Londra durante la seconda guerra mondiale, soldati e ragazze per le strade in primavera.L’inverno era stato crudele, quasi come la guerra stessa. Le notizie dal fronte orientale erano frammentarie e spesso contraddittorie, ma una cosa era chiara a Londra: la macchina bellica tedesca mostrava ancora i muscoli, nonostante l’incubo di Stalingrado cominciasse a serpeggiare tra i comandi della Wehrmacht. Qui, in Inghilterra, la popolazione civile aveva imparato a convivere con il razzolio delle tessere annonarie e il sibilo delle V1, ma la primavera imminente portava con sé un’ondata di cauto ottimismo. Si sussurrava che qualcosa di grosso stava per accadere, che l’incubo dell’occupazione europea poteva finalmente volgere al termine. I giornali parlavano di una seconda fronte, di un colpo mortale al cuore del Terzo Reich, ma nessuno, a parte pochi alti ufficiali, conosceva i dettagli di Overlord. La tensione era palpabile, mescolata alla stanchezza di quattro anni di conflitto. E in questa atmosfera di attesa, la vita quotidiana cercava di farsi strada tra le macerie e le divise.

Era stato l’inverno più freddo degli ultimi quarant’anni. I villaggi nella campagna inglese erano isolati dalla neve, e il Tamigi era gelato. Un giorno di gennaio il treno da Glasgow per Londra arrivò a Euston con ventiquattro ore di ritardo. La neve e l’oscuramento contribuivano a rendere pericolosi i viaggi in auto: gli incidenti stradali erano raddoppiati, e la gente raccontava barzellette su come era più rischioso guidare una Austin Sette per Piccadilly di notte che attraversare con un carro armato la linea Sigfrido. In quei mesi bui, la macchina da guerra tedesca sembrava ancora inespugnabile, e il solo pensiero di aprire un varco nel Vallo Atlantico appariva a molti un’utopia. Eppure, nei pub e nelle code per il pane, si respirava una strana determinazione, quella stessa che aveva tenuto testa alla Luftwaffe durante la Battaglia d’Inghilterra. Era la resilienza di un popolo che non si era piegato e che ora, con i primi timidi segni di un cambiamento, sentiva che la marea poteva davvero girare. E poi, come se la natura stessa volesse dare un segnale, l’inverno si sciolse in un lampo.

Poi, venne la primavera, e fu splendida. I palloni di sbarramento galleggiavano maestosi nell’azzurro splendente del cielo, e i soldati in permesso amoreggiavano per le vie di Londra con ragazze in abiti sbracciati. La città sembrava rinata. Le finestre oscurate venivano aperte per far entrare il sole, e l’odore dei tigli in fiore nel parco di St. James’s riusciva persino a coprire l’acre puzzo della fuliggine e del fumo degli incendi passati. C’era una frenesia sottile, quasi febbrile, in quell’aria mite. Le fabbriche lavoravano a ritmo incessante, sfornando carri armati e munizioni, mentre i giovani ufficiali, con le mostrine ancora nuove, camminavano a passo spedito verso il Pentagono londinese. Per le strade, i manifesti di reclutamento e i cartelli che indicavano i rifugi antiaerei erano ormai uno sfondo consueto, ma la gente sembrava guardarli con occhi diversi, con la segreta speranza che presto sarebbero diventati solo un ricordo. E in mezzo a questa umanità variopinta, fatta di soldati americani dalle giacche a vento, di ausiliarie in divisa e di bambini che giocavano con i modellini di Spitfire, un uomo camminava nell’ombra, portando con sé un segreto che poteva far crollare ogni speranza. Un uomo con un passato di lame e silenzi, un’ombra chiamata Ago.

Glossario
Crediti
 Ken Follet
 La cruna dell'ago
  Incipit
  Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1985
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