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Artaud diceva: scrivere per gli analfabeti, parlare per gli afasici, pensare per gli acefali. Ma cosa significa “per”? Non “in favore di…” né “al posto di…” ma “davanti a …” E’ una questione di divenire. Il pensatore non è acefalo, afasico o analfabeta, ma lo diventa. Diventa Indiano, non smette di diventarlo, forse “perché” l’Indiano, che è Indiano, diventi a sua volta altro e si sottragga alla sua agonia. Si pensa e si scrive per gli stessi animali. Si diventa animali perché anche l’animale diventi altro da sé. L’agonia di un topo o l’esecuzione di un vitello restano presenti nel pensiero non per pietà, ma come zona di scambio fra l’uomo e l’animale, in cui qualcosa dell’uno passa all’altro. È il rapporto costitutivo della filosofia con la non-filosofia. Il divenire è sempre duplice, ed è questo doppio divenire che costituisce il popolo futuro e la nuova terra. Il filosofo deve diventare non-filosofo, affinchè la non-filosofia diventi la terra e il popolo della filosofia. […] L’artista e il filosofo sono incapaci di creare un popolo, possono solo invocarlo, con tutte le loro forze. Un popolo può crearsi solo attraverso sofferenze abominevoli e non può nemmeno occuparsi d’arte o di filosofia. Ma i libri di filosofia e le opere d’arte contengono a loro volta un somma inimmaginabile di sofferenza che fa presentire l’avvento di un popolo. Essi hanno in comune il fatto di resistere alla morte, alla schiavitù, all’intollerabile, alla vergogna, al presente.

Crediti
 • Gilles Deleuze •
 • Che cos'è la filosofia? •
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