La ricerca dell'essere attraverso lo svelamento
Quando osserviamo il mondo contemporaneo, vediamo un’umanità costantemente affaccendata, immersa in un’attività frenetica che non conosce pause. Siamo dominati dalla logica dell’efficienza, del profitto, della trasformazione della natura in risorsa da sfruttare. Per noi, un albero non è più l’epifania della vita che si protende verso il cielo, ma legname in metri cubi; un fiume non è lo scorrere del tempo o la potenza dell’acqua, ma energia idroelettrica o via di trasporto. Questa visione strumentale, che Heidegger chiama Gestell (imposizione tecnica), ha le sue radici in un momento preciso della storia del pensiero, quel momento in cui il soggetto cartesiano si è posto di fronte al mondo come un res cogitans separata dalla res extensa, deciso a diventarne padrone e possessore. Ma c’è stato un tempo, un’alba luminosa del pensiero occidentale, in cui il rapporto dell’uomo con la realtà era radicalmente diverso. I presocratici, quei giganti che abitavano le coste dell’Asia Minore e della Magna Grecia, non guardavano il mondo con gli occhi del mercante o dell’ingegnere, ma con gli occhi del bambino o del poeta. Per loro, l’esistenza delle cose non era un dato ovvio da manipolare, ma un miracolo sconcertante che lasciava senza fiato.

Eraclito e Parmenide non affrontano le cose, gli enti, con l’intento di dominarli come fa l’uomo del tecnocapitalismo, come fa l’uomo della modernità. Eraclito e Parmenide sono aperti perché si confrontano nella modalità dello stupore. Lo stupore ci apre. Aprendoci, permettiamo che l’essere ci si riveli, ci si sveli. Per questo la verità per Heidegger è svelamento. In tutti gli enti l’essere li illumina, ma nessuno degli enti è l’essere. L’essere è qualcosa di cui dobbiamo essere in uno stato aperto, affinché si sveli davanti a noi. L’atteggiamento di conquista e sottomissione è la negazione dello stato aperto. Non arriveremo mai a udire la chiamata dell’essere se lo affrontiamo attraverso l’avidità conquistatrice dello spirito del capitalismo, che, per Heidegger, nasce con Cartesio. Quindi, Eraclito e Parmenide condividono questo, condividono uno stato di stupore. La filosofia parte dagli stati d’animo e lo stato d’animo da cui partono Eraclito e Parmenide è lo stupore. Questo stupore rimanda a una domanda che Heidegger formula in Introduzione alla metafisica come la prima domanda: perché l’ente e non il nulla, o perché l’essere e non piuttosto il nulla. Questa è la domanda fondamentale della metafisica, ma questa domanda, quando viene posta, viene posta dallo stupore, poi viene posta dall’angoscia, poi viene posta da vari stati d’animo, ma in principio i greci partono dallo stupore, cosa è questo, perché c’è questo e non un’altra cosa, o perché c’è questo e non nulla.

Questo thaumàzein, questo stupore originario, non è una semplice curiosità intellettuale. La curiosità cerca risposte rapide, cerca di catalogare e archiviare per passare ad altro. Lo stupore, invece, è uno shock, una vertigine che ci ferma. Ci costringe a sospendere il giudizio utilitaristico e a restare in ascolto. Quando Eraclito dice che tutto scorre o che la guerra è madre di tutte le cose, non sta enunciando teoremi fisici, sta descrivendo l’esperienza bruciante del divenire che si manifesta a chi sa guardare. Quando Parmenide afferma che l’essere è e il non essere non è, sta toccando la roccia dura e immutabile della presenza che sottostà a ogni cambiamento. Entrambi, pur nelle loro differenze dottrinali, abitano la stessa dimensione di apertura verso il mistero. Oggi, questa dimensione ci è quasi del tutto preclusa. Il capitalismo non vuole che ci stupiamo, vuole che consumiamo. Lo stupore è pericoloso perché è improduttivo, perché non genera merci ma domande, e le domande sono il sale della libertà. Se mi chiedo perché l’essere e non il nulla?, sto implicitamente mettendo in discussione l’assolutezza del sistema in cui vivo, sto ricordando a me stesso che le cose potrebbero essere diverse, che l’ordine attuale non è necessario né eterno. Recuperare la capacità di stupirsi significa dunque compiere un atto di resistenza politica e spirituale. Significa rifiutarsi di essere ingranaggi e tornare a essere pastori dell’essere, custodi di quella radura in cui la verità può accadere non come un possesso, ma come un dono. Heidegger, con tutte le sue ombre politiche, ha avuto il merito immenso di richiamarci a questa origine dimenticata, di mostrarci che la filosofia non è un sapere da museo, ma una postura esistenziale che decide del nostro destino. Se non impariamo di nuovo a stupirci di fronte al semplice fatto che qualcosa esiste, saremo condannati a vivere in un mondo di oggetti muti, circondati da schermi luminosi ma immersi nel buio più profondo, quello dell’oblio dell’essere.

Crediti
 José Pablo Feinmann
 ¿Qué es la filosofía?
  Capitolo III: Lo stupore e l'origine della filosofia
  Data di pubblicazione: Marzo 2006
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Glossario
Riferimenti
Decostruzione
Livello Strutturale e Formale
Scomposizione gerarchica
Tesi centrale: Il recupero dello stupore originario (thaumàzein) di fronte all’essere, proprio del pensiero presocratico e della filosofia heideggeriana, costituisce una radicale postura esistenziale e un atto di resistenza politica e spirituale contro la logica utilitaristica del tecnocapitalismo.
Premesse: La modernità, inaugurata dal dualismo cartesiano e sfociata nell’imposizione tecnica (Gestell), ha ridotto la realtà a mera risorsa da calcolare e sfruttare, dimenticando il senso dell’essere.
Argomentazioni di supporto:

  1. La differenza ontologica nei presocratici: Eraclito e Parmenide affrontavano la realtà non per dominarla, ma ponendosi in uno stato d’animo aperto di stupore e ascolto di fronte alla domanda fondamentale: ‘perché l’ente e non potendo piuttosto il nulla?’.
  2. Verità come svelamento (Aletheia): L’essere si rivela solo a chi sospende il giudizio utilitaristico; lo spirito del capitalismo nega questa apertura sostituendola con l’avidità di possesso e la consumo frenetico.
  3. Stupore contro Curiosità/Consumo: A differenza della curiosità intellettuale o della merce che cercano risposte/soddisfazioni immediate, lo stupore destabilizza l’assolutezza del sistema vigente e genera domande sulla necessità e contingenza dell’ordine sociale.


Conclusioni: Disimparare l’atteggiamento di conquista per tornare a essere ‘pastori dell’essere’ è l’unica via per evitare l’oblio ontologico in un mondo abitato da oggetti muti e alienazione tecnologica.

Analisi del flusso
Il testo segue un’architettura argomentativa storico-filosofica a struttura tripartita e circolare.
Nel primo paragrafo, l’autore presenta la diagnosi del presente: la critica dell’utilitarismo tecnocapitalista e del razionalismo cartesiano (Gestell, res cogitans/extensa), introducendo per contrasto l’alba del pensiero greco. Il secondo paragrafo opera la regressione storico-ontologica verso Eraclito, Parmenide e Heidegger, argomentando il valore dello stupore come radice della domanda metafisica fondamentale. Il terzo paragrafo sintetizza le premesse ricongiungendo la speculazione greca alla critica sociale contemporanea: lo stupore viene riqualificato come atto di resistenza politica, concludendo con una monizione esistenziale sul rischio dell’oblio dell’essere.
Segmentazione
  1. La reificazione contemporanea: Il dominio del Gestell e la riduzione cartesiana della natura a risorsa sfruttabile.
  2. L’origine greca e il thaumàzein: L’atteggiamento d’ascolto dei presocratici opposto alla mentalità mercantile e ingegneristica.
  3. L’apertura all’essere in Heidegger, Eraclito e Parmenide: La verità come svelamento (aletheia) fondata sullo stato d’animo dello stupore.
  4. La domanda fondamentale della metafisica: Il quesito leibniziano-heideggeriano ‘perché l’ente e non piuttosto il nulla?’ generato dall’emozione ontologica.
  5. Distinzione tra curiosità e stupore: Il potenziale eversivo e improduttivo dello shock ontologico contro la logica del consumo.
  6. Lo stupore come resistenza politica: Rifiuto dell’ingranaggio e riappropriazione della funzione di ‘pastori dell’essere’.
  7. L’apocalisse ontologica dell’uomo moderno: Il rischio dell’alienazione definitiva tra schermi luminosi e oblio dell’essere.
Livello Semantico e Concettuale
Ermeneutica
Il testo costruisce una contrapposizione ermeneutica tra il paradigma del dominio (Cartesio/Capitale) e il paradigma della custodia (Presocratici/Heidegger).
L’albero ridotto a ‘legname in metri cubi’ e il fiume a ‘energia idroelettrica’ sono metafore dell’inquadramento tecnico (Gestell) che svuota la realtà del suo valore intrinseco. La nozione implicita è che il capitalismo non sia solo un sistema economico, ma un’ontologia degradata. La metafora heideggeriana dell’uomo come ‘pastore dell’essere’ e della ‘radura’ (Lichtung) contrappone la cura e l’attesa recettiva all’aggressione del soggetto moderno. Gli ‘schermi luminosi’ nell’epilogo simboleggiano il bagliore accecante della tecnologia che produce paradossalmente il buio della coscienza.
Decodifica del lessico
Il registro è filosofico, elevato e di chiara impronta ontologico-esistenziale.
L’autore fa uso preciso di terminologia filosofica sia in greco sia in tedesco ed esegetico-italiana: Gestell, res cogitans / res extensa, thaumàzein, svelamento, ente/essere, pastori dell’essere. Spicca il contrasto Lessicale tra il vocabolario dell’efficienza e della reificazione (‘profitti’, ‘risorse’, ‘merci’, ‘ingranaggi’, ‘oggetti muti’) e il vocabolario della contemplazione e della rivelazione (‘epifania’, ‘stupore originario’, ‘vertigine’, ‘dono’, ‘radura’).
Identificazione dei temi
  1. La critica della tecnica e del capitalismo: La riduzione della realtà a materiale di consumo tramite l’eredità cartesiana.
  2. La riscoperta del pensiero presocratico: Lo stupore come stato d’animo fondativo della filosofia.
  3. L’ontologia heideggeriana della verità: L’essere come svelamento (aletheia) anziché oggetto di conquista conoscitiva.
  4. La dimensione politica della metafisica: Lo stupore come atto di contestazione dell’ordine sociale dato e difesa della libertà.
Livello Critico e Contestuale
Analisi delle presupposizioni
Il testo presuppone un’esegesi heideggeriana lineare e idealizzata del pensiero presocratico, dando per scontato che Eraclito e Parmenide condividessero una medesima postura contemplativa svincolata da prassi politiche o scientifiche del loro tempo.
Si dà per acquisita la causalità diretta tra il razionalismo cartesiano e l’insorgere del tecnocapitalismo, sorvolando sulle complesse dinamiche economico-materiali della modernità. Inoltre, la critica alla tecnica viene condotta da una prospettiva eminentemente filosofico-speculativa, presupponendo che il mutamento dell’atteggiamento interiore possa di per sé contrastare le strutture materiali del capitalismo.
Valutazione argomentativa
L’argomentazione è estremamente suggestiva, coerente e rigorosa sul piano dell’interiorità della storia della filosofia.
L’intreccio tra l’analisi ontologica (Heidegger) e la critica sociale (anticapitalismo) funziona efficacemente a livello persuasivo. L’unica debolezza logica risiede in una potenziale generalizzazione indebita nell’assimilare la scienza e la tecnologia moderna in toto ad ‘avidità conquistatrice’, senza considerare l’utilità o la carica emancipativa che il progresso tecnico può rivestire per la società.
Contestualizzazione
Il testo s’inserisce direttamente nel solco del pensiero di Martin Heidegger, con riferimenti impliciti ed espliciti a Essere e Tempo, Sull’essenza della verità, Lettera sull’«umanismo», La questione della tecnica e Introduzione alla metafisica.
Riecheggia inoltre temi propri della Scuola di Francoforte (critica della ragione strumentale in Adorno e Horkheimer) e del pensiero ambientalista ed ecologico contemporaneo, integrando la lezione della metafisica greca antica (Aristotele, Metafisica I, per la nozione di thaumàzein) con la contestazione del modello neoliberista.
Rielaborazione e Output
Estrazione di citazioni e glossari
Citazioni chiave:

  1. ‘Questa visione strumentale, che Heidegger chiama Gestell (imposizione tecnica), ha le sue radici… nel momento in cui il soggetto cartesiano si è posto di fronte al mondo come res cogitans separata dalla res extensa…’
  2. ‘In tutti gli enti l’essere li illumina, ma nessuno degli enti è l’essere.’
  3. ‘Lo stupore è pericoloso perché è improduttivo, perché non genera merci ma domande, e le domande sono il sale della libertà.’
  4. ‘Recuperare la capacità di stupirsi significa dunque compiere un atto di resistenza politica e spirituale.’


Glossario dei termini:

  1. Gestell (Imposizione/Gabbia tecnica): Concetto heideggeriano che indica la modalità d’essere della tecnica moderna, la quale impone alla natura di svelarsi esclusivamente come fondo o riserva calcolabile e sfruttabile.
  2. Thaumàzein (Stupore/Meraviglia): Termine greco (da Plato e Aristotele) che designa lo stato d’animo originario, la scossa esistenziale da cui scaturisce l’atteggiamento filosofico e il porsi domande sul senso della realtà.
  3. Aletheia (Svelamento): La nozione greca di verità reinterpretata da Heidegger non come corrispondenza tra intelletto e cosa, ma come un non-essere-nascosto, un accadere in cui l’essere si mostra uscendo dal nascondimento.
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