
Una volta venne davanti ai cancelli del manicomio uno zingaro con una grande fisarmonica. Doveva ben sapere che quello era un manicomio e che noi pazzi non avevamo manco un mezzo nichelino da dargli, ma venne lo stesso là e si mise a suonare: una vecchia romanza gitana piena d’amore e di tanto struggimento malinconico di vita perduta.
Venne lo stesso e si mise a suonare con tutta la maestria di cui era capace. In piedi, lo sguardo sperduto nell’alto del cielo, a gambe larghe, con un mezzo sorrisino ironico stampato in faccia. Suonava con vigore, con tanta esercitata maestria, con lucida passione, indifferente del tutto a tutti gli inganni e le esperienze conosciute del mondo.
Noi tutti subito accorremmo, affamate, assetate, ingorde di tutta quella vita che inaspettatamente si era affacciata davanti ai nostri balconi così lugubri e morti della nostra esistenza miseranda.
Lo zingaro, uomo fatto e sicuro di sé, somigliante vagamente a un attore di Fellini, quasi un greco antico, suonava preciso e perfetto nei suoi movimenti di artista sconosciuto. Si agitava sulla sua fisarmonica, che magicamente era sempre ferma e invisibile tra le sue nevrotiche possenti braccia.
Rimanemmo tutti estasiati e immobili davanti a tanta bellezza artistica e così vivida. Anche gli infermieri rimasero fermi, anche i medici. Tutti sbalorditi di tanta bravura.
Quello zingaro forse voleva sottilmente farci intendere: Anch’io, zingaro giramondo, sono pazzo come voi, ma e me non mi prendono, non m’incatenano. Son zingaro, senza fissa dimora, son libero. Vi hanno beccati, stritolati, incatenati. Siete miei pari, anch’io son pazzo come voi. Ma sono un pazzo libero. Sono uno zingaro. A voi, anime sorelle, questa serenata antica. Per voi: viva la follia! Viva pure la libertà!
Si stancava certo a suonare ma continuava, col suo mezzo sorrisino, col suo mezzo sigarino mezzo spento in bocca. Anche gli alberi, i rami, le foglie s’inchinavano davanti a tanta maestria. La musica volava, ammaliava, ci ipnotizzava. Lo zingaro ben sapeva dell’oro della vita, della magica ricchezza della follia.
Noi malati abbozzammo perfino dei goffi balli, nella nostra euforia all’altezza della gonfia bellezza della musica. Ma anche la nostra era pura gioia di vivere, anelito indomito alla libertà, indomita voglia di scappare. Saltavamo tutti come dei folli idioti, ma saltavamo e cercavamo di ballare.
Gli infermieri sorridevano, alcuni ridevano, ma non si sa perché. La musica immobilizzava stranamente anche loro nella foschia di un antico sentimento di nostalgia. E noi ridevamo, gridavamo, ci sentivamo vivi.
Lo zingaro alla fine terminò la sua lunga e bellissima serenata zigana. Si tolse il cappello, ci salutò. Poi s’inchinò e sorrise. Ci salutò ancora e andò via. Non ci chiese nemmeno un centesimo. Nemmeno agli infermieri e ai medici. Aveva suonato solamente per la nostra e la sua follia. Aveva suonato alla nostra e alla sua libertà. Solo che lui era libero, noi continuavamo a restarcene dietro i cancelli. Tutti ammutoliti di tanta improvvisa, inaspettata felicità.
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