Egon SchieleLa scuola italiana, un tempo tempio della formazione umanistica e civile, sta subendo una mutazione genetica che rischia di renderla irriconoscibile e, peggio ancora, dannosa. L’ossessione per l’efficienza, per la misurabilità delle competenze, per l’adeguamento immediato alle richieste del mercato del lavoro ha trasformato le aule in anticamere dell’azienda. Si è perso di vista l’obiettivo fondamentale dell’educazione, che non è addestrare un futuro impiegato o un tecnico informatico, ma formare una persona. La persona è un ente complesso, fatto di ragione ed emozione, di logica e di passione. Se la scuola abdica al suo ruolo di educatrice sentimentale, se smette di interrogarsi sul senso della vita per concentrarsi solo sul come si fa, produce analfabeti emotivi. E un analfabeta emotivo è un pericolo per sé e per gli altri, perché non sa dare un nome a ciò che prova e, non sapendo nominarlo, non sa gestirlo. La violenza giovanile, il bullismo, l’indifferenza non nascono dal nulla; nascono dal vuoto di parole e di simboli con cui elaborare la pulsione. Invece di riempire questo vuoto con la ricchezza della nostra tradizione culturale, si propongono soluzioni tecniche, protesi digitali che illudono di connettere il ragazzo col mondo, mentre lo isolano sempre di più nella sua povertà lessicale ed esperienziale.

E la si finisca di riempire le scuole di queste cazzate! Nei prossimi giorni verrà approvata la riforma delle cosiddette tre i: impresa, informatica, inglese. Tra insegnanti frastornati e genitori entusiasti, si prevede di collocare un computer collegato a Internet in ogni classe, anche alle elementari. Oggi i ragazzi conoscono sì e no seicento parole, ma come si può formulare un pensiero se ti mancano le parole? Non si pensa o si pensa poco se non si hanno le parole. E noi riempiamo le scuole di TECNOLOGIA digitale invece che di letteratura? È folle. (…) E la si finisca anche con l’alternanza scuola lavoro, a scuola si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura, non portare il lavoro. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso i miti dove ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, la passione. Ma se la letteratura non viene frequentata e i libri non vengono letti, se la scuola disamora allora il sentimento non si forma.

Senza la formazione del sentimento, i giovani rimangono in balia delle loro pulsioni immediate. La pulsione è cieca, non ha direzione, cerca solo la scarica immediata. Il sentimento, invece, è una costruzione culturale. Si impara ad amare leggendo poesie d’amore, si impara a soffrire con dignità leggendo le tragedie greche o i romanzi di Dostoevskij. Se togliamo questi specchi, in cui il ragazzo può riflettersi e dire Ecco, quello che provo è simile a quello che provava Werther, o Raskolnikov, lo lasciamo solo con la sua angoscia muta. L’angoscia che non trova parola diventa gesto violento o autolesionista. La scuola-azienda, che valuta lo studente come un prodotto da collocare sul mercato, ignora tutto questo. Ignora che l’adolescenza è l’età dell’incertezza, della ricerca di identità, del conflitto con l’autorità. Non si può rispondere a questa domanda di senso con un corso di marketing o con un tablet. La tecnologia è utilissima, ma è un mezzo, non un fine. Se diventa il fine, se sostituisce il rapporto umano tra maestro e allievo, se sostituisce la fatica del concetto con la facilità del clic, allora stiamo allevando una generazione di idioti tecnologici, velocissimi nel trovare informazioni ma incapaci di collegarle in un quadro di senso coerente. Platone diceva che si impara per imitazione e per fascinazione. Se l’insegnante non è una figura carismatica, capace di trasmettere l’eros della conoscenza, ma un burocrate che compila moduli e registri elettronici, la scuola è morta. Bisogna avere il coraggio di essere inattuali, di dire che leggere l’Eneide serve più di un corso di coding, perché l’Eneide ti insegna cos’è la pietas, cos’è il destino, cos’è il profugo, mentre il coding ti insegna solo a eseguire istruzioni. E in un mondo sempre più complesso e disumano, abbiamo bisogno di uomini che sappiano disobbedire alle istruzioni sbagliate, non di macchine biologiche che le eseguano alla perfezione.

Glossario
Crediti
 Umberto Galimberti
 La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo
  Sezione dedicata all'Educazione sentimentale e alla critica della scuola-azienda.
  Pubblicazione in Italia: Marzo 2018
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