La mia fidanzata, il mio avorio, la mia stazione, il mio fiume, il mio… Era tutto suo. E io trattenevo il fiato aspettandomi di udire la selva selvaggia scoppiare in una fragorosa risata che avrebbe scosso le stelle fisse sul loro asse. Apparteneva tutto a lui, ma questo sarebbe stato irrilevante. L’importante era sapere a chi apparteneva lui, quante potenze della tenebra lo rivendicassero come loro proprietà. Quella era la riflessione che vi faceva accapponare la pelle. Era impossibile e anche malsano – cercare di indovinarlo. Aveva occupato un posto molto elevato fra i demoni di quel paese lo dico letteralmente. Voi non potete capire. E come potreste, voi che avete un terreno solido sotto i piedi, che siete circondati da vicini cortesi, pronti ad applaudire o a gettarsi su di voi, voi che vi muovete a piccoli passi guardinghi fra il macellaio e il poliziotto con il sacro terrore dello scandalo, della prigione e del manicomio? Come riuscireste a immaginare in quale particolare regione delle epoche primordiali i piedi senza impacci di un uomo lo possono portare lungo la via della solitudine – una solitudine assoluta senza un poliziotto – lungo la via del silenzio, un silenzio assoluto, dove non si può sentire la voce ammonitrice di un cortese vicino che si fa eco dell’opinione della gente? Sono queste piccole cose che fanno la grande differenza. E quando non ci sono più si deve ricorrere alla propria forza interiore, alla propria capacità di restare fedeli.
La via del silenzio
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