La scia dell’umano…

Una serie di punti apparenti, che sempre si convertono in dei punti a capo.
 • Anna Maria Tocchetto

Non l’atto è prima della potenza, non l’essere è prima del possibile,
ma questo – il possibile, il possibile non la potenza –
è prima del mondo, della vita, dell’essere.
“La possibilità più in alto della realtà” mette in giuoco tutto…
 • Vincenzo Vitiello

Colore, invecchiato come vino, che corrompe gli oggetti, li ammanta di andato, di speso e, però, resta a imperituro ricordo dell’attimo.

La vista del corpo nudo è visione d’eterno. Occhi contornano e scorrono sulla pelle, mani solcano il foglio che accoglierà il reperto. Se è andato via, era qui prima, e si è fatto rapire da un disegno.

Pezzi di pane e anemoni sono testimoni che non durano più di un giorno. La bottiglia è già quasi vuota e la tavola e i fondali sono sporchi, trascurati dal male dell’amore.

Un piccolo altare votivo nell’attesa che tu bussi alla porta, mentre non ti aspetto. Una mela gialla, un uccello morto, un ventaglio e una tabacchiera per propiziare la tua presenza. Pittorico evento.

Aringhe dorate, intarsiate d’argento, accanto a un limone, quasi una presenza esotica, su una credenza grigia, e una foto: la casa delle vacanze con la madre.

Gigantesca aragosta agita le chele al centro del quadro, mentre nessuno passa e il vento incita baracche e barche ad abbandonare l’arenile, a sollevarsi in volo.

Valve di conchiglie su cui si può leggere solo che il futuro è uguale al passato. Tempo non è che riproposta infame e ha il colore del catrame temperato dall’indaco.

Niente di più lussuoso che immortalare un granchio fra resti di telline e un limone contro un fondale marino che sa di irraggiungibile riva. Naufrago sulla terra.

Conchiglie ammucchiate, reperti di tempi arcaici che sono stati rinvenuti in una giornata ventosa, passeggiando sulla spiaggia. Vita priva di alcunché è vita ricca.

Un improbabile guanto accanto a un tralcio di foglie per rendere più distante la fila di ombrelloni. È il vento che occupa la mente e che rende volatili i colori.

Nessun racconto può darsi con questi astrusi elementi: una mela verde, una conchiglia gigante – più grande della cabina sulla spiaggia – e un ombrellone chiuso o cipresso, da qui non si vede bene.

Con colori narra di un’esistenza sublime spesa a raccogliere ciottoli e mitili, come fossero i frammenti perduti del passato che siamo stati.

Cozze o cipolle non sono più tali se adagiate sul piano che interseca il mare. Sull’esofago grava una pressione verde che trasmuta. Parole non rendono colori e quadro trasfigura oggetti.

Fiori come uno scherzo della natura: ancora vivi, declamano poesie mortali. È malattia dell’anima il corpo che può essere solo guardato.

Il corpo è colore e odore, ma non è un oggetto simile agli altri. Raccoglie ombre ed emette onde calde che echeggiano sulla coperta zebrata.

Questo olezzo che emana da pesci morti e da beccaccini a un passo dalla marcescenza si trasmette all’angolo buio della stanza: una frenesia da virus, da malattia d’amore, quando il corpo è perso.

Incendio del cuore è incendio del piano e del fondale su cui appaiono pere e pane, bottiglia e bicchiere: ultima cena – giura – da solo.

Non si lascerà cogliere impreparato dalla mondanità dell’esistenza. Raduna pipa e profumo e calice con fiori per essere pronto a ogni evenienza, a ogni incontro. Spettrale è la sera al lume di candela.

Sontuosa residenza se il ventaglio è azzurro e il vaso contiene una rosa. Bagliori d’oro e riflessi verde acqua provengono dalla finestra a diversificare la fine d’una giornata uguale.

Tacche di colore su eventi improbabili – il gabbiano morto che precipita ai nostri piedi, il carciofo sulla rena – fremono come se all’improvviso la realtà potesse venire meno, sfaldarsi al contatto col pennello.

Altre volte, lo spazio è saturo e l’aringa assume il significato di un intero mondo. Un mondo che si presenzia perché convocato.

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Crediti
 • Filippo de Pisis •
 • Pinterest •   •  •

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