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La differenza tra le modalità dell’avere e dell’essere, può essere facilmente illustrata da due esempi di conversazione. Prendiamo uno scambio di idee tipico tra due uomini, A il quale ha l’opinione x, e B il quale ha l’opinione y. Ciascuno dei due si identifica con la propria opinione. Ciò che per entrambi conta è trovare argomenti migliori, vale a dire più ragionevoli, per difendere la propria opinione. Né l’uno né l’altro è disposto a mutare parere, e non s’aspetta neppure che cambi l’opinione del suo avversario. Sia l’uno che l’altro provano paura all’idea di mutare la propria, appunto perché si tratta di uno dei loro possessi, ragion per cui la sua perdita equivarrebbe a un impoverimento. La situazione si presenta alquanto diversa nel caso di una conversazione che non sia intesa come un dibattito. Ciascuno di noi, credo, avrà fatto l’esperienza dell’incontro con una persona importante o famosa o anche dotata di effettive qualità, oppure dalla quale si mira a ottenere qualcosa: un buon lavoro, esserne amati, suscitarne l’ammirazione, e simili. In circostanze del genere, molti hanno la tendenza a sentirsi per lo meno un pochino ansiosi, e spesso si « preparano » per l’importante incontro. Cercano di farsi venire alla mente argomenti capaci di interessare l’altro; riflettono su come iniziare la conversazione, alcuni giungono addirittura al punto di programmarla tutta quanta, almeno per quanto riguarda il ruolo che vi avranno. Possono anche farsi forza pensando a ciò che hanno: i loro precedenti successi, il loro fascino personale (oppure la loro personalità intimidatoria, qualora questo ruolo sia più efficace), la loro posizione sociale, le loro relazioni, l’aspetto, l’abito. In una parola, dentro di sé pesano il proprio valore e, forti di questa valutazione, nella conversazione che segue mettono in mostra le proprie merci. L’individuo che conosca bene il metodo, riuscirà a far colpo su molti suoi simili, benché l’impressione che dà loro sia soltanto in parte dovuta all’esibizione dell’individuo stesso, e invece in larga misura alla povertà di giudizio di gran parte delle persone. D’altro canto, quando accada che chi lo tenta non sia altrettanto abile, la sua esibizione risulterà rigida, artificiosa, noiosa, e non tale da suscitare grande interesse. All’estremità opposta si collocano coloro che affrontano una situazione senza prepararvisi minimamente, e senza farsi animo in nessun modo. Al contrario, costoro rispondono spontaneamente e produttivamente; si dimenticano di se stessi, delle nozioni, della posizione che hanno. Il loro io non è d’intralcio, ed è proprio per tale motivo che possono rispondere appieno all’altra persona e alle idee di questa. Danno vita a nuove idee, proprio perché non si aggrappano a nulla. Mentre coloro che fan propria la modalità dell’avere si fondano appunto su ciò che hanno, le persone che fan propria la modalità dell’essere si basano appunto sul fatto di essere, sul fatto che sono vive e che qualcosa di nuovo avrà vita, a patto che abbiano il coraggio di lasciarsi andare e rispondere. Nella conversazione, costoro esprimono in pieno la propria vitalità, perché non si autosoffocano con ansie e preoccupazioni per ciò che hanno; e la loro vivacità è contagiosa, al punto che sovente aiuta l’altro a uscire dal proprio egocentrismo. In tal modo, la conversazione cessa di essere uno scambio di beni (informazioni, nozioni, condizione sociale) e diviene un dialogo in cui più non importa chi abbia ragione e chi torto. I duellanti cominciano a danzare assieme, e si dividono non già con una sensazione di trionfo o di sconfitta – l’una e l’altra completamente sterili – ma in uno stato di gioia. Si noti, per inciso, che il fattore essenziale nella terapia psicoanalitica è costituito appunto da questa qualità vitalizzante del terapeuta. L’interpretazione psicoanalitica, per quanto estesa e approfondita, non avrà effetto alcuno se l’atmosfera in cui ha luogo il trattamento è greve, morta, noiosa.

Crediti
 • Erich Fromm •
 • Avere o essere? •
 • egon pin •  •  •  •
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