La solitudine di Lenz: analisi di un'anima tormentataLenz rabbrividì appena toccò le membra fredde e vide gli occhi vitrei semiaperti. La bimba gli apparve tanto abbandonata, ed egli stesso così solo, e solitario; si prostrò sul cadavere; la morte lo spaventò, un dolore violento lo prese: questi tratti, questo viso immobile dovevano dunque decomporsi; si prostrò e pregò con tutta la violenza della disperazione, poiché era così debole e infelice, che Dio gli desse un segno e rianimasse la bambina; poi sprofondò completamente in se stesso, concentrando tutta la sua volontà su un punto solo, e a lungo rimase così, rigido… Poi si precipitò fuori, come inseguito, su per la montagna… Nel suo petto era il canto trionfale dell’inferno. Il vento risonava come una canzone di titani, gli pareva di poter serrare un pugno enorme contro il cielo e tirare giù Dio e trascinarlo fra le sue nubi; di poter stritolare il mondo con i denti e sputarlo in faccia al creatore; imprecava, bestemmiava. Così giunse alla cima della montagna, e l’incerta luce si stendeva laggiù dov’eran le bianche masse di pietra, e il cielo era uno stupido occhio azzurro, e la luna ci stava dentro, quanto mai ridicola e sciocca. Lenz dovette ridere forte, e col riso l’afferrò l’ateismo.

Crediti
 Georg Büchner
 Lenz
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    Per liberare il secolo in catene
    per dare inizio al nuovo mondo
    bisogna col flauto riunire
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    mio stupendo, povero secolo.
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    a contemplare le tue orme.
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