Vecchio filosofo scrive alla scrivania circondato da libri, meditazione sulla volontà e il nulla.Si è detto che la filosofia non deve fare altro che interpretare e spiegare l’esistente, il mondo, portandolo alla chiara coscienza concettuale, in quell’unico rispetto che la accomuna all’arte, la quale pure non fa che riprodurre le idee da essa colte nel mondo. Ma si potrebbe obiettare che, se questo è il compito, essa giunge sempre troppo tardi, perché il mondo è già dato e non si lascia modificare da una sua spiegazione. Tuttavia, il suo valore è proprio quello di offrire un appagamento a quell’impulso conoscitivo che, al culmine della sua tensione, nell’uomo filosofico, si innalza al di sopra della considerazione volgare e scientifica dei fenomeni per domandarsi il senso dell’esistenza nel suo complesso. Non si tratta di prescrivere come il mondo debba essere, ma di accogliere l’insegnamento che il mondo stesso offre a chi lo interroga con occhio puro e disinteressato. E tale insegnamento, lungi dall’essere lieto e consolatorio, rivela il travaglio incessante e il dolore intrinseco ad ogni manifestazione della volontà. È questo il punto di partenza imprescindibile: riconoscere nella volontà il nucleo metafisico del reale, per poi indagarne le modalità con cui essa si oggettiva, si manifesta nel mondo dei fenomeni, che è il mondo della rappresentazione, governato dalle forme a priori di spazio, tempo e causalità. Ma l’analisi non può fermarsi alla constatazione del dolore; deve mostrare la via della sua redenzione.

La mia filosofia non parla di un mondo di favole, ma di questo mondo: cioè essa è immanente, non trascendente. Essa insegna che cosa è il fenomeno e che cosa è la cosa in sé. Questa però è cosa in sé solo relativamente, cioè nel suo rapporto con l’apparenza: e questa è solo apparenza in rapporto alla cosa in sé. Oltre a ciò è un fenomeno cerebrale. Che cosa dunque sia la cosa in sé al di fuori di quella relazione io non l’ho detto, perché non lo so: in essa però è la volontà di vivere. Che questa possa superarsi io l’ho mostrato empiricamente: ed ho aggiunto che con la cosa in sé deve sparire anche la sua apparenza. La negazione della volontà di vivere non è l’annullamento di un oggetto, o di un essere, ma puro non-volere come conseguenza di un quietivo, che subentra quando la volontà, attraverso la conoscenza dell’essenza del mondo, perviene alla cessazione di ogni volere. È uno stato che l’esperienza, sebbene raramente e solo come eccezione, ci mostra nei santi e negli asceti, i quali hanno raggiunto quella atarassia e quella serenità che nessun tormento può più turbare. Che cosa poi possa essere ciò che noi conosciamo solo come volontà di vivere e nucleo di questa apparenza al di fuori di ciò, quando cioè non è più questo o non lo è ancora, è un problema trascendente, la cui soluzione le forme del nostro intelletto, che sono funzioni di un cervello destinato al servizio dell’apparenza individuale della volontà, non sono adatte a cogliere e a pensare. Per noi che siamo ancora immersi nella volontà, quel nulla, quella negazione, appare come un abisso senza fondo, come il nulla assoluto. Ma per colui che ha operato il rivolgimento del cuore e ha soppresso in sé ogni volere, questo nostro mondo cosí reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, che cosa è? Nulla.

Ed è proprio questo il punto in cui la filosofia, giunta ai limiti estremi della conoscenza possibile, deve arrestarsi e lasciare il posto a qualcosa di cui non può parlare. Il suo compito è negativo: togliere di mezzo l’errore, dissolvere le illusioni, mostrare l’infondatezza di ogni ottimismo e di ogni consolatoria metafisica che prometta appagamenti ultraterreni. Essa conduce l’uomo fin sulla soglia di quella conoscenza superiore dove il velo di Maya è squarciato, ma non può varcarla. Là dove cessa il principium individuationis, dove il tempo e lo spazio non hanno piú potere, dove la volontà tace, lí incomincia un ordine di cose del tutto sottratto alle nostre categorie. La filosofia, in quanto sapere razionale, può solo indicare questo confine, e in questo consiste la sua serietà e la sua superiorità rispetto ad ogni dogmatismo che pretenda di varcarlo con concetti inadeguati. Essa ci libera dall’asservimento alla volontà illuminandoci sulla sua natura, ma la redenzione effettiva, il passaggio dal tempo all’eterno, dal dolore alla pace, è un atto mistico, un salto mortale che la ragione non può né compiere né giustificare, ma solo riconoscere come l’unica via di salvezza dal tragico dell’esistenza.

Glossario
Crediti
 Arthur Schopenhauer
 Il mondo come volontà e rappresentazione
  Carteggio del filosofo con il discepolo Johann August Becker, 21 Agosto 1852
  Pubblicata per la prima volta in Italia nel 1914 - Traduzione di Paolo Savj-Lopez e Giuseppe De Lorenzo
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