare incomprensibile il fatto che non solo gli uomini, ma anche gli animali debbano acquisire la maggior parte delle cose solo attraverso l’esperienza e la pratica! Esiste tuttavia uno schema di comportamento innato, e proprio come cassa del tesoro di esperienze di vita, non anticipate, ma in realtà accumulate; soltanto che non si tratta di rappresentazioni ma di abbozzi, di piani o di immagini, che sebbene non siano effettivamente presenti all’ego, sono tuttavia altrettanto reali dei cento talleri di Kant, che erano stati cuciti nella fodera di una giacca e dimenticati dal proprietario. Wundt potrebbe essersi ricordato di Christian von Wolff che egli stesso nomina e della sua definizione degli stati inconsci che possono essere dedotti soltanto da ciò che troviamo nella nostra coscienza.
Alla categoria delle idee innate appartengono anche le idee elementari di Adolf Bastian, che ci permettono di intendere le forme fondamentalmente analoghe di percezione che si possono trovare dovunque; esse corrispondono perciò più o meno a quelli che oggi chiamiamo archetipi. Wundt, naturalmente, dubita di questa nozione, ancora nella falsa opinione che si tratti di rappresentazioni e non di disposizioni. Egli dice: Il prodursi di un solo e medesimo fenomeno in luoghi diversi non è assolutamente impossibile, ma, dal punto di vista della psicologia empirica, improbabile al massimo. Egli nega un comune retaggio psichico dell’umanità e respinge l’idea stessa di un intellegibile simbolismo mitico con la caratteristica affermazione che la supposizione di un sistema di idee che si nasconda dietro il mito è impossibile. La pedante assunzione che l’inconscio sia, tra tutte le cose, un sistema di idee, non avrebbe retto neppure ai tempi di Wundt, per non parlare di prima o di dopo.
Sarebbe sbagliato credere che il rifiuto dell’idea di inconscio nella psicologia accademica della fine del secolo fosse generale: non è affatto vero, poiché Fechner, e dopo di lui Theodor Lipps, avevano dato all’inconscio un posto di decisiva importanza. Sebbene per Lipps la psicologia sia una scienza della coscienza egli parla tuttavia di percezioni e rappresentazioni inconsce che considera come processi. La natura o, più precisamente, l’idea di un processo psichico non è tanto un contenuto conscio o una esperienza conscia quanto la realtà psichica che si deve necessariamente pensare alla base dell’esistenza di un tale processo. L’osservazione della vita conscia ci persuade che non solo a volte si possono ritrovare in noi percezioni e rappresentazioni inconsce, ma che la vita psichica viene influenzata da me costantemente, e che soltanto occasionalmente, in punti particolari, quello che opera dentro di noi rivela direttamente la sua presenza con immagini appropriate. Pertanto la vita psichica va sempre molto al di là dei limiti di quello che è o può essere presente in noi sotto forma di contenuto conscio o di immagini.
Le osservazioni di Theodor Lipps non contrastano in alcun modo con le nostre teorie moderne, ma anzi esse costituiscono la base teoretica per la psicologia dell’inconscio in generale. Ciononostante per molto tempo dopo di lui persistette la resistenza all’ipotesi dell’inconscio. Per esempio è caratteristico che Max Dessoir, nella sua storia della psicologia tedesca moderna, non citi nemmeno G. C. Carus e Eduard von Hartmann.

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