Egon Schiele ⋯ L'opera di un artista e di un uomo che si avviano alla maturità

A bocca aperta. Sara rimasto così, Gustav Klimt, vedendo quei fogli dell’album. Come Perugino quando Raffaello gli avrà mostrato quel che papà gli aveva insegnato. Come chi avrà sentire suonare l’ancor più giovane Mozart. Come tutti quelli cui capita di trovarsi dinnanzi un miracolato dalle muse, con un talento innato tanto straordinario da parere soprannaturale.

Accadde una sera del 1907, nel salone del Caffè Museum, un ritrovo di artisti. Klimt, caposcuola riconosciuto della Secessione, professore onorario delle accademie di Monaco e Vienna, aveva quarantacinque anni ed era una celebrità. Il ragazzo che lo aveva importunato, mentre s’intratteneva con i propri ammiratori, invece, di anni ne aveva solo diciassette. Si chiamava Egon Leon Adolf Schiele, era originario di Tulln, sul Danubio, ed era in città per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Era solo agli inizi, però. Si dedicava all’arte da solo due anni; da quando suo padre, capostazione, era morto di sifilide. Orfano, dunque, per giunta con una madre che lo accusava di averla abbandonata e lo sottoponeva a pressioni e ricatti d’ogni tipo, ma almeno senza problemi economici. Il suo ricco padrino, dopo aver provato a convincerlo ad occuparsi d’altro, gli stava infatti pagando gli studi. Non che fosse un esperto d’arte, Herr Leopold Czinaczek, ma aveva gli occhi, e quelli gli erano bastati per capire che Egon disegnava già come pochi

Come quasi nessuno, gli avrebbe potuto confermare Klimt, una volta riavutosi dallo stupore. Lui aveva decenni di mestiere alle spalle, era considerato un disegnatore formidabile, eppure quel ragazzo, quanto a scioltezza di mano, a fluidità di tratto, era già perlomeno un suo pari.

Non servì altro neppure a Klimt, per decidere di prenderlo sotto al propria protezione. Una tutela grazie alla quale Schiele non dovette, in pratica, fare alcuna gavetta. Subito ebbe clienti importanti, committenti che vollero farsi ritrarre e nel giro di un anno poté già allestire la prima mostra, patrocinata nientemeno che dalla Wiener Werkstätte, il collettivo di artisti – artigiani guidato da Josef Hoffmann e Koloman Moser. Un rapporto, quello tra Klimt e Schiele, che durò per il resto della loro vita. In cui i ruoli erano chiari, non fosse altro che per ragioni anagrafiche, ma che non può essere ridotto a quello tra un maestro ed un allievo. Schiele, soprattutto nei primi anni della sua attività, fa proprie le teorie di Klimt e ne imita alcuni modi, ma è pure subito evidente che sia altro che un mero prosecutore della sua opera. Ognuno di loro ha la propria sensibilità e, in più, sono separati da quei tre decenni. Klimt, appartiene ancora all’Ottocento, un secolo che è durato fino alla grande guerra. La sua arte avverte la crisi che s’approssima, ma resta fedele alla forma; ritiene si possa ricostruire un ordine. Le sue linee sono sempre perfettamente controllate. Veni creator spiritus, cantano i cori della Sinfonia dei Mille, che si alzano potenti ad involare l’amore redentore e ad auspicare un nuovo inizio. Se Klimt si fosse dedicato alla musica, forse avrebbe composto come Mahler. Schiele, no. Alla forma, vorrebbe ancora credere, ma non ci riesce fino in fondo. Anche quando riempie il vuoto, che poi imparerà a lasciare tale, di motivi klimtiani, le sue linee si torcono nervose; si piegano per sforzi che non possono sopportare. Per tutto quello che la forma non riesce più a nascondere; a tenere a bada. Linee sottili sul punto di spezzarsi, quelle di Schiele, che ritroviamo piuttosto nella musica di Schönberg e, ancor di più, in quella del suo discepolo Webern. Schiele ne avrà discorso con loro? Di certo li conosceva; ha ritratto entrambi.

D’altra parte si frequentavano tutti, in quella Vienna irripetibile. Musicisti, artisti, filosofi e letterati che si ritrovano in locali proprio come il Museum, per scambiare due chiacchiere e magari farsi una risata amara commentando gli articoli satirici di Die Fackel, a cominciare dal 1911 tutti dovuti al genio ironico di Karl Kraus. Una città che era davvero una delle capitali del mondo e in cui, al numero 19 della Beergasse, abitava e lavora il dottor Sigismund Schlomo Freud.

L’Età dell’Inconscio, la nostra, è nata in quegli anni e a quell’indirizzo. Schiele ne è già un figlio. Come noi. Dal 1910, nei suoi quadri resta poco dell’eleganza klimtiana; diventa pienamente espressionista, per usare un’etichetta. La sua arte segue la via aperta da Van Gogh e che ha già intrapreso il suo amico Kokoshka, l’ altro geniale allievo di Klimt. Vuole raffigurare quel che sta dietro il sipario di volti e corpi; svelare le pulsioni dell’Inconscio. Innanzitutto del proprio. Lo fa con gli autoritratti: un centinaio nei soli anni 1910 e 11. Spesso si rappresenta nudo, mentre si masturba. Vi appare scheletrico, con le mani troppo grandi, gli occhi socchiusi o, più spesso, fuori dalle orbite, spiritati. Non sembra che si stia concedendo un piacere, ma che, malato e febbricitante, si stia infliggendo una tortura. E’ lui ad usare proprio questa espressione: “Credo che l’uomo debba soffrire la tortura sessuale finché è capace di sentimenti sessuali”. Dominati da quelle sue linee, con la sua figura isolata nel vuoto del foglio, quei disegni e dipinti comunicano, in una parola sola, angoscia. La stessa che prova il giovane Törless di Musil mentre attende la “terribile, bestiale, sensualità che l’avrebbe afferrato con i propri artigli e dilaniato a partire dagli occhi”. Sono tentativi di auto-analisi. L’illustrazione, scrive Arthur Danto, delle teoria freudiane secondo cui “la realtà umana è essenzialmente sessuale”. Nessuno si era mai rappresentato con tanta crudezza. Nessuno sarebbe tornato a farlo prima dell’arrivo di Francis Bacon e di un nipote di Freud, Lucian.

Klimt disegnava sensuali figure femminili per i molti “collezionisti particolari” di quella Vienna in cui il sesso era, secondo Stefan Zweig, “un sotterraneo su cui sorge la società del ceto medio con la sua facciata irreprensibile”. Per gli stessi collezionisti, lavora anche Schiele. Non c’è sensualità, però, nelle sue donne ossute; quasi delle ragazzine denutrite. Spesso si limitano ad esibire genitali gonfi e arrossati. A volte si toccano, ma senza piacere: quasi soffrissero, come lui in quegli autoritratti; come se cercassero, al più, del sollievo. Disegna anche coppie: copulano. Fanno sesso, ma certo non all’amore. Con sguardi allucinati e membra contorte, paiono anzi delirare o essere preda di demoni. Schiele si ritrae anche in molti di questi disegni. Con lui di solito c’è Wally Neuzil, già modella di Klimt. Gli è accanto anche a Neulengbach, quando lo arrestano. La sua vita è troppo scandalosa, per la cittadina dove aveva cercato quiete; troppo giovani, soprattutto, sono le sue modelle. Rischia i lavori forzati, se le accuse fossero confermate. Se la cava, pare grazie a pressioni “da Vienna”, con tre settimane di carcere ed una multa per aver “conservato materiale pornografico in luogo accessibile ai bambini”. Una pena lieve, ma lui ne soffre. E’ pubblicità, però, che aumenta la sua fama. E Wally? Complice ed amante? Nei disegni ha uno sguardo senza sogni o illusioni; tra lei e Schiele non pare vi siano né amore né complicità. Scopano. Punto. Otto Weninger, poi suicidatosi a ventitré anni perché disgustato dalla sua incapacità di controllare la propria libido, nel 1903 era diventato popolare con Sesso e carattere; un libro in cui sosteneva l’equivalenza tra coito ed omicidio. L’avesse letto o no, Schiele disegnava questo. Su quei fogli, lui e Wally pare si stiano uccidendo a vicenda; che non si stiano amando, ma tentando di sopraffarsi.

Nel dipinto che stiamo ammirando, invece, non c’è nulla di tutto questo. Solo nelle pieghe di quel lenzuolo si vedono le linee tormentate che abbiamo imparato ad associare a Schiele. Non servono, però, a comunicare angoscia. Piuttosto a definire un’isola, uno spazio a parte rispetto al deserto bruno, questo sì angosciante, dello sfondo. Un’isola su cui ci sono loro. Nudi. Stanno per fare l’amore o lo hanno appena fatto. Sì, proprio l’amore. Si abbracciano; si perdono uno nelle braccia dell’altro. Viene alla mente un verso di Rilke e della sua Die Liebenden, Gli Amanti,: “Lascia che uno nell’altro si sprofondino, per resistersi”. E per resistere a tutto l’orrore del mondo. Due altri versi, da In my craft or sullen art, Nel mio mestiere o arte scontrosa, di Dylan Thomas “E giacciono gli amanti nel letto/con tutte le pene tra le loro braccia”. Poesie che parlano di sentimenti profondi, di uomini e donne. E lì, sulla tela, ci sono un uomo e una donna, non fantocci, o scheletri febbrili. Sono ancora linee a descriverli, ma senza compiacimenti drammatici. Tracciate da un disegnatore che resta grandissimo, ma che quasi si fondono con i colori di un pittore che ora domina appieno la tecnica ad olio. L’opera di un artista e di un uomo che si avviano alla maturità.

Schiele lo completa nel 1917. Nella sua vita non c’è più la nevrotica e proletaria Wally; si è sposato con Edith Harms, una ragazza di buona famiglia, il 17 giugno 1915. Quattro giorni dopo, è arruolato. Non finisce al fronte. Resta a Vienna, ma anche lì arrivano gli orrori della guerra: i feriti e i mutilati li portano a spasso per i viali della città. Sono loro a fargli rivedere il modo in cui vive con i propri dolori? Con il ricordo del padre, morto a quel modo, e la presenza una madre troppo ingombrante? O, più semplicemente, in Edith ha trovato l’amore?

Possiamo solo chiedercelo; questo e come si sarebbe evoluta a la sua arte. Sarebbe potuto diventare, per il segno, quel che è il giovane fauve Matisse è stato poi per il colore? Non lo sapremo mai. Come non sapremo mai che musiche avrebbe potuto ancora comporre Mozart o che avrebbe dipinto Raffaello dopo la straordinaria Trasfigurazione oggi conservata nei Musei Vaticani. Nessuno dei protagonisti di questa vicenda, sopravvisse, infatti, alla Finis Austriae. Wally, diventata crocerossina, è la prima ad andarsene: muore in un ospedale militare dei Balcani, alla fine del 1917. Il 6 febbraio 1918, muore Klimt, tra il cordoglio dei viennesi e, in particolare, di Schiele che nella camera ardente ne disegnò un ultimo ritratto. Il 28 ottobre 1918, la Spagnola si porta via Edith Schiele, al sesto mese di gravidanza. Contagiato dalla stessa malattia, Egon muore tre giorni dopo. Ha solo 28 anni. Giovane e all’apice della fama. Come Raffaello; come Mozart. Come se le muse, pentitesi della propria generosità, avessero avuto fretta di riavere il troppo che avevano concesso.

P.S. Nello scrivere queste righe, ho consultato i soliti manuali e un paio tra le tante monografie su Schiele disponibili anche in italiano. Ho anche implicitamente citato L’età dell’inconscio, di Eric R. Kandell, edito da Raffaello Cortina: una splendida sintesi delle interazioni tra psicologia, scienza ed arte da quella Vienna, ad oggi. Un ringraziamento al munifico mecenate che me l’ha inviato.

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