
Il proiettore emette un ronzio costante in fondo alla sala buia. Montreal è una città che appare grigia in questo periodo dell’anno. Mi siedo davanti agli studenti con i miei appunti sparsi sul tavolo di legno grezzo. Ho portato con me alcune pizze di pellicola cariche di sali d’argento e di polvere. Non cerco di vendere racconti di carta o sogni ad occhi aperti. Mi interessa capire come si muove la macchina nel silenzio delle stanze. Il cinema è un fatto di fisica e di chimica prima di essere un fatto di lingua o di estetica. Guardo lo schermo bianco e vedo una superficie piana dove la luce picchia con forza. Ogni secondo di visione ha un costo preciso in franchi e in minuti di vita reale. Chi lavora in questo campo deve smettere di pensare alla bellezza come a un dono che piove dal cielo. Bisogna guardare al banco di montaggio come a un tavolo da falegname. Le forbici tagliano la celluloide e la colla unisce i frammenti sparsi. In questo gesto risiede la verità del mestiere. Se non si capisce il montaggio, non si capisce il cinema affatto. Si vede solo un riflesso di luce. Invece noi dobbiamo vedere la materia grassa della pellicola. La mia ascesi consiste nel togliere il superfluo per arrivare alla pelle dell’immagine nuda. In quegli anni parlavo di queste cose ogni giorno, cercando di dividere il grano dalla crusca tra un rullo e l’altro.
Molti giovani arrivano alle scuole con la testa piena di citazioni e di nomi celebri. Credono che la macchina da presa sia una bacchetta magica capace di mutare il fango in oro. Invece è un peso di metallo che stanca la spalla e schiaccia la schiena. Serve un braccio fermo e un occhio che sappia misurare la luce senza tremare. Il mercato spinge a produrre immagini che scorrono via come acqua sporca nei tombini. Nessuno si ferma a guardare il nodo che lega una inquadratura alla successiva. Si vuole la fluidità che addormenta la mente e placa i sensi. Ma il cinema vero è scontro, urto e attrito. È la scelta di mettere un volto stanco accanto a una strada bagnata dalla pioggia. In questa unione nasce il senso dell’agire umano. Se la scelta non c’è, resta solo il rumore di fondo delle fabbriche di sogni. La tecnica non mente mai sulla natura del lavoro svolto. Chi gira un film senza un piano agisce come chi vaga in un bosco senza bussola. La responsabilità del regista è quella di dare una rotta alla visione. Non si tratta di avere talento. Si tratta di avere un dovere professionale chiaro, pulito e costante per ogni ora di produzione.
Gli amatori… fanno la fortuna della Kodak, girano parecchio, ma sempre un’unica inquadratura: girano una scena durante le vacanze, una a Natale, forse una quando nasce un bambino… ma non girano mai un’altra scena dopo questa. Una volta girata una scena non sanno che farsene di un’altra. Tutto ciò è forse naturale per loro, ma non certo per me, per un professionista del cinema. Difatti il mio nemico è il professionista del cinema che gira ancor meno dell’amatore. Almeno, all’amatore posso domandare se qualcuno dei miei film che ha visto lo interessi… dopodiché posso chiedergli: Ma perché, una volta fatta questa inquadratura, non ne fai un’altra?. In questo caso, ho perlomeno una conversazione del tutto reale sul cinema. E lui, da parte sua, si renderà conto che, in effetti, farne un’altra significa cominciare a voler fare una storia. E non ne ha bisogno; non gli è ri-chiesto… Mica tutti devono fare film. Ma da quelli che devono farne, è lecito pretenderlo.
L’amatore è un consumatore di pellicola che vive nell’attimo isolato. Egli nutre l’industria chimica senza porsi il problema della forma o della durata. Il suo gesto è un atto di memoria privata che non cerca il legame con l’altro. Il professionista invece abita una gabbia d’acciaio fatta di budget, di contratti e di orari d’ufficio. Ma proprio lì egli deve esercitare la sua forza di volontà. Fare una seconda inquadratura significa accettare il rischio del montaggio. Significa dire che la prima immagine non basta a se stessa. Che serve un ponte verso il domani del racconto. Chi si ferma al primo scatto resta nella zona della calma finta. Chi prosegue entra nel campo della battaglia civile. Il montaggio è la democrazia del cinema perché mette in riga i fatti e li interroga uno per uno. Non si può fare un film se non si accetta questa fatica del legame tra le cose. La ditta chiede risultati rapidi e facili da vendere. Ma il cinema chiede di vedere ciò che la ditta vuole nascondere sotto il tappeto. Dobbiamo guardare ai laboratori di sviluppo come a luoghi di verità. Lì l’immagine prende corpo e mostra la sua consistenza reale tra gli acidi. La dattilografa che batte il preventivo sa quanto pesa un metro di film. Noi spesso lo dimentichiamo per correre dietro a teorie di carta senza alcun peso.
Il proiettore continua a girare e il rumore riempie il vuoto. La pellicola corre a ventiquattro fotogrammi al secondo. È un ritmo fisico che batte contro i polmoni di chi guarda. Non servono parole per descrivere la luce. Serve l’esperienza di chi sa come si mette a fuoco un viso nel buio di una stanza. La vera storia del cinema si scrive con la spesa dei rulli e con la fatica delle montatrici nei laboratori. Esse hanno dita agili che sanno dove recidere il nastro di celluloide. La loro è una ascesi tecnica che sorregge l’intero apparato della visione. Senza il loro lavoro di base, la diva resterebbe un fermo immagine senza vita. Invece il cinema è movimento e scontro. È la capacità di tenere insieme pezzi di mondo che non hanno un rapporto naturale tra loro. La dignità del mestiere risiede in questa pulizia dell’agire tecnico. Non cerco scuse. Guardo solo come la luce colpisce la grana del film. Se il risultato è pulito, allora il lavoro è ben fatto. La felicità del professionista sta nella consapevolezza del proprio compito.
In conclusione, il cinema è una officina che non deve mai chiudere i battenti. La sfida è quella di non restare fermi alla prima inquadratura del Natale o delle vacanze. Dobbiamo avere la forza di girarne un’altra e un’altra ancora, finché la catena dei fatti non rivela la sua natura nascosta. La tecnica è la bussola per abitare la modernità senza perdere la rotta tra i flussi. Il mercato vuole cittadini che guardano senza capire il nesso tra le immagini. Noi vogliamo persone che vedono il montaggio del potere sopra le loro teste. La rottura con il modo di fare delle ditte è la via per la libertà reale dello sguardo. Restiamo svegli tra le pizze di metallo e i monitor accesi. La nostra vita è un progetto che si scrive attraverso la luce e l’ombra. Non lasciamo che il fumo delle chiacchiere copra la materia filmica. Abitiamo la terra con la dignità di chi sa che ogni immagine è un atto di scelta e ogni scelta è una presa di carico della realtà. Il tempo passa e il rullo finisce la sua corsa. Ma il segno resta impresso sulla pellicola e nella mente di chi ha saputo stare in ascolto del silenzio tra due tagli di forbice, lontano dalla noia dei salotti e dalla presunzione di chi parla senza aver mai toccato un pezzo di cinema vero.
Introduzione alla vera storia del cinema
Second voyage
Pubblicato in Italia: Maggio 1982 - Traduzione: Enrica Ghezzi
SchieleArt • •
Il saggio descrive il dialogo avvenuto al Cremlino tra il leader sovietico e lo scrittore britannico sui temi del capitalismo, delle riforme di Roosevelt e della rivoluzione. La scrittura descrive con rigore la critica staliniana alle illusioni dei dotti, svelando come il potere reale risieda nel controllo economico e non nello Stato borghese. L'autore propone uno studio scientifico e distaccato dei fatti mostrando come le scelte della società abbiano consumato le relazioni umane reali delle popolazioni. Questo saggio offre strumenti utili per superare la spaccatura culturale e per ritrovare il cammino comune delle scelte personali del nostro tempo reale.
Il lavoro invisibile ⋯
Le donne nel cinema non fanno solo le dive ma lavorano negli uffici a battere preventivi o nei laboratori a sviluppare e montare la pellicola a fari spenti. Questa disparità di base mostra che il cinema è un'industria in cui la sofferenza delle dattilografe e delle operaie sorregge l'apparato della visione e il mito dell'immagine.
Jean-Luc Godard Introduzione alla vera storia del cinema
Saggistica, Critica cinematografica
Il rischio del vero montaggio ⋯
L'amatore è un consumatore di pellicola che vive nell'attimo isolato senza porsi il problema della forma o della durata, mentre il professionista abita una gabbia d'acciaio fatta di budget e di contratti. Ma proprio lì egli deve esercitare la sua volontà per accettare il risco del montaggio e per difendere la verità reale delle cose.
Jean-Luc Godard Introduzione alla vera storia del cinema
Saggistica, Cinema
I punti di unione visibili ⋯
Truffaut ha scelto la pace dei festival e il recinto dei padroni, facendo film che rassicurano il pubblico e censurando i suoi vecchi articoli per cancellare gli attacchi netti del passato. Il cinema è fatto di forbici e colla, ma i punti di unione devono restare visibili per essere veri.
Jean-Luc Godard Introduzione alla vera storia del cinema
Saggistica, Cinema
Il rimpianto di una storia del cinema ⋯
Bisognerebbe proiettare un pezzo di film, e dunque occorre trovarlo; bisognerebbe poter proiettare già la ricerca di questo spezzone, proiettare una quantità di piccoli pezzi, raccontare come li si è trovati, dire: «Si e cercato in questa direzione», e poi là, all'improvviso, - ma con e davanti a voi come in un esperimento, - accorgersi che questo è il piccolo brano che interessa, e a quel punto metterlo in relazione con un altro, o usarlo davvero come l'inizio di una storia; ma, per far ciò, occorrono i film, e in più l'attrezzatura per proiettarli e per esaminarli, e poi ci vuole anche la capacità intellettuale di farlo. Alla fine, la storia del cinema che ne verrà fuori sarà una traccia, una semplice traccia, una specie di rimpianto di una storia del cinema che non è possibile fare.
Jean-Luc Godard Introduzione alla vera storia del cinema. Volume 2
Cinema, Teoria
Esistenza come perfezione divina ⋯
L'idea di un essere sommamente perfetto che possiede tutte le perfezioni deve necessariamente includere l'esistenza perché l'esistenza stessa è una perfezione senza la quale tale idea sarebbe contraddittoria.
Rene Descartes Meditazioni metafisiche
Filosofia razionalista, Epistemologia secentesca
Amatore: Il consumatore di pellicola che vive nell’attimo isolato senza porsi il problema della forma, della durata o della verità del solo racconto.
Fisica: La base materiale e scientifica del cinema legata ai sali d’argento, alla luce e alla grana chimica del solo film comune reale.
Montaggio: L’azione tecnica e civile di connettere inquadrature diverse svelando la verità delle relazioni tra i fatti e le persone nel proprio tempo.
Professionista: L’operatore del cinema che vive nella gabbia d’acciaio burocratica ma ha la forza di volontà necessaria per cercare la sola verità reale.
La significazione nel cinema di Christian Metz
La trattazione esamina la struttura semiotica e linguistica del cinema descrivendo come le inquadrature e il montaggio costituiscano un sistema di segni capace di produrre senso. L’analisi svela i meccanismi di comunicazione visiva superando l’idea di un’arte puramente intuitiva e proponendo uno studio scientifico del film. Questo saggio descrive la fine della precarietà del nostro cammino comune per colmare il divario delle relazioni umane reali e per difendere le nostre scelte personali comuni nelle nostre società moderne.
Il film. Evoluzione e teoria di un’arte nuova di Béla Balázs
La ricerca esamina la nascita e l’evoluzione del linguaggio cinematografico soffermandosi sull’importanza della fisionomia umana e del dettaglio visivo. La trattazione propone una riflessione critica per comprendere i meccanismi della percezione e per liberare la mente dalle vecchie convenzioni estetiche teatrali. Questo saggio descrive la fine della precarietà del nostro cammino comune per colmare il divario etico e per salvare la vita reale rivelando le nostre scelte personali comuni moderne tecniche.
Storia del cinema mondiale di Gian Piero Brunetta
La ricerca esamina lo sviluppo nel tempo della produzione cinematografica globale analizzando le tappe del progresso tecnico e le trasformazioni delle ditte. L’analisi propone uno studio distaccato delle leggi che regolano l’industria visiva mostrando l’evoluzione delle nostre relazioni culturali e delle scelte individuali. Questo saggio descrive la fine della precarietà nelle nostre relazioni umane svelando le scelte etiche reali delle persone comuni nel nostro tempo moderno e reale oggi nel mondo sociale umano.
Le argomentazioni di supporto mettono a contrasto l’amatore (che consuma pellicola nell’attimo isolato senza produrre senso o forma) con il professionista (che accetta il rischio della seconda inquadratura e della gabbia d’acciaio industriale); viene inoltre valorizzato il lavoro sommerso delle montatrici nei laboratori.
La premessa fondamentale è che il cinema sia un fatto di fisica, chimica e costi materiali prima che di estetica, e che la tecnica non menta mai sulla natura del lavoro.
La conclusione stringe il discorso su un piano di ecologia dello sguardo: comprendere il montaggio cinematografico è lo strumento critico essenziale per svelare e decodificare il ‘montaggio del potere’ che agisce sopra la testa dei cittadini.
Il flusso esordisce nel primo paragrafo con l’evocazione sensoriale dell’aula di Montreal (pizze di pellicola, ronzio, tavolo da falegname) per radicare la riflessione sulla fisicità del mezzo.
La transizione al secondo blocco sposta l’asse sui giovani studenti, introducendo l’opposizione concettuale tra la fluidità anestetizzante del mercato e la natura conflittuale del vero cinema (‘scontro, urto e attrito’).
Il terzo e il quarto paragrafo introducono lo scarto analitico fondamentale mediato dalla citazione d’archivio, innescando la polarizzazione amatore/professionista e traducendo il montaggio in una forma di ‘battaglia civile’.
Il quinto paragrafo ricolloca l’analisi nel buio del laboratorio chimico, mentre il sesto e ultimo blocco sigilla la progressione logica con una potente sintesi politica ed etica sul risveglio dello sguardo.
- La materia cinematografica nell’aula di Montreal: La definizione del cinema come fatto di fisica, chimica e contabilità economica, assimilato al lavoro artigianale del falegname.
- L’estetica dell’attrito contro il mercato: La demistificazione della macchina da presa come bacchetta magica e il rifiuto della fluidità commerciale a favore del montaggio inteso come scontro.
- La dialettica tra l’amatore e il professionista: L’analisi della citazione clinica sul cinema: il gesto isolato e memoriale dell’amatore contrapposto al dovere professionale della concatenazione narrativa.
- Il montaggio come democrazia e legame civile: L’accettazione della ‘gabbia d’acciaio’ capitalistica per esercitare la forza di volontà e svelare ciò che la ditta vuole occultare sotto il tappeto.
- Il lavoro invisibile delle montatrici: La celebrazione dell’ascesi tecnica delle operaie di laboratorio come reale impalcatura materiale che sorregge il movimento e la visione della diva.
- La scomposizione del montaggio del potere: La conclusione etica e politica che eleva la comprensione del taglio di forbice a difesa contro le manipolazioni del mercato e i flussi della modernità.
L’espressione ‘gabbia d’acciaio’ (di eco weberiana) esplicita la natura vincolante del budget e del contratto industriale, che tuttavia non annulla la libertà ma diventa il perimetro necessario in cui esercitare la volontà etica.
Il significato implicito della seconda inquadratura risiede nel rifiuto del solipsismo e del narcisismo: l’amatore si ferma all’attimo privato (Natale, vacanze), mentre il professionista, legando due immagini, accetta l’alterità e la storicità.
Il ‘montaggio del potere’ simboleggia l’azione invisibile delle strutture ideologiche ed economiche dominanti, che strutturano la realtà sociale esattamente come una montatrice unisce i fotogrammi, richiedendo uno spettatore ‘sveglio’ capace di scorgere i tagli e le giunzioni del sistema.
La scelta lessicale è volutamente spigolosa e anti-lirica, dominata da sostantivi che evocano fatica, peso e precisione (‘peso di metallo’, ‘sali d’argento’, ‘acidi’, ‘forbici’, ‘ritmo fisico’) in netta contrapposizione polemica con il vocabolario dell’idealismo borghese (‘racconti di carta’, ‘dono che piove dal cielo’, ‘talento’, ‘salotti’, ‘chiacchiere’).
Il termine ‘ditta’ assume una forte connotazione ideologica negativa, configurandosi come l’istanza capitalistica che mira alla standardizzazione e alla rimozione della fatica produttiva per vendere un feticcio puramente visivo.
- La riconduzione materialista del mezzo cinematografico: L’equiparazione del cinema all’artigianato manifatturiero e alla trasformazione fisico-chimica della materia nei laboratori.
- L’etica del montaggio come responsabilità civile: Il rifiuto dell’immagine singola, feticistica e isolata a favore del legame e dell’attrito tra i fatti come fondamento della narrazione e della democrazia.
- Il ruolo politico del disincanto e del lavoro sommerso: L’attribuzione della dignità del mestiere all’azione invisibile e precisa delle dattilografe e delle montatrici, contro la centralità spettacolare della diva.
- La liberazione dello sguardo dalle strutture di potere: La scomposizione tecnica del film intesa come addestramento critico per decodificare le manipolazioni del mercato e della società capitalistica.
Viene dato per scontato che l’operaio cinematografico (il regista o la montatrice) possieda una superiore lucidità etica e politica per il solo fatto di maneggiare la materia fisica della celluloide e di conoscerne i costi operativi.
Si rileva inoltre la presupposizione che il pubblico delle sale sia una massa fondamentalmente passiva, alienata e ‘addormentata’ dai meccanismi di fluidità del mercato, bisognosa di un’educazione tecnica e pedagogica impartita dall’alto per poter conquistare una ‘libertà reale dello sguardo’.
Tuttavia, l’autore incorre in una fallacia di falso dilemma quando polarizza rigidamente il campo tra l’amatore sterile (che produce solo ricordi privati) e il professionista politico (che interroga i fatti tramite il montaggio). Questa dicotomia esclude lo statuto critico di un cinema sperimentale che può fare della singola inquadratura o della scomposizione non narrativa uno strumento di indagine politica altrettanto radicale, senza piegarsi alle logiche della ditta.
L’insistenza sulla materialità chimica ed economica della pellicola si colloca in opposizione frontale alla critica idealista e spiritualista di stampo borghese, dialogando direttamente con le teorie marxiste dell’alienazione e con la scomposizione della merce operata da Walter Benjamin.
La menzione di Montreal rimanda alla vivacità documentaristica e teorica del Canada del periodo (legata all’universo del National Film Board), inteso come polo di sperimentazione del cinema diretto e di riflessione sulle strutture industriali e operaie della visione.
1. «Il cinema è un fatto di fisica e di chimica prima di essere un fatto di lingua o di estetica. Guardo lo schermo bianco e vedo una superficie piana dove la luce picchia con forza.»
2. «Il montaggio è la democrazia del cinema perché mette in riga i fatti e li interroga uno per uno. Non si può fare un film se non si accetta questa fatica del legame tra le cose.»
3. «Il mercato vuole cittadini che guardano senza capire il nesso tra le immagini. Noi vogliamo persone che vedono il montaggio del potere sopra le loro teste.»
Glossario dei Termini Tecnici ed Evocativi:
* Materia grassa della pellicola: La consistenza fisica, tattile e chimica del supporto in celluloide cosparso di emulsione sensibile, contrapposta all’immaterialità dell’illusione spettacolare e della critica astratta.
* Gabbia d’acciaio: Vincolo burocratico, contrattuale ed economico imposto dall’industria del cinema all’interno del quale il professionista deve operare la propria scelta etica e formale senza farsi assimilare.
* Ascesi tecnica: Attitudine rigorosa e razionale delle maestranze (in particolare delle montatrici) che consiste nel depurare l’immagine dal superfluo e dalle lusinghe sentimentali attraverso la precisione chirurgica del taglio.
* Montaggio del potere: Metafora politica che assimila le strategie di manipolazione, censura e costruzione del consenso della società capitalistica ai procedimenti di selezione e giunzione invisibile delle inquadrature operati dalle ditte commerciali.






















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