
Il Cairo era una distesa di polvere e di grida. Il sole batteva sul fango del Nilo e sulle pietre dei palazzi vecchi con una forza che toglieva il respiro. Mu’in ‘Abbas camminava tra la gente sentendo il peso fisico del proprio corpo. Non cercavo sguardi tra la folla che riempiva i marciapiedi. Aveva solo il bisogno di arrivare in tempo nelle aule dell’università. I soldi che teneva in tasca erano pochi. Egli contava ogni singola moneta per poter pagar il pane, l’olio e l’affitto della sua stanza. Quella dimora era piccola e priva di luce. C’era solo un letto stretto e un tavolo di legno ingombro di fogli e di libri aperti. Studiava nel silenzio della notte mentre la città fuori continuava a produrre il suo rumore meccanico. I ricordi di Gaza erano come pietre bagnate che premevano sul petto. Sapeva che i suoi genitori aspettavano notizie certe. Sapeva che la sua terra era chiusa dietro cancelli di ferro e reti di filo spinato. Ma lì, tra i viali larghi della facoltà, il tempo sembrava scorrere secondo un ritmo differente. Il suo cammino era tracciato in modo netto. Doveva diventare medico per curare i corpi della sua gente. Era un compito tecnico e pulito. Non c’erano sogni di gloria in questa scelta, solo la forza della necessità materiale.
Mu’in ‘Abbas è un giovane palestinese che studia all’università del Cairo, alla facoltà di medicina. La sua gente e i membri della sua famiglia vivono a Gaza, città che l’esercito israeliano occupa fin dalla guerra del giugno 1967. Sono molto poveri e Mu’in ‘Abbàs si fa bastare la piccola somma di denaro che riceve dal governo egiziano a titolo di borsa di studio per studenti meritevoli. Al Cairo, Mu’in ‘Abbàs vive una vita normale e piana, e studia tanto. Perché per studiare medicina bisogna sforzarsi molto e lui spera di finire in fretta l’università per poter tornare a Gaza, mettersi a lavorare e sposarsi. Non si occupa di politica se non in quanto palestinese. Perché non si può essere palestinese e non occuparsi, in un modo o nell’altro, di politica. Sarebbe a dire che partecipa alle feste studentesche che si tengono all’università, attacca manifesti, distribuisce libri e pubblicazioni che contengono informazioni sulla causa. Mu’in ‘Abbas, al Cairo, ha l’impressione di trovarsi in un bel pasticcio: per la prima volta, dopo anni e anni, vorrebbe dimenticarsi di Sana’, la sua cuginetta cui ha promesso che si sposeranno, quella che tutte le famiglie del campo sanno diventerà sua moglie. È sempre stato orgoglioso di lei e della sua invitante bellezza, e adesso, invece, cosa gli va a capitare? Muna, la sua compagna di corso.
Muna aveva mani sottili e occhi che cercavano la verità dei fatti nudi. Si sedeva spesso accanto a lui durante le lezioni di anatomia. Parlavano di muscoli, di ossa e di nervi mentre fuori il mondo bruciava sotto la spinta della storia. La sconfitta del millenovecentosessantasette era una ferita aperta che nessuno sapeva come medicare davvero. Mu’in guardava i manifesti appesi sui muri grigi. Leggeva i nomi dei caduti e le date degli scontri. Sentiva che la sua vita era dventata una recita faticosa. Da una parte c’era il dovere verso Sana’, verso il patto suggellato davanti agli anziani del campo profughi. Quello era il legame del sangue e della terra perduta. Dall’altra parte c’era il richiamo di una pelle diversa e di un modo di pensare che non chiedeva permessi al passato. Muna non conosceva la polvere delle tende o il fango delle strade di Gaza. Ella viveva in una casa di mattoni e leggeva volumi che parlavano di un domani possibile. Questo contrasto era una riga netta che tagliava in due l’animo del ragazzo. Si sentiva un traditore ogni volta che rivolgeva un sorriso a lei. Sana’ era l’immagine di un mondo che svaniva. Muna era l’immagine di una vita che chiedeva di essere vissuta nel presente.
Le piazze del Cairo si riempivano di giovani che gridavano slogan contro i vecchi capi. Mu’in partecipava a quei raduni quasi per inerzia. Portava le pile di volantini sotto il braccio, sentendo il calore della carta appena uscita dalle macchine da stampa. La politica non era una scelta libera, ma un recinto in cui doveva stare per forza di cose. Non poteva scappare dalla propria origine geografica. Ma la sua mente correva spesso verso le corsie degli ospedali bianchi. Voleva toccare la materia della vita, quella che non sa mentire. I discorsi dei dirigenti del partito gli sembravano solo fumo grigio. Egli cercava la consistenza di un bisturi o di un farmaco capace di fermare la febbre dei bambini. La sua ascesi quotidiana era fatta di ore passate sui manuali tecnici. Voleva finire in fretta. Voleva tornare a casa per chiudere i conti con la propria vicenda personale. Ma l’idea di Muna restava ferma lì, come un oggetto pesante che non si può spostare con la volontà. Era una presenza fisica che toglieva il sonno e la calma. Ogni scelta portava a un muro insormontabile. Se sceglieva Sana’, sceglieva la memoria e il dovere. Se sceglieva Muna, sceglieva l’oblio e la propria felicità singola.
Il cielo sopra il Nilo assumeva un colore scuro alla sera. Le luci dei caffè si accendevano una dopo l’altra lungo il fiume. Mu’in si sedeva a guardare l’acqua che passava rapida. Pensava a come tutto potesse finire per un colpo di sorte. La guerra era stata un evento secco e spietato. Aveva mutato la mappa delle nazioni e la mappa del suo spirito interiore. Restavano solo i resti di una identità che andava in pezzi. Le facce bianche del racconto erano quelle di chi non aveva più un posto certo nel mondo. Erano uomini che vagavano tra le macerie senza un piano razionale. Lui voleva dare un ordine alla propria giornata. Voleva che ogni suo gesto fosse un atto di responsabilità. Ma la realtà dei fatti era più dura delle sue fantasie. Il sistema lo schiacciava tra il peso del sangue e la voglia di una pace reale. Non c’era giustizia nel modo in cui il desiderio si scontrava con la legge della stirpe. Restava solo la fatica di durare un minuto di più. Camminò verso la sua piccola stanza mentre il rumore dei tram copriva i battiti del cuore. Sapeva che l’indomani avrebbe rivisto Muna in aula. Sapeva che Sana’ avrebbe scritto una nuova lettera da Gaza. Abitare la terra significava gestire questo attrito continuo, in un mondo che non ammetteva la distrazione di chi cercava la propria verità tra le pieghe di una storia spietata.
Facce bianche
Mu'in 'Abbas
Pubblicato in Italia: Luglio 2007 - Traduzione: Elisabetta Bartuli
SchieleArt • •
Il romanzo descrive le vicende di un giovane studente palestinese al Cairo, tormentato dal conflitto tra la fedeltà alle radici di Gaza e l'amore nel presente per una compagna. Attraverso lo studio della medicina egli cerca di dare un ordine materiale alla propria giornata, sfuggendo alle perdite reali causate dalla guerra. Questo cammino doloroso delinea un ritratto lucido del disincanto umano di fronte alle pressioni della tradizione, offrendo strumenti utili per comprendere il sacrificio civile dei profughi ed aiutare i lettori a preservare la propria personale libertà morale di fronte alle ingiustizie storiche del territorio.
Il pasticcio dell'amore ⋯
Mu'in 'Abbas, al Cairo, ha l'impressione di trovarsi in un bel pasticcio: per la prima volta, dopo anni e anni, vorrebbe dimenticarsi di Sana', la sua cuginetta cui ha promesso che si sposeranno, quella che tutte le famiglie del campo sanno diventerà sua moglie. È sempre stato orgoglioso di lei e della sua invitante bellezza...
Elias Khoury Facce bianche
Narrativa mediorientale, Romanzo psicologico
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i loro giorni felici, senza conoscere il peccato,
né la colpa, né la vergogna, né il timore,
ma solo la gioia pura, l'amore innocente,
e la pace che dimora con la virtù.
John Milton Paradiso Perduto
Poesia epica, Mitologia cristiana, Letteratura inglese
Ascesi: Rinuncia quotidiana ordinaria ai piaceri immediati della giovinezza per concentrare ogni sforzo materiale nello studio faticoso dei testi universitari della facoltà medica.
Dovere: Obbligo morale e sociale che lega l’individuo alla propria famiglia d’origine e alla terra natale, frenando i desideri personali di felicità singola.
Esilio: Condizione forzata di allontanamento dalla propria terra che frammenta l’identità del profugo e lo costringe a vivere nel fango della memoria passata.
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa
Questo testo ripercorre le vicende storiche di una famiglia palestinese attraverso diversi decenni di conflitti ed esilio forzato. I protagonisti affrontano la perdita della propria terra e la durezza della vita nei campi profughi, cercando di preservare l’identità culturale e i legami affettivi quotidiani, mostrando come la speranza resista anche nelle condizioni materiali ordinarie più difficili di fronte alle perdite reali della guerra. Questo cammino mostra il valore della memoria storica collettiva stabile.
Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani
Il volume racconta il viaggio disperato di tre profughi palestinesi che cercano di raggiungere il Kuwait nascosti all’interno di una cisterna metallica sotto il sole cocente. Si descrivono le difficoltà materiali del viaggio e la drammatica ascesi della sopravvivenza in condizioni estreme, evidenziando il dramma dell’esilio e la ricerca continua di una via di salvezza. Questo cammino tragico simboleggia la condizione collettiva di un popolo privato di una patria reale e costretto all’invisibilità quotidiana ordinaria.
Palazzo Yacoubian di Alaa Al-Aswany
La narrazione delinea un ritratto vivido della società egiziana del Cairo attraverso le storie dei residenti di un palazzo storico. Si descrivono le tensioni sociali, le ambizioni politiche e le difficoltà quotidiane di diversi personaggi, mostrando le contraddizioni della modernità e il contrasto stridente tra la ricchezza visibile e la povertà materiale dei ceti popolari. Questo cammino urbano rivela la complessità delle relazioni umane all’interno di una grande metropoli orientale dove la tradizione si scontra continuamente con le spinte del progresso.
Le premesse si fondano sulla condizione di aspro sradicamento e povertà dello studente, la cui quotidianità al Cairo è interamente definita dai traumi storici della guerra del 1967 e dall’occupazione di Gaza.
Le argomentazioni di supporto si sviluppano attraverso la descrizione della vita universitaria come spazio tecnico e neutrale (lo studio della medicina), il contrasto tra l’attivismo politico vissuto per inerzia geografica e l’insoddisfazione per la retorica ideologica, e infine il dualismo simbolico tra le due figure femminili.
La conclusione formalizza l’impossibilità di una risoluzione netta: abitare il mondo per il protagonista significa gestire un logorante attrito continuo, dove ogni scelta individuale si scontra con la spietata legge della stirpe e della storia.
Il flusso si apre con una descrizione materica e claustrofobica del Cairo e della miseria del protagonista, per poi subire una transizione informativa e oggettivante nel secondo paragrafo, che introduce i dati biografici ed esplicita il nucleo del conflitto sentimentale.
Il terzo e il quarto blocco accelerano la tensione logica mettendo a confronto diretto i due mondi (Gaza/Sana’ vs. Cairo/Muna), evidenziando il fallimento della retorica politica di fronte alla concretezza della scienza anatomica.
Il finale rallenta su una nota lirica e riflessiva notturna, dove lo scorrere del Nilo fa da specchio al frammentarsi dell’identità del protagonista, suggellando l’andamento circolare del testo che ritorna alla solitudine della sua piccola stanza.
- La polvere del Cairo e il peso di Gaza (Inizio – ‘necessità materiale’): Introduzione della condizione di indigenza di Mu’in, lo studio notturno e la medicina intesa come dovere materiale verso la propria terra d’origine.
- L’inquadramento biografico e l’imprevisto sentimentale (‘Mu’in ‘Abbas è un giovane’ – ‘Muna, la sua compagna di corso’): Descrizione dello status di studente palestinese profugo, l’attivismo politico studentesco e la comparsa di Muna che mina il patto matrimoniale con la cugina Sana’.
- Il contrasto tra due destini (‘Muna aveva mani sottili’ – ‘vissuta nel presente’): Analisi del dualismo tra Sana’ (simbolo della terra perduta, del fango dei campi profughi e del passato) e Muna (emblema della modernità urbana, del presente e del futuro).
- L’ingranaggio della politica e l’ascesi dello studio (‘Le piazze del Cairo’ – ‘propria felicità singola’): Rifiuto della retorica ideologica dei dirigenti di partito a favore della verità oggettiva del bisturi, mentre la figura di Muna diventa un ostacolo insormontabile alla volontà.
- L’attrito continuo della sera (‘Il cielo sopra il Nilo’ – Fine): Riflessione sul trauma della guerra del 1967, la disintegrazione dell’identità e la rassegnata accettazione di un’esistenza condannata a vivere nel conflitto tra sangue e desiderio.
Gaza, i cancelli di ferro e il filo spinato non sono solo coordinate geografiche, ma gabbie della memoria che esigono il sacrificio dell’individuo.
Sana’ incarna l’archetipo della patria ferita, legata alla ‘legge della stirpe’ e al passato che non concede sconti.
Al contrario, Muna, con le sue ‘mani sottili’ e lo studio dell’anatomia, rappresenta la verità dei ‘fatti nudi’, la carne viva slegata dai condizionamenti della storia.
La medicina e il bisturi agiscono come metafore di una ricerca di purezza ed esattezza oggettiva: di fronte al ‘fumo grigio’ dei discorsi dei partiti, il corpo umano è l’unica realtà che non sa mentire.
Il fiume Nilo, infine, simboleggia lo scorrere indifferente della storia e del tempo che schiaccia le micro-narrazioni dei singoli.
Il lessico legato alla condizione palestinese è materico e pesante (polvere, fango, macerie, peso del sangue).
Vi è una netta contrapposizione terminologica tra l’astrazione ideologica della politica (slogan, volantini, fumo grigio) e la precisione concreta della scienza medica (anatomia, bisturi, muscoli, nervi).
L’espressione idiomatica facce bianche connota lo smarrimento antropologico di coloro che hanno perso il proprio centro geopolitico dopo la disfatta militare.
L’uso della parola ascesi qualifica lo studio non come emancipazione borghese, ma come severa disciplina e sottomissione della carne alla necessità storica.
- Il conflitto tra destino collettivo e felicità privata: L’impossibilità per l’esule palestinese di scindere la propria biografia dal trauma storico della propria nazione.
- La scienza come rifugio dall’ideologia: La ricerca della concretezza medica (i fatti nudi della carne) come antidoto alle farneticazioni fumose della politica di partito.
- La fedeltà alla terra vs. l’oblio del presente: Il dualismo tra la colpa del tradimento verso le proprie radici (Sana’) e l’attrazione verso l’alterità e la libertà individuale (Muna).
- L’attrito esistenziale dell’esilio: La condizione del profugo, la cui identità va in pezzi all’interno di uno spazio urbano immenso e indifferente come il Cairo.
Si assume come verità indiscutibile che il legame con la tradizione e la stirpe sia inevitabilmente sinonimo di sofferenza, polvere e legami forzati, mentre l’emancipazione e la modernità cittadina siano appannaggio esclusivo di chi, come Muna, vive in una ‘casa di mattoni’ ed è esente dal fango dei campi profughi.
La coerenza interna è mantenuta dall’evoluzione psicologica del protagonista, il quale non agisce come un eroe ideologico ma come un soggetto passivo schiacciato dagli eventi.
Si rileva una fallacia di falsa dicotomia nella costruzione delle scelte di Mu’in: il testo presenta l’amore per Muna come l’assoluto ‘oblio’ e la felicità singola, e l’unione con Sana’ come la pura ‘memoria’ e il dovere sacrificale, escludendo sfumature intermedie.
Questa polarizzazione netta è tuttavia funzionale alla natura tragica del racconto, accentuando l’impossibilità di una via d’uscita razionale.
Letterariamente, il testo si inserisce nella grande tradizione della letteratura palestinese dell’esilio (evocando da vicino le atmosfere e le tematiche di Ghassan Kanafani, in particolare ‘Uomini sotto il sole’), dove i personaggi sono costantemente schiacciati tra la necessità materiale di sopravvivere e l’impossibilità di dimenticare la patria perduta.
Filosoficamente, il dramma di Mu’in richiama l’esistenzialismo di matrice sartriana legato alla condanna della scelta e alla responsabilità del proprio posizionamento nel mondo.
- Citazione chiave 1: ‘Non si occupa di politica se non in quanto palestinese. Perché non si può essere palestinese e non occuparsi, in un modo o nell’altro, di politica.’
- Citazione chiave 2: ‘I discorsi dei dirigenti del partito gli sembravano solo fumo grigio. Egli cercava la consistenza di un bisturi o di un farmaco capace di fermare la febbre dei bambini.’
- Citazione chiave 3: ‘Se sceglieva Sana’, sceglieva la memoria e il dovere. Se sceglieva Muna, sceglieva l’oblio e la propria felicità singola.’
- Guerra del 1967 (Termine Tecnico): Conosciuta anche come Guerra dei Sei Giorni, conflitto armato che vide la netta vittoria di Israele contro una coalizione di stati arabi (Egitto, Siria, Giordania) e che portò all’occupazione della penisola del Sinai, della striscia di Gaza, della Cisgiordania e delle alture del Golan.
- Fatti nudi (Termine Tecnico): Espressione concettuale che indica la realtà fenomenica e oggettiva, spogliata dalle sovrastrutture ideologiche, retoriche o sentimentali che tentano di manipolarne il significato.
- Legge della stirpe (Termine Tecnico): Insieme di vincoli etici, matrimoniali e sociali non scritti ma imperativi, determinati dalla comunità di appartenenza o dal gruppo familiare, volti a preservare l’identità e la continuità del clan a scapito delle libertà personali.



















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