La società era fondata sul terrore
Voi conoscete il nostro ideale. La prima obbiezione che ad esso si fa è, innanzi tutto, questa: «È desso veramente nobile, e merita il sacrificio degli uomini a lui devoti ed il rischio terribile di una rivoluzione? È pura la morale anarchica? e nella società libertaria, se si costituirà, l’uomo sarà migliore che non in una società basata sul timore del potere e della legge?»

Rispondo con tutta sicurezza, e voi lo affermerete con me ben tosto: «Sì! la morale anarchica è quella che maggiormente corrisponde alla concezione moderna della libertà e della giustizia».

Il fondamento della vecchia morale, lo sapete, non era che il timore e lo spavento, come dice la Bibbia, e come vi hanno insegnato in gioventù. «Il timor di dio è il principio d’ogni virtù»; tale è stato fino a poco tempo fa il concetto da cui si partiva per la educazione degli spiriti. La società insomma era fondata sul terrore.

Gli uomini non erano cittadini, ma sudditi e pecore; le spose erano serve; i fanciulli piccoli schiavi, su cui i genitori avevano un resto dell’antico diritto di vita e di morte.

Dappertutto, in tutte le relazioni sociali, si rivelavano i rapporti avvilenti di superiorità ed inferiorità.

Ed anche oggi il principio stesso dello Stato, e di tutte le altre autorità subordinate che lo costituiscono, riposa sulla gerarchia: è la sacra autorità propriamente detta.

E questa dominazione sacrosanta porta con sé tutta una serie di classi sovrapposte l’una all’altra, di cui quelle che stanno più in alto hanno il diritto di comandare, e le altre, in basso, tutto il dovere di obbedire.

La morale ufficiale vuole che ci si inchini davanti ad un superiore, salvo poi ad esser superbi con gl’inferiori. Ciascuno deve avere due facce, come Giano, due sorrisi, l’uno premuroso e spesso servile, l’altro superbo e pieno di degnazione. Il principio d’autorità — così ha nome questa morale — esige che il superiore non abbia mai torto, e che in ogni discussione sia sempre l’ultimo a dire la sua. Soprattutto bisogna che sia ubbidito.

Ciò semplifica tutto: in tal modo non v’è bisogno di ragioni, di spiegazioni, di dubbi, di discussioni, di scrupoli. Gli affari camminano da sé, bene o male che vadano! È anche quando non c’è presente un padrone a comandare, non ci sono formule belle e fatte, ordini, decreti, regolamenti e leggi, compilate da padroni assoluti o legislatori di gradi diversi?

Queste formule costituiscono gli ordini diretti ed immediati; e devono essere osservate senza cercare se sono o no conformi alla voce interna della propria coscienza.

Mentre invece tra uomini uguali la cosa è diversa; più difficile è per ciascuno la sua funzione nella società, ma è più degna. Occorre cercare con un pò di sacrificio la verità, sapere ciascuno il suo dovere, imparare a conoscer sé sfosso, curare continuamente la propria educazione, condursi in modo da rispettare il diritto e gli interessi dei compagni.

Solo a questo modo si può divenire un essere veramente morale, e si può acquistare l’esatta coscienza della propria responsabilità.

La morale non e un comando cui si ubbidisce, una parola che si ripete, una cosa puramente esteriore all’individuo; bensì una parte dell’essere stesso, quale diviene, ed un prodotto della vita. Così noi anarchici comprendiamo la morale; e non abbiamo dunque il diritto di paragonarla con soddisfazione alla morale vecchia trasmessaci dagli avi?

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