La Sicilia nel flusso della storia universale?
Il principe Fabrizio Salina si alzò lentamente dalla poltrona, un movimento che tradiva la stanchezza di un corpo un tempo possente ma ora appesantito dagli anni e dalla malinconia. La stanza era immersa in una penombra dorata, filtrata dalle persiane chiuse per proteggere l’interno dalla vampa inesorabile del pomeriggio siciliano. Di fronte a lui, il cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo, segretario della prefettura, sedeva rigido nel suo abito scuro, sudando copiosamente e cercando di mantenere un contegno di efficienza piemontese in quel clima che scioglieva volontà e pensieri. Chevalley era venuto a offrire al principe un seggio nel nuovo Senato del Regno d’Italia, convinto di fare un onore e di trovare un alleato prezioso per la costruzione della nazione. Ma non aveva fatto i conti con l’anima di chi aveva di fronte, né con l’anima dell’isola che credeva di poter amministrare come una provincia qualsiasi del nord. Il principe lo guardava con un misto di affetto ironico e di profonda compassione; vedeva in quel piccolo uomo onesto tutta l’ingenuità di chi crede nel progresso lineare, nella perfettibilità delle cose umane attraverso leggi e decreti. Ma Don Fabrizio sapeva che la Sicilia era una terra refrattaria a qualsiasi forma di cambiamento imposto, una terra dove il tempo non scorreva, ma ristagnava in pozze antiche e profonde. Aveva appena rifiutato l’offerta, suggerendo al suo posto un uomo come Calogero Sedàra, scaltro, avido e infinitamente più adatto ai nuovi tempi. Chevalley, sconvolto, aveva cercato di argomentare, di parlare di dovere, di responsabilità, di futuro. E fu allora che il principe, sentendo il bisogno di spiegare l’inspiegabile, di tradurre il silenzio millenario della sua terra in parole comprensibili a quel funzionario venuto dal freddo, iniziò a parlare con una voce che sembrava venire da un altro secolo.

Così rispondo anche a Lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti viceré spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?

Questa perfezione illusoria, continuò il principe, non è un dono di Dio, ma una condanna della geografia e della storia. Il sole che ci batte sopra non è una carezza, ma un narcotico violento che inibisce ogni azione, che trasforma ogni desiderio in sogno e ogni sogno in inerzia. Noi siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il la; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lamentarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi, svuotati. Lei parla di fare, di costruire, di migliorare. Ma per fare bisogna credere che domani sarà diverso da oggi, e noi siciliani sappiamo, con una certezza viscerale che ci scorre nel sangue, che domani sarà esattamente uguale a ieri, solo un po’ più polveroso. Il nostro clima, il nostro paesaggio, tutto congiura per ricordarci la vanità dell’agire. Guardi fuori da quella finestra: vede quella luce che acceca? È una luce che non illumina, ma pietrifica. Sotto di essa, ogni movimento sembra superfluo, ogni sforzo ridicolo. Lei viene qui con le sue buone intenzioni, con i suoi progetti di ferrovie e di scuole, e non capisce che per noi tutto questo è solo rumore, un fastidio momentaneo che turba il nostro sonno di morte. Noi non vogliamo essere svegliati, Chevalley. Vogliamo essere lasciati in pace a contemplare la nostra rovina, che è l’unica cosa veramente nostra, l’unica cosa che nessuno ci può togliere. E poi c’è il senso di morte, sì, la morte. Da noi si sente ovunque, non come fine, ma come presenza costante, come un membro della famiglia seduto a tavola. Il nostro sensualismo è desiderio di oblio, le nostre schioppettate in piazza sono desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana. Da tutto ciò deriva il potere dei nostri governanti, dei nostri baroni, dei nostri preti: essi sono i custodi del sonno, i garanti che nulla cambi davvero, che tutto rimanga sospeso in questo eterno presente immobile. Lei, caro Chevalley, rappresenta la vita che preme alle porte, la storia che bussa e chiede il conto. E noi la odiamo per questo, anche se le sorridiamo e le offriamo il caffè. La odiamo perché ci ricorda che siamo vivi, e che essere vivi significa soffrire e cambiare. Ma non tema: la Sicilia vincerà anche su di lei. La sua energia si disperderà in mille rivoli di incomprensioni, di ritardi, di vedremo e di domani, finché anche lei non si stancherà e non si lascerà andare a questo dolce, terribile torpore. E allora, forse, capirà.

Glossario
Crediti
 Giuseppe Tomasi di Lampedusa
 Il Gattopardo
  Capitolo: Parte Quarta (Il colloquio con Chevalley)
  Pubblicazione in Italia: Novembre 1958
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